Lug 30

http://www.youreporter.it/video_BOICOTAGGIO_ALLA_BENETTON_di_PROGETTO_NAPOLI_1

BOICOTAGGIO ALLA BENETTON(di PROGETTO NAPOLI).
Ad opera di :INSIEME PER LA RINASCITA,CAMBIAMO NAPOLI,INSORGENZA CIVILE,PARTITO DEL SUD.

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Lug 30

Di Pietro Salvato


Questa manovra economica – a detta del ministro dell’Economia – è in linea con gli impegni presi dagli altri paesi in sede europea ed accompagnerà la ripresa. E’ davvero così? Qualcuno ha fatto un po’ di raffronti e scoperto che… non è vero

lennesima bugia di Tremonti

Mentre il governo si appresta a convertire definitivamente in legge il suo D.lg. n. 78, ossia la “manovra correttiva dei Conti pubblici”, con l’ennesima fiducia parlamentare, il ministro dell’Economia, un po’ su tutti i media, ha rilasciato una serie di dichiarazioni sulla qualità – più che sui reali contenuti – di questo provvedimento. “I nostri numeri sono in linea con l’Europa”. Oppure, “Sul 2010 il decreto pesa minimamente è la correzione che avremmo fatto a luglio e che invece abbiamo anticipato a fine maggio, perché i tempi alla politica sono imposti dalla realtà”. Peccato che ad aprile – quindi un mese prima – ospite da Santoro in Tv, lo stesso Tremonti giurava solennemente che non c’era nessuna manovra correttiva alle porte quest’anno.

DEBUNKING DI UNA MANOVRA – Facendo un po’ di confronti con le manovre, l’entità dei tagli e degli investimenti attuati dagli altri grandi paesi europei ci si rende subito conto che la realtà è molto diversa. l’Italia per sempio esprime circa un sesto del Pil europeo ( si veda l’ultima colonna della tabella), mentre il debito pubblico italiano costituisce quasi un quarto del debito del continente. Ciononostante l’Italia ha “corretto” il suo bilancio per solo 1,6% del Pil nel quinquennio 2010-15 (prima colonna della tabella), ossia ben al disotto di quanto fatto mediamente in Europa (4,2%). Paolo Manasse del sito lavoce.info ha effettuato una simulazione o meglio un benchmark tra i vari paesi del continente per capire chi ha operato meglio. “Il punto – spiega l’economista – è che dobbiamo paragonare la manovra di aggiustamento di bilancio del paese “A” con quella che un “paese europeo medio” avrebbe scelto se avesse avuto gli stessi fondamentali economici di A nel 2009 e cioè, a parità di bilancio primario, debito pubblico, apprezzamento del tasso di cambio reale, saldo delle partite correnti e tasso di disoccupazione”. Dal confronto emergono dati particolarmente interessanti.

lennesima bugia di Tremonti

UN BENCHMARK PER FARE CHIAREZZA – Dalla figura si ricava come la manovra predisposta dal Belgio – vale a dire i suoi tagli di bilancio praticati – risulta ben più “pesante” rispetto a quella degli altri paesi, a parità di fondamentali, per circa 1,5-1,8 punti di Pil per il lustro 2010-15. Allo stesso modo sia l’Olanda, sia la Germania, che pure presentano una situazione macroeconomica assai meno critica, hanno operato tagli in eccesso compresi tra +0,4-1% di Pil. Persino le derelitte Portogallo (+1-1,9%), Spagna (+0,8-1,3%) e Grecia (+ 0,7 punti di Pil) hanno vistosamente tagliato sul piano delle spese nel tentativo di ridurre i loro elevatissimi deficit. Ricordiamo che la Commissione europea, al termine di questo periodo, vuole riportare il rapporto Deficit/Pil, per ogni paese, di nuovo al 3% (In Italia attualmente è al 5%) così come previsto dai parametri di Maastrict. Il benchmark è stato effettuato tenendo conto di una variabile. La presenza e l’assenza (dal computo) dei conti della Grecia. La Gran Bretagna, ad esempio, appare in linea con la media europea, quando si include la Grecia nel benchmark, mentre risulta addirittura tra i virtuosi (+1,8 punti di Pil) quando la si esclude. L’Irlanda, apparentemente, appare il paese messo peggio. In realtà, i suoi tagli sono stati effettuati (su raccomandazione dell’UE, dato lo stato disastroso dei loro conti pubblici) ben prima delle varie manovre praticate nel vecchio continente questa estate. Per questo, dunque, non sono stati presi in considerazione.

