Set 02

Il Sud con il cappello teso, che chiede soldi, è una immagine odiosa e non vera. Se il governo pensa di risolvere la questione meridionale con l’ennesima pioggia di fondi, è fuori strada. Quei soldi, magari, serviranno per placare gli appetiti di una certa classe dirigente o per sedare le ire di alcuni governatori regionali, ma il Mezzogiorno non ha bisogno di questo. Il piano per il rilancio del Meridione del governo Berlusconi, invece, sembra andare proprio in questa direzione.

Le politiche per il Sud sono uno dei cinque punti del nuovo programma del premier, che prevede una spesa milionaria soprattutto per le infrastrutture. E’ vero che la mobilità al Meridione, i collegamenti ed il sistema bancario al Sud sono ad un livello molto inferiore rispetto al resto del Paese, ma è anche vero che i problemi non sono solo questi. Secondo voi il Mezzogiorno non cresce solo perché mancano le infrastrutture? No. Le imprese non decollano solo perché le banche sono matrigne? No. Il problema principale sta nell’ambiente ostile in cui cittadini ed imprenditori, ogni giorno, devono sopravvivere.

Da un lato c’è l’onnipresente criminalità e, dall’altro, una sempre più preoccupante contiguità con il malaffare e uno sconcertante sentimento di rassegnazione in molti meridionali. Il ponte sullo Stretto, ferrovie civili, autostrade meno disastrate, con molta probabilità, miglioreranno la vita di milioni di persone, ma – ripetiamo - il nodo è un altro. Il Sud ha bisogno di una missione porta a porta per snidare cellule criminali, annientare una diffusa mentalità di sottomissione alle logiche camorristiche o mafiose.

In molte realtà del Mezzogiorno vige la legge del più forte, anche nelle piccole cose. Avete mai provato a questionare con un parcheggiatore abusivo? Se non gli date due euro, con molta probabilità vi trovare le gomme dell’auto forate. E’ normale? No. Sfido, però, a trovare qualcuno che chiami la polizia per denunciare il parcheggiatore. Il governo si deve impegnare per dare una mano concreta ai popoli del Sud che vogliono alzare la testa per riaffermare principi elementari di legalità. E’ questa la sfida primaria con la quale – per la verità – nessuno vuole confrontarsi.

E’ più comodo promettere milioni di euro per risollevare il Meridione, ma questa è una elemosina improduttiva. Bisogna andare comune per comune, quartiere per quartiere, scuola per scuola per professare l’Evangelo della legalità. Solo in questo modo il Sud potrà essere al passo con le altre realtà italiane ed europee. Che senso ha costruire il ponte sullo Stretto se “Gigino ‘o cefalo” continua a chiedere il pizzo e a martoriare il povero commerciante che non ha occhi per piangere?

Fonte:Il Sud

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Ago 31

Di Carlo Cipiciani

Nella battaglia d’agosto del centrodestra si è parlato molto di un Piano straordinario per il mezzogiorno d’Italia, a cui destinare risorse ingenti. Solo che a scoprire le carte, sotto le chiacchiere non c’è niente. Come al solito

Fitto 1233717983 Il ministro Fitto e quel finto piano da 100 miliardi per il SudPer il sud c’è un piano. Lo avevano detto Tremonti e Fitto prima della pausa estiva nel corso della conferenza stampa in coda al CIPE. Lo ha scritto Berlusconi nel programma d’agosto, quello per mettere con le spalle al muro i finiani. E adesso lo ribadisce lo stesso Fitto. 100 miliardi di euro. Un piano monumentale.

UN ANNO DI ANNUNCI – Di un piano straordinario per il mezzogiorno il governo aveva già parlato un anno fa. Dopo che Gianfranco Micciché aveva minacciato di fondare un Partito del sud, prima delal diaspora che ha portato alla rottura della maggioranza in Sicilia, Berlusconi aveva annunciatoOra stiamo lavorando con i ministri delle Infrastrutture, dello Sviluppo e dell’Economia, dell’Ambiente e delle Regioni per mettere a punto un Piano innovativo per il Sud”. Poi il Piano era slittato a marzo 2010, poi era stato annunciato per giugno un Piano da 250 miliardi di euro. Poi c’è stata la già ricordata conferenza stampa di Tremonti e di Fitto, e siamo arrivati ai giorni nostri. Molti annunci, per un governo che si autodefinisce del fare. Ma poco importa. Ammettiamo che sia la volta buona. D’altronde, “Piano piano si fece Roma”, no?

CHI VA PIANO NON FA IL PIANO – Stavolta, Fitto dixit, ci siamo. Con la Delibera Cipe del 30 luglio scroso si sono fatte tutte le ricognizioni, e sono uscite risorse ingenti. Ma di quali risorse parla il ministro Fitto? Secondo lui, al Piano dovrebbero essere destinati i 22 miliardi rimasti alle 8 regioni meridionali dopo i ripetuti scippi del governo nazionale, a cui si aggiungono i 18,5 miliardi destinati, sempre per il sud, alla gestione ministeriale. A questi andrebbero aggiunti i 31,5 miliardi dei Programmi regionali finanziati con i soldi dell’Unione europea. E siamo a 72 miliardi. Che, per inciso, non sono risorse nuove. Ma risorse già previste per il mezzogiorno, inserite in programmi già approvati dall’Europa o presentati da mesi allo stato nazionale, che con sapiente melina non li ha ancora approvati. Per i quali, insomma, quello che serve è non la ri-programmazione, ma l’attuazione. E gli altri 30 miliardi di euro? Qui entriamo nella pericolosa spirale del contenzioso in atto da due anni tra il governo più federalista del mondo e le regioni. Sono soldi da anni disponibili per le 8 regioni meridionali, o perché derivanti dalla precedente stagione comunitaria o dai soldi del vecchio FAS 2000-2006. Su cui però non c’è accordo. Per Fitto sono risorse mai utilizzate o di dubbio utilizzo, ma per le Regioni sono risorse su cui in parte esistono impegni giuridicamente vincolanti assunti con terzi, sotto forma di bandi per le imprese o progetti infrastrutturali già approvati o in corso di esecuzione. Una materia spinosa, su cui lo stesso Fitto ammette “qualche contrasto”. Ma sia come sia, il dato di fondo è un altro. Lo Stato riprogramma risorse già esistenti e in gran parte già programmate. Più che un Piano, un furto.

UNA STORIA GIA’ VISTA, ANZI PEGGIO – Perché, come ha detto Tremonti, “le risorse disponibili troveranno adeguate forme di impiego. Non saranno disperse in mille rivoli, come è avvenuto finora, ma concentrate su opere fondamentali per il Sud’‘. Il nuovo piano per il Mezzogiorno, ha riferito Tremonti, prenderà forma a ‘’settembre-ottobre” quando ”apparirà in forma diversa una serie di strumenti nuovi coordinati da Palazzo Chigi’. Lo spiega bene il Presidente della regione Basilicata, Vito De Filippo: “Dopo aver utilizzato i Fas come il bancomat per finanziare varie altre attività, il governo ora ha deciso di svaligiare direttamente la cassa, mettendo su un tormentone estivo fondato su approssimazioni e malevole inesattezze che mira ad accreditare le Regioni come incapaci di spendere quei soldi’‘. In pratica, il Piano per il Sud rischia di essere un vero e proprio esproprio di risorse a danno delle Regioni, giustificato dalla loro “inefficienza” nel programmare e nello spendere le risorse stanziate. Ma le cose stanno davvero così? A dispetto dell’evidenza – ovvero di percentuali di realizzazione effettivamente modeste – sembra proprio di no. Per molte ragioni.

DUE PESI E DUE MISURE – L’obiettivo di disincagliare i fondi bloccati è sacrosanto. Ma Fitto e Tremonti non spiegano come mai, quando le Regioni hanno proposto la costituzione di un fondo unico alimentato dalle risorse regionali e nazionali provenienti dalla ricognizione sul mancato utilizzo da impiegare mantenendo il vincolo della destinazione territoriale con l’intesa in Conferenza-Stato Regioni, il governo ha detto di no. E non chiariscono perché come ricorda ancora Vito De Filippo, “si accanisce a verificare le percentuali di realizzazione per revocare quanti più fondi possibili alle Regioni, mentre a livello di Ministeri e direzioni centrali si accontenta di verificare l’esistenza dei soli impegni di spesa a cui, spesso, non è seguita alcuna attività”. La capacità di spesa risulta essere un vincolo per la riprogrammazione dei fondi solo quando l’incapace non risiede a Roma. E la melina che il Cipe fa da due anni con ttute le regioni, anche quelle “efficienti del centro nord, sui fondi Fas, mai sbloccati? E le risorse accantonate per il Fondo infrastrutture, Fondo ammortizzatori sociali e Fondo economie reale scippate, come abbiamo già raccontato qui, dai fas regionali e ricondotte alla gestione di palazzo Chigi di cui non risultano progetti approvati dopo più di un anno?

MEGLIO LE GRANDI OPERE? – Ma c’è dell’altro. Oltre che essere un gigantesco esproprio di risorse dal livello regionale a quello centrale, giustificato solo in parte dall’inefficienza delle regioni meridionali, questo nuovo piano rischia semplicemente di vanificare gli sforzi di programmazione sin qui fatti e di farci persino perdere le risorse di Bruxelles. E già, perché se le risorse nazionali – ammesso che ci siano – del Fas possono essere spese più o meno quando ci pare, quelle dell’Unione europea sono soggette al capestro del cosiddetto disimpegno automatico. Quello che gli stessi Fitto e Tremonti fanno valere come giustificazione per “commissariare” i programmi regionali. Ma l’utilizzo di quei fondi dovrà passare per i defatiganti negoziati con i funzionari della Commissione europea, che dovranno vagliare i nuovi interventi proposti, stabilirne la coerenza con le regole europee e con i programmi regionali già approvati. Cose che, come sa bene chi si occupa da vicino di questi “adempimenti burocratici” possono portare via mesi. E nel caso di una riprogrammazione monumentale come quella che s’annuncia, anni. Senza contare che, poi, le grandi opere vanno attuate. E nulla lascia pensare che – senza interventi sull’organizzazione della Pubblica amministrazione, delle regole per gli appalti pubblici, dei meccanismi di erogazione degli aiuti alle imprese, cose davvero necessarie – l’attuazione di questo nuovo Piano sia più semplice e più rapida di quelli regionali in ritardo. Rischiando che la montagna del Piano per il sud partorisca il topolino della non spesa di risorse cruciali. E il loro ritorno a Bruxelles. Un bel piano, non c’è che dire.

Fonte:Giornalettismo

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Ago 31


di Paolo Salvatore OrrùIl presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ieri deposto una corona d’alloro ai piedi della stele di marmo che celebra la partenza dei Mille da Genova Quarto, avviando così le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Un atto simbolico disturbato dall’eco delle recenti esternazioni di Umberto Bossi (“Non so se ci andrò, ma se Napolitano mi chiama…”). Un’uscita che è stata stigmatizzata dall’opposizione e da alcune frange della minoranza. “Le dichiarazioni di Bossi sono singolari: lui, come tutti gli altri ministri della Repubblica, ha giurato fedeltà alla Costituzione. Quindi le sue manifestazioni di estraneità appaiono perlomeno singolari”, ha commentato Giorgio Ruffolo, economista, esponente di primo piano del riformismo italiano, ministro dell’Ambiente dal 1987 al 1992 e deputato socialista a Montecitorio e al Parlamento europeo, autore del saggio, edito da Einaudi, Un paese troppo lungo. L’unità nazionale in pericolo.Professore, Bossi ha detto che parteciperà alle manifestazioni per il 150° anniversario dell’Unità solo se invitato dal Presidente della Repubblica. Secondo lei, l’Italia rimarrà unita?
“Bossi non è nuovo a dichiarazioni totalmente incompatibili con il ruolo di ministro della Repubblica. Non so Napolitano lo inviterà: credo che non ci sarà alcun invito. Per quanto riguarda le minacce di secessione o di separazione, non penso che siano imminenti e che possano essere prese sul serio. Credo però che nel medio e nel lungo periodo queste avvisaglie possano manifestarsi in modi più gravi: mai come adesso il Nord e il Sud sono apparsi così distanti e non è detto che si possano separare in un Belgio grasso e un Sud mafioso”.Sono sempre più forti quelle spinte che, seppur con connotazioni storiche sempre diverse, sperano nella disgregazione dello stato italiano. Gli ultimi baluardi sono la Chiesa- Cardinale Bertone ha difeso l’Unità dello Stato - e Gianfranco Fini?
“La Chiesa 150 anni fa si è battuta contro l’unificazione d’Italia. Ora invece ha assunto una posizione positiva, responsabile, importante rispetto alle pretese leghiste. Quanto a Fini, ho preso molto sul serio quella che io chiamo l’ “eterogenesi” di Fini: mi pare che venga da un processo di intimo, reale e sincero convincimento democratico. Che non interpreto, e non voglio assolutamente interpretarla, come una futura alleanza politica con il centrosinistra. Ritengo che l’ex segretario di Alleanza Nazionale la escluda, e fa bene ad escluderla. Il problema è avere una destra responsabile e seria, una destra normale. Quella di Berlusconi si basa su una specie di populismo privatistico che non ha niente a che fare con il liberalismo. Credo che Fini desideri giungere ad effettiva contrapposizione tra due forze democratiche, una di destra e l’altra di sinistra. Mi auguro che il tentativo di Fini, che giudico sincero e opportuno, abbia successo”.Nel su libro Un Paese troppo lungo, lei adombra un Sud prigioniero della mafia e un Mezzogiorno impegnato a garantirsi le risorse del Paese attraverso il voto di clientela. Professore, il federalismo è la strada giusta per uscire da questo degrado?
“Non apprezzo il cosiddetto federalismo fiscale: è il contrario del federalismo storico, che prefigura una aggregazione di unità indipendenti in una unità superiore alla quale si devolvono poteri sovrani. Il federalismo dei leghisti è invece un tentativo di sottrarre competenze dallo Stato nazionale per distribuirle alle unità subnazionali sulla base del principio che ognuno tiene per sé le sue risorse: questo è un separatismo che minaccia di diventare secessione. La proposta contenuta nel mio libro, forse utopistica, sicuramente provocatoria, si rifà all’interpretazione che del federalismo hanno dato i grandi meridionalisti del risorgimento e al Nord lo stesso Carlo Cattaneo. Il grande merito di questi studiosi è stato di aver saputo sviluppare una concezione in cui il Sud è parte integrante dell’Italia. E non una specie di intervento assistenziale che si traduce in sovvenzioni corporative e soprattutto e in corruzione e mafia.