CHI STA MESSO MEGLIO E CHI PEGGIO? – Il grafico è eloquente. Tra i grandi d’Europa, l’Italia è il paese che ha operato peggio. “Ai livelli attuali di fondamentali – spiega l’economista de lavoce.info – per essere in linea con l’Europa il nostro paese dovrebbe metter in cantiere tagli addizionali di bilancio per 2,4-2,7 punti di Pil nel prossimo quinquennio”. In particolare, poi, emerge che tra i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) non tenendo conto, come detto, della situazione irlandese, Grecia, Portogallo e Spagna, ossia i paesi più colpiti dalla crisi finanziaria, hanno operato in misura drastica sul versante dei tagli della loro spesa pubblica. Si capisce ovviamente il perché. I loro debiti sovrani sono finiti sotto il tiro incrociato dei mercati finanziari (specie quelli over the counter). Per questo, i loro tagli hanno il compito di rassicurare gli investitori – a cominciare da quelli internazionali – e di ridurre, possibilmente, gli spread dei loro titoli di stato rispetto ai bund tedeschi. Viceversa, Germania e l’Olanda che pure hanno operato in modo virtuoso, hanno praticato – a parità di fondamentali – meno tagli, ma si sono cautelate ed in prospettiva rafforzate sul rientro dei loro rispettivi deficit. Il Belgio, apparentemente, è il paese che ha praticato i tagli più drastici. Lo socpo è chiaro- Presentando un elevato debito pubblico, sta cercando con questa manovra di non cadere “nel fango” e di ritrovarsi in compagnia degli altri PIIGS. Paradossalmente, chi ha operato peggio, con buona pace del ministro Tremonti, è stata proprio l’Italia. E Proprio per questo – siccome al 2011 mancano oramai solo pochi mesi – una nuova manovra “correttiva” non appare improbabile. Tutt’altro. Solo che allora sarà ancora più difficile raccontare la storiella – peraltro falsa, come già abbiamo visto – che questo è il governo che non mette le mani nelle tasche degli italiani.

Fonte:Giornalettismo

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Lug 30

Giuramento d’Amore e di Fedelta’
Giuro davanti a Dio e a Santa Rosalia di esser fedele nel cuore e nell’anima al mio amore.
Giuro di amarlo sopra ogni cosa e di dargli tutto l’amore che e’ in me incondizionatamente e fedelmente,
Giuro di vivere la restante che due giovani amanti duosiciliani al tempo della repressione sabauda nell’Isola, mentre il generale Quintini massacrava gli abitanti di Castellammare del Golfo in povincia di Trapani.