Come si può realizzare il suo federalismo?
“Credo che si possa realizzare in un patto fra due macro regioni con una mediazione come avviene negli Stati Uniti. Quindi con un potere nazionale che è rappresentato soprattutto dalla capitale. Una riforma che potrebbe anche dar luogo ad un’altra rivendicazione, che è stata promossa e sostenuta dalla destra, ma che potrebbe essere declinata in altro modo, promuovendo un presidenzialismo garante di questo accordo e mediatore di una Italia che ritrovi le ragioni della propria unità nazionale attraverso questo patto”.Fonte: Notizie Tiscali del 05/05/2010
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Ago 31

di NICOLA PEPE

Un pugliese su tre è povero. Idem per un lucano. Per non parlare di circa 26mila «fantasmi» che risultano «iscritti» al fisco ma che in realtà non presentano neanche la dichiarazione dei redditi. La «fotografia» del fisco sul Mezzogiorno, quindi anche Puglia e Basilicata, rivela una serie di dati che per certi aspetti possono apparire scontati, per altri no. Mentre con la social card c’è chi acquista beni di «lusso» come trucchi o profumi, (la «tessera» spetta a chi non potrebbe permettersi di mangiare più di una volta al giorno), si scopre che il 32% dei pugliesi versa in condizioni di estremo disagio tale da rientrare nella categoria in cui si è esentati dal pagamento di ogni imposta.

E così, mentre gli «007» della Finanza e delle Agenzie delle entrate vanno a caccia dei «furbetti» anche sull’altra sponda dell’Adriatico nel tentativo di scovare chi cerca di mascherare gli yacht, si scopre che almeno 800mila contribuenti pugliesi rientrano nella fascia di disagio. Gente che ogni giorno bussa alle porte delle amministrazione pubbliche per chiedere contributi, beneficiare di agevolazioni: contribuenti che non sanno cosa significhi pagare le tasse perchè, per il fisco, non sono tenuti a versare un euro.

Ovviamente non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio ed è per questo che è fondamentale un’azione di accertamento soprattutto se di mezzo c’è il futuro del Paese alle prese con tagli di qua e di là che finiscono col produrre conseguenze per quelle categorie di persone realmente bisognose visto che non superano nemmeno la prima settimana del mese. Il capitale sociale fiscale della Puglia è rappresentato in gran parte da dipendenti e pensionati. In Puglia, sono 2 milioni e 582 mila, in Basilicata poco più 394mila i censiti nell’anagrafe dell’Agenzia delle entrate (di cui 191mila dipendenti e 150 mila pensionati). Il resto, appartengono alle sfera degli «autonomi» o dei cosiddetti «fantasmi». Gente che dovrebbe dichiarare un reddito visto che è censita come contribuente, ma che in realtà non bussa alla porta del fisco da parecchio tempo.

Poveri o finti poveri? A giudicare da quanto emerge in queste ore, il confine tra vero e falso sembra molto labile. In un Paese in cui appena 397mila e 850 persone dichiarano più di 100mila euro (39mila nel Sud) su un totale di 41milioni di contribuenti, gli interrogativi crescono di ora in ora. E nel frattempo città come Bari registrano oltre 50mila persone (su una popolazione di 200mila contribuenti) che non dichiarano nulla e altre 13mila che sono sulla soglia della povertà.
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
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Sep 07

1. Herbalife è una multinazionale con 25 anni di esperienza diffusa oggi in 60 paesi del mondo
2. Tutti i prodotti sono a base naturale, vero e proprio "cibo" senza controindicazioni
3. 45.000.000 di clienti soddisfatti in tutto il mondo
4. Herbalife ha finanziato il primo laboratorio al mondo di Nutrizione Cellulare e Molecolare all'interno dell'Università UCLA di Los Angeles, diretto dal Prof. David Heber, nutrizionista di fama mondiale, Direttore del nostro staff medico-scientifico. Heber è l'ideatore di ShapeWorks, la nuova linea nutrizionale basata sulla personalizzazione dell'apporto di proteine di soia.
5. All'interno del suo comitato medico scientifico illustri personalità come il Premio Nobel per la Medicina 1998 Dr. Louis J. Ignarro, famoso per i suoi studi sulla cardiovascolarità. Ignarro ha già firmato prodotti rivoluzionari di prevenzione e benessere in esclusiva per Herbalife, come il Prelox Blue ed il NiteWorks (per saperne di più clicca qui)

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale

Ago 31

Troppo assenteismo al Sud tanto che così non conviene a nessuno investirci. L’attacco, quasi a gamba tesa, è stato dell’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni che, dal palco dei dibattiti di Cortina, si è detto schierato con il suo omologo Fiat Sergio Marchionne impegnato nello sforzo di produrre in Italia,e in Meridione in particolare, solo se ci saranno quelle condizioni di competitività e presenza in fabbrica, di impegno di lavoro minime per poter sfornare prodotti competitivi.
L’accusa è così pesante ma a ben vedere abbastanza in sintonia con quelle che vengono dal versante della Lega Nord secondo cui sprechi di fondi pubblici e assenteismo, per non parlare di false invalidità e criminalità, vengono proposti come sinonimo di Mezzogiorno d’Italia.

Contro questi beceri luoghi comuni rivendicando, non senza orgoglio, la propria esperienza imprenditoriale, comune peraltro a tanti altri colleghi sparsi nel Sud del Paese, è Vito Pertosa, presidente della Mer.Mec., una delle aziende più innovative e tecnologicamente avanzate della Puglia, leader mondiale nel settore della diagnostica e della gestione delle infrastrutture ferroviarie, ma anche promotore della Angelo Investments nonché imprenditore dell’anno 2009. «E’ assurdo che un amministratore delegato di una società partecipata dal Tesoro possa dire che è inutile investire al Sud e che è meglio farlo al Nord, in Francia o nella Repubblica Ceca - rileva non senza disappunto – questo dato sull’assenteismo nel Mezzogiorno non lo condivido affatto; nelle mie aziende e in quelle che conosco io, siamo sotto il 2%, e non al 10% come ha denunciato a Cortina, mentre al Nord sarebbe al 5%. Nelle nostre aziende al Sud l’assenteismo è inferiore al 2% quindi ai livelli della Francia e della Repubblica Ceca».

«Al Sud semmai si lavora di più – incalza Pertosa – se si chiama al telefono la sera nelle aziende del Nord non risponde nessuno mentre da noi si rimane spesso sino a tardi».

Però, ad onor del vero, non sono tanti gli investimenti nel Mezzogiorno, specie quelli esteri. «Ma con l’assenteismo non c’entra nulla – replica Pertosa – io, con una società di investimento, sto comprando aziende del Nord e le localizzo nel Sud, per esempio ho acquisito un’azienda di Viareggio di alto livello di innovazione dove lavorano tanti ingegneri pugliesi, trasferitisi da Casamassima, Putignano etc. in Toscana, che hanno interesse a tornare al Sud. Il problemi degli investimenti esteri è che dovremmo aiutare di più questo discorso, cosa che non ha funzionato nonostante le varie agenzie nazionali, non si è mai lavorato adeguatamente per l’attrazione degli investimenti ma non possiamo non dire che ci sono tutte le caratteristiche perché si possa investire a tutti livelli, anche a livello di infrastrutture abbiamo aeroporti che funzionano benissimo, ci sono i porti, ci sono le strade, manca l’alta velocità, i problemi ci sono ma non possiamo solo lamentarci».

«La Puglia ha investito molto nell’energia alternativa , è l’unico posto dove anche le grande imprese sono state aiutate a fare investimenti di ricerca con incentivi – ricorda ancora Pertosa - non si può né sparare nel mucchio né dire che tutto conviene al Nord, con uno spostamento di interessi e di attività; da parte nostra – conclude - bisognerebbe serrare le fila al Meridione, indipendentemente da questioni politiche per portare in maniera più coesa l’interesse del Mezzogiorno». [red. ec.]
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
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Ago 31

Di Antonio Ciano

Trovai la notizia di quella strage sul libro di De Sivo: Nel 1994 e nel 1995 mi recai a Pontelandolfo, non c’era traccia dell’eccidio, i piemontesi avevano bruciato la città, nè trovai reperti nella biblioteca comunale, se non un libello di un certo Gentile.
Il Sindaco Perugini mi indicò la biblioteca provinciale di Benevento, dove mi recai e dove trovai articoli sull’accadimento di Zazo e di altri. Misi ordiine ai fatti processuali, ne ricavai la cronologia dei fatti accaduti da primo agosto del 1861 al 17 agosto dello stesso anno.
I morti indicati in una lapide erano solo 17, dissi al sindaco che era un falso storico perchè avevo trovato una fonte sulla civiltà cattolica che parlava di 164 morti. Pubblicai il mio libro nel 1996, trattavasi de “I Savoia e il massacro del Sud”, poi seguì al mio un bel libro di Gigi Di Fiore, potrebbero girarvi un film.
Non ho mai avuto nè preteso riconoscimenti dai ponntelandolfesi, anzi ricevetti una denuncia che mi costò quattro anni di processi.
Nessuno veniva ai processi, tutti gli eroi di oggi non c’erano, ma erano presenti sempre Manna, Barone, Alessandro Romano e l’ex viceprefetto di Roma Dott. Luciani.
Il libro ha venduto molto e ha aperto gli occhi a molti intellettuali, la ricchezza accumulata dai liberali del tempo è rimasta ai loro eredi,ma il tempo delle more si sta avvicinando, devono posare l’osso. Questo vale per i traditori di ieri e per i piemontesi nostrani dell’oggi. Quel libro ha venduto oltre duecentomila copie.
Non sono mai stato borbonico, sono repubblicano convinto, ma tra la feccia che ha inondato il nostro paese, devo convenire che che quei Re sono stati degli innovatori e dei martiri. Oltre al fatto che hanno sempre difeso i contadini e gli operai,mentre loro nel 1771 permettevano a San Leucio una società di eguali, Tiers, in Francia, nel 1871 mise a ferro e fuoco la Comune di Parigi.
Un re che dà l’opportunità ai suoi sudditi di sceglersi il modo di amministrarsi ed un massone liberale che affonda quelle idee con le cannonate.
Ogni volta che il Regno veniva aggredito, i contadini sapevano con chi schierarsi, mai con i rivoluzioni liberali, sempre dalla parte del Re che permetteva loro di avere un pezzo di terra in uso e mai in proprietà.
Comunque basta vedere la opere fatte in 127 anni da quei Re che parlavano napoletano per rendersi conto della loro grandezza. Leggete il libro di Pino Aprile”Terroni”, vi accorgerete che dopo quel periodo il Sud è affondato in una miseria mai avuta.
Il Piemonte ha desertificato la nostra economia, ha massacrato un milione di contadini chiamandoli Briganti, i suoi generali e i suoi ufficiali si sono macchiati di crimini contro l’umanità ed hanno ancora strade e piazze intitolate a vergogna della nostra repubblica.
Han fatto emigrare almeno 20 milioni di meridionali estrapolando famiglie intere dai loro territori,è stata una emigrazione biblica che nemmeno gli ebrei hanno sofferto e mentre Francesco II combattè fino alla fine sugli spalti di Gaeta difendendo la nostra città e il Sud dall’attacco barbaro di suo cugino,vittorio Emanuele III nel 1943 fuggì come un codardo, lasciando gli italiani nelle mani della rabbia tedesca. Dall’8 settembre di quell’anno al 1945 morirono oltre settecentomia italiani, causarono una guerra civile tra fascisti,comunisti e cattolici; soffriamo ancora la Peste bubbonica di un liberale massone al potere.
La repubblica è nata sulle ceneri della monarchia sabauda e il presidente della repubblica si reca a riverire quella unità che ci ha affamati, che ci ha spellati.
In Francia la repubblica festeggia la sua vittoria ogni 14 di luglio, e non va a festeggiare Maria Antonietta.
In Francia non vediamo leggi monarchiche, non vediamo piazze e strade intitolate alla monarchia precedente.
In Israele non hanno le strade intitolate ai loro carnefici; a Tel Aviv hanno strade intitolate ai loro eroi, non ai Hitler o a Reder,o a Kappler, o ad Hicheman.
Perchè?
A loro hanno dato una identità di popolo, a noi hanno insegnato a rendere omaggio a quei mostri dei Savoia.
Gaeta fu distrutta da migliaia di Bombe, i suoi cittadini dispersi in tutto il mondo e vorrebbero farmi festeggiare quella barbarie dei savoia?