L’uomo era un renitente alla leva, era un fuggiasco, per i piemontesi un vero bandito. La donna era la sua amante, giovane e bella, a Palermo , il 15 luglio del 1862, durante la festa di Santa Rosalia, mentre suonavano i tamburi della sfilata figurante, mentre sfilavano i cento cavalli ammardati abbondantemente con i carretti siciliani a far da supporto.
l’Unità si rivelò presto una delusione per i siciliani. Su di essi, abituati a pagare una unica imposta progressiva sul reddito, si abbattè una gragnuola di tasse, la comunale,la provinciale, l’addizionale, il focatico (tassa di famiglia), la tassa sul macinato, e perfino la tassa du successione, per cui i siciliani motteggiarono di essere divenuti parenti del re, dal momento che dai loro mortiereditava pure il governo italiano; ma quello che i siciliani non sopportarono fu la coscrizione militare, perchè la Sicilia era stata da sempre esente dalla leva militare e il servizio militare lo facevano solo i volontari.
L’imposizione della coscrizione militare causò il fenomeno del Banditismo; una vera e propria guerra fu scatenata in Sicilia da inermi popolazioni, accusate in blocco di favoreggiamento. Famiglie isolane furono bruciate vive nelle loro case, paesi interi furono privati dell’acqua potabile. Ad un giovane di leva, il sarto Antonio Cappello da Palermo, sordomuto dalla nascita, furono inferte 154 bruciature con ferri roventi, perchè ritenuto un simulatore dagli ufficiali piemontesi. Le foto del ragazzo fecero inorridire l’Europa, mentre il generale Govone definiva “barbari” i siciliani che 3000 anni fa diderò al mondo quella che è la civiltà occidentale.
I due “banditi” erano fuggiaschi, giurarono il loro amore eterno davanti a Santa Rosalia,adorata dai palermitani e, non solo. Si dice che lui fosse un vero torello, che molte donne cadevano ai suoi piedi, cosa che era giunta alle orecchie del’amata.E mentre la sicilia era stata messa a ferro e fuoco dai piemontesi, i nostri eroi giurarono fedeltà e amore eterno. La repressione continuò nell’Isola dei Ciclopi e il primo gennaio del 1862 a Castellammare del Golfo scoppiò una tremenda rivolta dei contadini contro i latifondisti difesi dal regime savoiardo.Molti furono i morti. Il regime savoiardo mandò il generale Quintini a reprimere la rivolta.il 3 di gennaio del 1862 il grand eroe piemontese, il Generale Quintini, fucilò tre uomini tra cui un prete borbonico e tre donne, e una bambina di nome Angelina Romano, di anni otto e mesi due, era sorella di un renitente. Sei mesi dopo, il giovane renitente, giurò alla sua amata eterno amore, ma giurò anche eterna vendetta contro quegli assassini dei fratelli d’Italia.

Fonte: Facebook Note di Antonio Ciano
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Lug 30

In edicola il 2° numero de “il Brigante”, nella nuova magnifica versione magazine. Come sempre, puntuale e attento, vi è riportato all’interno (a pagina intera) il nostro volantino “Comprasud” di qualche settimana fa che abbiamo prodotto e distribuito come Partito del Sud e Insieme per la Rinascita davanti ai maggiori supermercati di Napoli e provincia.Ancora grazie a “il Brigante”, condotto e prodotto con grinta e competenza dall’amico e compatriota Gino Giammarino.

Fresco (cosa che, considerato il caldo, dovrebbe fare piacere a tutti – ndr) di stampa, arriva in edicola il nuovo numero della versione “Magazine” della nostra testata che titola in copertina: “La Panda del buco”. Il riferimento, naturalmente, è alle vicende di Pomigliano che servono, però, solo come punto di partenza per analizzare i guasti di un’Italia che, vittima di un “governo degli anziani”, è preda dell’immobilismo, del lobbismo e delle consorterie; dunque, non riesce a crescere in maniera sana. Ma sono tanti i temi interessanti presenti in questo numero. Intanto tre speciali dedicati alla storia di Palazzo Venezia e della famiglia di Gennaro e Cristina Buccino, all’isola di Procida ed al Premio Giornalistico “Città di Salerno”. E proprio il sindaco di questa città, Vincenzo De Luca, è la vittima dell’imboscata al politico di questo numero. Ma si ritrovano anche tanti altri incontri con, tra gli altri, Enrico Durazzo e le nuove produzioni “anti-leghiste” messe in campo da Napolimanìa, il ricordo di Pietro Taricone consegnato ai nostri lettori da Marisa Laurito, le due brave colleghe Paola Rendina e francesca Fortunato che stanno dimostrando che si può fare un programma radiofonico sul calcio e sul Napoli in maniera signorile e professionale, l’anticipazione del nuovo libro di Eugenio Bennato dallo stimolante titolo: “BRIGANTE SE MORE - Viaggio nella musica del Sud”. Beh, insomma…un numero che, come sempre, vale davvero la pena di essere acquistato e archiviato. Dunque, se volete saper proprio tutto, come direbbe la grande Sofia:“ACCATTATAVILLE”!
Gino Giammarino
Fonte : http://www.ilbrigante.com/
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Jul 30