La storia va avanti, in questo periodo si stanno riscoprendo le nostre radici e chi scrive ha sofferto le pene dell’inferno quando veniva preso per pazzo e veniva denunciato per difendere la propria identità.
Forse sono stato l’ultimo brigante ad essere processato, ma vivaddio, è arrivato il momento di fare i conti con la storia e con il passato.
Quella che chiamano economia italiana è solo Tosco-padana, è solo di alcune regioni che la producono. L’Emilia Romagna produce quella del centro sinistra e la Lombardia quella che il centro destra difende a spada tratta. Tutte le compagnie di assicurazione, quelle telefoniche, quelle mediatiche, quelle finanziarie appartengono a quelle realtà. Le banche sono tutte del Nord,anche il banco di Napoli e quello di Sicilia.
Hanno impiegato 150 anni a fotterci tutto.
Il Partito del Sud sta appropriandosi del terriorio,stiamo associando centomila contadini affamati da questo sistema, che io faccio risalire al Risorgimento piemontese. Pagano il grano a 13 centesimi al kg, mentre un pacco di caramelle in un bar costa 1 euro.
Dobbiamo riscostruire la nostra economia partendo dalla base, dobbiamo ricacciare questa destra e questa sinistra nelle loro regioni di origine ( Brianza ed Emilia Romagna) e riprenderci la dignità che hanno cercato di strapparci in tutti i modi. Finchè avrò un attimo di respiro cercherò di fare il possibile per riuscirci.

Una volta ero solo, ora siamo tanti, il nostro movimento politico sta crescendo a vista d’occhio, partendo dalla Sicilia, che è un laboratorio politico da sempre.
A metà ottobre a Palermo ci saranno gli Stati Generali del Sud, inviteremo tutti i gruppi politici meridionalisti, cercheremo di sganciarli dal mondo partitico del Nord, se riusciamo in questa operazione, nelle prossime elezioni, saranno cavoli amari per i BBB della politica. Abbiamo uomini e sezioni in tutta Italia.
A Reggio Emilia,a Suzzara e a Virgilio in provincia di Mantova, a Torino, a Modena, a Bologna, a Piacenza, a Verona, a Sacile in provincia di Pordenone, a Milano, a Pisa e in Toscana, a Roma e nel Lazio, a Napoli, in Basilicata, in Abruzzi, nelle Puglie, in Calabria ,in tantissime altre città di tutta Italia, anche all’estero e soprattutto in Sicilia, dove il nostro Vice Coordinatore nazionale ha aperto i primi due CompraSud e dove stiamo associando in una importante filiera centomila contadini.
Ma come prima cosa dobbiamo sconfiggere gli ascari nostrani, i piemontesi e i lombardi nostrani, ce la faremo, siamo sulla giusta strada.
I meridionali si stanno accorgendo che DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI.

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Ago 29

Dopo l’acquisizione da parte della Coca Cola delle fonti del Vulture si assiste ad un nuovo assalto, attraverso la privatizzazione dell’acqua pubblica, questa volta ad opera della società Acqua San Benedetto spa con sede in provincia di Venezia, intenzionata per poche migliaia di euro a sfruttare le acque del Pollino.
PollinoDi Marilisa Romagna

Esce allo scoperto il presidente e proprietario di Acqua San Benedetto spa, l’ex industriale degli elettrodomestici veneto, il commendatore Gianfranco Zoppas. E la Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista) non perde tempo per denunciare «l’assalto al Parco del Pollino delle multinazionali delle acque minerali, dopo quelle dell’energia». «Questa volta , è scritto in una nota, il progetto è uno stabilimento per l’imbottigliamento delle acque minerali nel comune di Viggianello». «Dopo l’acquisizione da parte della Coca Cola delle fonti del Vulture - prosegue la Ola - si assiste ad un nuovo assalto, attraverso la privatizzazione dell’acqua pubblica, questa volta ad opera della società con sede a Scorzè, in provincia di Venezia, intenzionata per poche migliaia di euro a sfruttare le acque del Pollino, che verranno sottratte all’uso delle popolazioni locali per essere privatizzate.

Oggetto dell’acquisto le sorgenti tributarie del fiume Mercure, a sua volta principale tributario del Lao, minacciato dai prelievi d’acqua previsti per il funzionamento della centrale Enel del Mercure. Già nel 2008 il Comune di Viggianello espletò un’asta pubblica andata poi deserta, con base d’asta pari a 1.300milioni di euro, ivi compresa la cessione della titolarità del permesso di sfruttamento delle sorgenti con portate tra i 400/500 litri al secondo. Di recente abbiamo respinto le offerte da parte dell’Enel. Ma non siamo una riserva indiana, e crediamo in un sistema di sviluppo autopropulsivo compatibile con il parco. Chiunque dovesse investire in questo territorio alle nostre condizioni porterà lavoro vero e lavoro serio. Siamo contro ogni tipo di speculazione, e non ci presteremo ad azioni diffamatorie contro i comune e la cittadinanza».

«Da anni - ha ridadito il sindaco di Viggianello, Antonio Fiore - andiamo sostenendo che l’acqua non si vende, e a marzo il consiglio comunale ha aderito alle posizioni di padre Alex Zanotelli sul tema dell’acqua-bene pubblico. La Ola torna a ribadire il suo deciso no alla privatizzazione delle risorse naturali del Pollinoche, nel caso delle acque tributarie del Fiume Mercure, fanno gola assieme ai boschi, alle grandi lobby dell’energia ed oggi anche alle “multinazionali delle bollicine” che, con la promessa di portare sviluppo nell’area, sono intenzionate a sottrarre beni comuni e risorse fondamentali per l’agricoltura e l’allevamento della valle del Mercure alle popolazioni locali, grazie alla compiacenza degli amministratori». Ma il sindaco di Viggianello, non ci sta, e bolla a stretto giro gli esponenti della Ola come dei «buontemponi», precisando che si tratta di «una concessione da 20 litri d’acqua al secondo, sui 1700 totali della sorgente».
Fonte:Alternativasostenibile.it
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Ago 29

l Sud come l’India o alcuni Paesi dell’Africa, almeno secondo Umberto Bossi. Il leader della Lega, intervenendo ad una festa del carroccio a Busto Arsizio, ha dato una propria lettura dell’Unità d’Italia, come riporta Varese News. In particolare, il senatur, ha sposato la visione pubblicata nel libro “Il regno del Nord” dove si sostiene che l’unificazione è stato il frutto del bisogno delle imprese del Settentrione di avere una colonia dove vendere i propri prodotti.

Umberto Bossi

“Non pensavano allora che venisse fuori un guazzabuglio di questo tipo – dice Umberto Bossi – e furono gli stessi imprenditori del nord a finanziare Garibaldi per prendere il Sud”. Il leader della Lega – sempre secondo quanto riporta Varese News – ha poi affermato che il Nord ha pagato mille volte di più la scelta di non trasformare il Meridione in una colonia vera e propria.

Peccato, però, che il Sud 150 anni fa non era certo nelle condizioni di India, Congo o altri Paesi colonizzati dalle potenze europee. I documenti storici parlano chiaro: i bilanci statali del Mezzogiorno erano di gran lunga più ricchi rispetto alle malandate finanze dei Savoia. Mettiamola così: se anche gli imprenditori del Nord avessero finanziato Garibaldi, non era per colonizzare il Sud, ma probabilmente per depredarne le ricchezze. In questo senso ha ragione Bossi: il Meridione stava bene ed era un mercato ghiotto per gli imprenditori del Nord che, nelle proprie regioni, non riuscivano a fare profitto.

Fonte:Il Sud

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Ago 29

http://www.youtube.com/watch?v=SfMGToxP4jw

La Rivoluzione Meridionale è in atto, destra e sinistra non se ne sono resi conto. Per noi del Partito del Sud sono solo indicazioni stradali, se ne devono andare a governare l’Emilia Romagna e la Brianza, e qualcuno deve andare in galera per le ruberie e le malversazioni compiute.
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Ago 29

Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di “martire”. E promette: se l’esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazionedi PAOLO RUMIZIl massacro dimenticato di Pontelandolfo Quando i bersaglieri fucilarono gli innocenti

Illustrazione di Riccardo Mannelli

SIGNOR presidente della Repubblica, signori ministri, autorità incaricate delle celebrazioni del centocinquantenario, questa storia è per voi. Non voltate pagina e ascoltate il racconto di questo soldato, se credete al motto “fratelli d’Italia” e tenete all’onestà della memoria sul 1861, anno uno della Nazione.

“Al mattino del giorno 14 ricevemmo l’ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare… quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione… non si poteva stare d’intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava”. Olocausto firmato dagli Einsatzkommando? No, soldati italiani, al comando di ufficiali italiani. E il villaggio non sta in Etiopia ma in Italia, nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e non solo annessione.

Andiamoci dunque, luogotenente Cariolato, per capire cosa accadde; perdiamoci nel labirinto di strade sannitiche già ostiche ai Romani, e saliamo verso quel promontorio di case, in un profumo ubriacante di ginestre e faggete secolari. Penso a un viaggio nella storia e invece mi trovo immerso in un oggi che scotta, davanti a una giunta comunale che aspetta, sindaco in testa. Delegazione agguerrita, di centrosinistra, schierata per avere giustizia. Raccontano, come di cosa appena accaduta. C’è una rivolta, alla falsa notizia che i Borboni sono tornati. Scattano regolamenti di conti con due morti, i briganti scendono dai monti, il prete suona le campane per salutare la restaurazione. Un distaccamento di bersaglieri va a vedere, ma nella notte vengono aggrediti da una banda in un paese vicino e lasciano sul terreno 41 morti. Ci sono buoni motivi per pensare che il responsabile sia un proprietario terriero, impegnato in un subdolo doppio gioco: eccitare le masse per poi invocare la mannaia e rafforzare il suo status. Ma non importa: si manda una spedizione punitiva con l’incarico di “non mostrare misericordia”, e alla fine si contano 400 morti. Morti innocenti perché gli assassini si sono dati alla macchia.

Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c’è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: “A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come “luogo della memoria”. Ma non ci basta: vogliamo essere “città martire” e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l’esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari”. Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent’anni di lettere miranti al “ricupero della dignità del paese”. Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino - vicentino, sì, come il mio buon Cariolato - di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c’è silenzio. L’Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore.

Cielo limpido sulle verdissime foreste del Sannio. Perché si parla di Bronte e non di Pontelandolfo? Perché sono rimasti nella memoria gli errori garibaldini e non gli orrori savoiardi? E che cosa si sa della teoria dell’inferiorità razziale dei meridionali - infidi, pigri e riottosi - impostata da un giovane ufficiale medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel ‘61 e seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio? Che “fratelli d’Italia” potevano esistere se mezzo Paese era “razza maledetta” dal cranio “anomalo”, condannata all’arretratezza e alla delinquenza? Leggo: “Dio, che cosa abbiamo fatto!”, parole scritte nel ‘62 da Garibaldi in merito allo stato del Sud. Lettera alla vedova Cairoli, che per fare l’Italia - un’altra Italia - gli ha dato la vita di tre figli e del marito. Non si parla dei vinti. E senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Che fine ha fatto per esempio Josè Borjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell’uomo che sempre nel ‘61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?