1. Herbalife è una multinazionale con 25 anni di esperienza diffusa oggi in 60 paesi del mondo
2. Tutti i prodotti sono a base naturale, vero e proprio "cibo" senza controindicazioni
3. 45.000.000 di clienti soddisfatti in tutto il mondo
4. Herbalife ha finanziato il primo laboratorio al mondo di Nutrizione Cellulare e Molecolare all'interno dell'Università UCLA di Los Angeles, diretto dal Prof. David Heber, nutrizionista di fama mondiale, Direttore del nostro staff medico-scientifico. Heber è l'ideatore di ShapeWorks, la nuova linea nutrizionale basata sulla personalizzazione dell'apporto di proteine di soia.
5. All'interno del suo comitato medico scientifico illustri personalità come il Premio Nobel per la Medicina 1998 Dr. Louis J. Ignarro, famoso per i suoi studi sulla cardiovascolarità. Ignarro ha già firmato prodotti rivoluzionari di prevenzione e benessere in esclusiva per Herbalife, come il Prelox Blue ed il NiteWorks (per saperne di più clicca qui)

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale

Lug 30

A FILIERA NUCLEARE

Tutti i veri costi del nucleare

Il nucleare come soluzione al riscaldamento terrestre indotto dalle attività umane?

Il nucleare come energia pulita?

Il nucleare come approvvigionamento energetico moderno e facilmente disponibile?

Il nucleare come approvvigionamento energetico a costi moderati?

Il nucleare senza ormai segreti per l’umanità?

Menzogne enormi dette senza argomentare nemmeno una delle componenti la filiera, anzi una sola viene argomentata: il grande vantaggio dato dalla tanta energia prodotta con quantità minime di carburante.

Come dato è reale ma è come se per determinare il prezzo del latte, nel computo, inserissi solamente l’atto della mungitura della mucca, senza calcolare l’allevamento del vitello; la produzione dei foraggi; le cure mediche; la costruzione delle stalle; il mantenimento dei pascoli; la pulizia degli animali e degli ambienti preposti ad ospitarli; lo smaltimento del letame e dell’urina; lo smaltimento delle carcasse e del sangue a macello avvenuto, dopo che l’animale non è più produttivamente vantaggioso e, inoltre, l’allevamento degli animali maschi che pur non producendo latte, sono di tanto in tanto, indispensabili e, per di più, nascono anche loro e anche loro vivono e muoiono.

Per funzionare, una centrale elettrica nucleare, necessita di carburante e questo è l’uranio, arricchito o no, non è che si trova in vene di roccia come per il marmo di Carrara o per il granito di Candoglia, ma è presente in piccole tracce in pietre che devono essere sgretolate, producendo scarti che comunque sono radioattivi e grande consumo di energie generate da combustibili fossili che, guarda caso, essendo lavorazioni effettuate in paesi in credito per quanto riguarda la produzione di co2, abbattono le quote di co2 dei paesi proprietari delle aziende estrattrici.


Un escamotage per rendere meno costoso lo smaltimento di questi scarti è stato quello di renderli legalmente materiali inerti; ovviamente è una presa in giro più che conosciuta dagli addetti ai lavori che però non coinvolge più di tanto l’opinione pubblica proprio a causa delle menzogne diffuse sulla loro vera natura. Quasi sempre questi materiali sono estratti laddove governi corrotti ben si prestano a questo gioco, in quanto facili e grandi guadagni vengono distribuiti ad un ristretto numero di persone nella valuta del luogo per giunta, non certamente alla popolazione che invece ne trae solo gli svantaggi dati dall’inquinamento dei terreni e delle acque dietro il quale, tra l’altro, si cela una delle più grandi motivazioni che portano alla fuga da luoghi che già sono colmi di problematiche quali ad esempio la desertificazione.