Ed ecco, in una sera straziante color indaco, arrivare come da un fonografo lontano la voce di Sergio Tau, scrittore e regista che ha dedicato anni alla storia del generale catalano. “All’inizio degli anni Sessanta feci un film sul brigantaggio post-unitario. Volevo fare qualcosa di simile a un western, ma la pellicola non fu mai trasmessa. Allora era ancora impossibile parlarne. Ora vedo che la storia di Borjes può tornare fuori… Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell’Appennino”. Ne terrà conto qualcuno? Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene “venduto” da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. “Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borboni”, dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c’è una messa per l’anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L’ha davvero scritto lui o l’hanno scritto i “servizi” di allora, per occultare la repressione in atto? Il giallo di una vita vissuta anch’essa, bene o male, alla garibaldina.

Fonte:La Repubblica del 27/08/2010.

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Ago 29

http://www.youtube.com/watch?v=sT6GuX52P6A

L’intera intervista a Beppe De Santis è in onda, a rotazione, sulla Web Tv del Partito del Sud, visibile su tutti i siti e blog aderenti al Network del PdSUD.
http://www.livestream.com/partitodelsud?t=504600

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Ago 29

http://www.youtube.com/watch?v=1HGEwuQqGJ4

Ecco la terza parte dell’intervista rilasciata da Beppe De Santis ad Antonio Ciano in quel di Lavinio ( Roma) dopo un incontro con i contadini di Velletri. A metà ottobre vi saranno gli Stati Generali del Sud. I partiti e i movimenti meridionali devono decidere il destino d’Italia e non essere più ascari dei partiti e degli interessi imprenditoriali del Nord. DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI. IL SUD DEVE RICOSTRUIRE QUELLA ECONOMIA DESERTIFICATA DA 150 ANNI DI ASSERVIMENTO.

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Ago 29

http://www.youtube.com/watch?v=VIVIclUl5js

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Ago 29

http://www.youtube.com/watch?v=RMX3WDsXFC8

L’intera intervista a Beppe De Santis è in onda, a rotazione, sulla Web Tv del Partito del Sud, visibile su tutti i siti e blog aderenti al Network del PdSUD.
http://www.livestream.com/partitodelsud?t=504600

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Ago 29

http://www.youtube.com/watch?v=HgXOfXfqByg

L’intera intervista a Beppe De Santis è in onda, a rotazione, sulla Web Tv del Partito del Sud, visibile su tutti i siti e blog aderenti al Network del PdSUD.
http://www.livestream.com/partitodelsud?t=504600

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Ago 29



Di Gianfranco Viesti
Negli ultimi anni sono molto cresciute in Italia forme di egoismo territoriale. Su di esse la Lega Nord ha basato le sue fortune elettorali. Le ha accentuate la crisi economica, l’aumento della disoccupazione, la preoccupazione per il futuro. Tutt’altro che infondata: i dati più recenti mostrano come l’Italia abbia le prospettive di crescita più contenute nei prossimi anni. Ha contribuito anche una accentuata deriva individualistica nella società italiana, ben documentata nelle rilevazioni di studiosi come Mannheimer e Diamanti: per gli italiani cioè che viene, sempre più, prima di tutto è il benessere della propria famiglia, del proprio territorio.

SOMMA ZERO. - Questo porta a concepire la politica e le politiche economiche sempre più come un gioco a somma zero: più a me, meno a te. E l’obiettivo diventa aumentare la propria quantità di risorse disponibili, a danno degli altri. In questo la Lega è maestra. Cattiva maestra. L’economia, per fortuna, non è come la ragioneria. Il problema non è solo quello di suddividere una torta di dimensioni date, e litigare sulla dimensione della propria fetta. Il problema è accrescere la dimensione della torta, a vantaggio di tutti.

Si fa un gran parlare della necessità di quantificare con precisione le risorse che vanno destinate ad ogni territorio. E’ una necessità giusta: per avere una distribuzione più equa; per poter avere certezza della disponibilità, e responsabilità nel loro utilizzo. Ma questo non può significare che tutte le risorse siano destinate a gestioni locali; e soprattutto che ognuno, nell’utilizzarle, possa e debba pensare solo a se stesso.

Si fa un gran parlare delle risorse “sottratte” al Nord: come se investire nel Mezzogiorno non portasse benefici all’intero paese, a cominciare dalle imprese del Nord che ottengono – giustamente – appalti o che intercettano i nuovi consumi. Ma ci sono anche casi molto interessanti – e di cui ben poco si parla – nei quali la solidarietà nazionale ha avuto forme diverse.

La crisi internazionale ha colpito in misura estremamente ampia il mercato del lavoro italiano. Il Governo ha deciso di puntare sull’utilizzo più ampio possibile della cassa integrazione guadagni (CIG): uno strumento per garantire il reddito dei lavoratori, nell’attesa di una ripresa delle imprese. Una strategia pericolosa; troppo basata sulla speranza di una ripresa che ancora non c’è a sufficienza. Una strategia che ancora una volta privilegia chi un lavoro, seppure a rischio, ce l’ha rispetto a chi non l’ha mai trovato. Una strategia molto costosa per le casse dello stato.

PROTEZIONE SOCIALE. -Ma comunque una protezione sociale, che è stata estesa (con la CIG cosiddetta in deroga) ai lavoratori a termine, agli apprendisti e ai parasubordinati. Ma dove trovare i soldi per finanziarla? Sono venuti dalla solidarietà nazionale. Con l’accordo del 12 febbraio 2009 sono stati reperiti 8 miliardi. Il governo centrale ne ha stanziati solo 1,4 (dal fondo occupazione); 2,65 sono venuti dal Fondo Sociale Europeo, prevalentemente da risorse destinate alle regioni del Sud; 3,95 sono stati presi dal Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS), che è destinato per l’85% alle regioni del Sud. Il nuovo finanziamento della CIG è venuto principalmente da risorse “me - ridionali”.

E ha finanziato prevalentemente lavoratori settentrionali. Nel 2009 sono state finanziate oltre 300.000 ore di CIG nel Nord-Ovest e oltre 150.000 nel Nord-Est, contro meno di 100.000 al Sud. Cifre imponenti: le ore di CIG corrispondono al 13,4% delle unità di lavoro dipendenti del Nord-Ovest (contro 7,3% al Sud). Nel 2010 il ricorso alla CIG ha continuato ad aumentare, specie al Centro-Nord. Questo ha consentito alle imprese di ridurre fortemente le ore lavorate, senza licenziamenti; e di porre a carico della collettività il costo delle retribuzioni. Al Sud, invece, per le caratteristiche settoriali e dimensionali delle imprese, e per le tipologie più deboli di lavoro, è aumentata più nettamente la disoccupazione.

Pur con tutti i dubbi sulla strategia complessiva, quella sul finanziamento è stata una decisione giusta. Una scelta solidale, di fronte ad una grande emergenza: le regioni più povere hanno destinato proprie risorse alle imprese e ai lavoratori delle regioni più ricche, colpiti dalla crisi, nell’interesse nazionale. Ricordarlo, ogni tanto, non farebbe male.
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno del 26/08/2010
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Ago 27

la Virée de Galerne confirmée


(Lettera Napoletana) Il futuro “Centre culturel des jacobins” di Le Mans, nella Regione della Loira, sorgerà sulle fosse comuni dei vandeani massacrati dalle truppe rivoluzionarie francesi nella battaglia di Mans (12-13 dicembre 1793). I lavori del Centro culturale, ubicato ai piedi della città vecchia a pochi passi dalla Cattedrale, prevedono un investimento di 70 milioni di euro e cominceranno in autunno. La durata prevista é di 31 mesi. Intanto gli archeologi dell’Inrap (Institut National des recherches archéologiques préventives), guidati dall’antropologa Élodie Cabot, hanno estratto finora dalle nove fosse comuni scoperte i resti di circa 200 insorti contro-rivoluzionari vandeani, tra i quali donne, bambini e perfino un neonato. «Molti degli scheletri – ha scritto l’inviato del quotidiano Le Figaro, Yves Miserey – mostrano i segni di gravissime ferite da arma bianca sul cranio, sulle braccia o sugli arti inferiori» (http://www.lefigaro.fr 30.6.2010). «Alcuni resti testimoniano una grande violenza ed un chiaro accanimento», ha detto allo stesso giornale l’antropologa Élodie Cabot. Prima di essere gettate nelle fosse le vittime, uccise in gran parte a colpi di baionetta, furono spogliate di ogni oggetto personale.

«È la prima volta – scrive Le Figaroche si conducono scavi sulle fosse comuni della guerra di Vandea, come se si temesse di risvegliare dei fantasmi. Ci sono sempre state molte reticenze nel nostro Paese su questa guerra, che vide contrapposti i soldati della Repubblica e gli insorti della Francia occidentale, più noti come vandeani. I manuali e la “storia ufficiale” hanno a lungo cancellato oppure mascherato questa guerra civile, che fu altrettanto feroce di quelle che ancora oggi lacerano alcuni Paesi».

Le foto degli scheletri dei combattenti vandeani pubblicate da Le Figaro e dal sito del Consiglio generale della Vandea (http://www.vendee.fr/) hanno avuto un forte impatto. L’associazione Le Mans Virée de Galerne (http://www.le-mans-viree-de-galerne.com/) ha chiesto la costruzione di un monumento in memoria delle vittime della battaglia. Un lettore ha postato sul sito del quotidiano parigino il testo del discorso che Alexander Solzenicyn pronunciò il 25 settembre 1993 a Lucs-sur-Boulogne, per l’inaugurazione del Mémorial de Vendée. «Molte delle crudeltà delle Rivoluzione francese sono state tranquillamente applicate sui russi dai comunisti leninisti e dai socialisti internazionalisti. Solo il loro grado di organizzazione e sistematicità ha superato largamente quello dei giacobini», affermò l’autore di “Arcipelago Gulag”.

Nella battaglia di Le Mans, avvenuta durante la Virée de Galerne, una delle campagne della Guerra di Vandea, l’Armata Cattolica e Reale - il cui comando era stato assunto da Henry de la Rochejaquelein, appena 21enne - ridotta alla fame e decimata dal tifo e dalla dissenteria, tentò di proteggere la ritirata dei superstiti, tra i quali c’erano donne, bambini e contadini non in grado di combattere, verso Laval. La ritirata si trasformò in un gigantesco massacro. «Non si può immaginare l’orribile massacro che fu compiuto in questo giorno, senza parlare del gran numero di prigionieri di qualsiasi sesso, di qualsiasi età e di qualsiasi stato che caddero in nostro potere», scrisse il generale repubblicano Jean-Baptiste Kléber. Secondo fonti repubblicane i morti vandeani, chiamati significativamente “briganti” dai rivoluzionari, furono 15 mila, una cifra confermata dallo storico Jacques Crétineau-Joly nella sua Histoire de la Vendée Militaire, (Ed. La Librairie Française, 1979 vol. I, p. 398). (LN31/10).


Fonte:Lettera Napoletana n. 31 - agosto 2010


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Ago 27

http://www.youtube.com/watch?v=p2DsyictD7o

e poi sarebbero loro a mantenerci…

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Ago 27

tremontiFinalmente il governo nazionale butta la maschera. Secondo quanto afferma il super Ministro dell’economia, Tremonti, i diritti perfetti in una fabbrica ideale rischiano di far perdere la fabbrica che va da un’altra parte.

Sempre secondo Tremonti, l’Italia non si può permettere “una certa qualità di diritti (i lavoratori) e regole (per gli industriali).

Per concludere questa sua dissertazione sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza nei posti di lavoro, Tremonti ha affermato che “siamo orgogliosi e convinti della politica che abbiamo fatto , e il momento di riaprire il cantiere delle riforme e delle cose da fare”

Tremonti quindi, con la sua flemma, dimostra di aver bene appreso la lezione siciliana dove tutta l’economia si regge sull’assenza di diritti dei lavoratori e sullo sfruttamento sistematico degli stessi.

In Sicilia lo stato è assente e fa finta di lottare contro la mafia arcaica che in realtà è delinquenza pura, adesso, si presenta all’Italia e dice: copiate dalla Sicilia, fucina della politica italiana ed esempio di sopravvivenza economica.

Sicuramente nel cantiere della politica che Tremonti vuol riaprire (?) sono applicate le norme di sicurezza e soprattutto i diritti dei parlamentari e dei ministri che percepiscono anche il doppio stipendio.

Più diritti di così !

Fonte:Osservatorio Sicilia

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Ago 27

http://www.youtube.com/watch?v=yrbhs19oYXI

Intervista rilasciata da Beppe De Santis a TMO Gaeta.
Si sta costruendo l’alternativa al Sistema Piemonte inaugurato il 14 febbraio del 1861 da Cavour. Furono abbattute tutte le leggi bellisisme del Regno Felice per dare corso alla desertificazione economica del Mezzogiorno d’Italia. Dopo 150 anni il Sud è diventata una colonia dei padani: un milione di contadini uccisi,20 milioni di emigranti,e vorrebbero farci festeggiare questa emorraggia biblica che nemmeno gli ebrei hanno subito.

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