Motivazioni che portano le persone più giovani e forti a fuggire dal proprio paese che, per meglio sopravvivere, proprio di loro avrebbe bisogno, andando a rimpinzare le tasche dei moderni schiavisti che, rubandogli i pochi soldi che riescono a racimolare con grande sacrificio di tutta la famiglia li lasciano morire durante gli spostamenti nel deserto o facendoli annegare nel Mediterraneo.


Sto parlando solo dell’estrazione del pechblenda nel nord del Niger; ovviamente tutti questi costi, umani ed economici ci si guarda bene dal diffonderli e, quando nonostante tutto, emergono, li si minimizza o li si considera la giusta ammenda per tutti i benefici che portano, a noi. Prima di diventare carburante, l’uranio deve subire altri processi che vengono effettuati nei paesi proprietari della materia prima, lavorarlo sul posto permetterebbe alla nazione ospitante gli impianti di estrazione, di appropriarsi di una tecnologia che deve invece rimanere appalto delle grandi potenze, infatti, dalla scoperta del potere racchiuso nell’atomo, proprio le nazioni detentrici di questa tecnologia le fa annoverare tra le più potenti al mondo e si guardano bene dal permetterne la diffusione.

La Francia, dall’inizio del viaggio nel nucleare, in questo settore si è scavata una propria nicchia, restando per molti anni una delle tre nazioni con capacità autonome di gestirlo insieme all’ex Unione Sovietica e agli USA.

La Francia, per molti anni, ha nascosto la vera natura degli scarti generati con l’arricchimento dell’uranio, facendo credere ai francesi che si trattava di normali sassi tanto che li distribuiva anche gratuitamente a chi ne facesse richiesta per impiegarlo in riempimenti e livellamenti di terreni, propedeutici anche alla fabbricazione di stabili pubblici quali abitazioni o stadi, o per la realizzazione di piazzali per parcheggi, fino a giungere ad accumularli in discariche che una volta colme, vengono esteriormente bonificate e portate a diventare spazio verde sul quale si invitavano le famiglie a passare il proprio tempo libero attirandole con infrastrutture accattivanti quali passeggiate, tavoli, panche e barbeque.

Però, essendo questi materiali comunque radioattivi, per quanto di bassa attività, dopo anni e anni di queste pratiche, stanno sortendo i risultati negativi dati dall’accumulo di tali sostanze nell’organismo delle persone che vivono nelle vicinanze di questi luoghi. E’ vivo oggi in Francia, un movimento di persone che chiede a viva voce che: vengano chiariti i danni potenziali dati da questi materiali; vengano comunicate la vera natura dei materiali depositati nelle discariche;vengano dichiarati luoghi non agibili; vengano dichiarati luoghi a rischio e recintati per evitare che vi si possa accedere liberamente.

Tutto ciò senza nemmeno essere giunti alla produzione di energia e senza ancora aver costruito la centrale con tutte le implicazioni date dai moderni target di sicurezza ai quali bisogna attenersi con gli enormi costi che ciò comporta e senza prendere in considerazione lo smaltimento dei materiali di risulta di bassa, alta e altissima radioattività derivanti dalla produzione di elettricità. Perché se è vero che la maggior parte del materiale che viene a contatto con la filiera di produzione di energia, come attrezzature che magari sono solo potenzialmente a rischio e sono comunque da trattare con metodologie atte a togliere ogni rischio, ci sono materiali con una emività radioattiva di alcune centinaia di anni quali i materiali e i liquidi di moderazione o parti degli impianti, ci sono inoltre i residui del carburante, questo si di quantità ridotta rispetto a quella descritta sin qui, ma che prima di tornare allo stato radioattivo misurato all’atto dell’estrazione dalla miniera, necessita di centinaia di migliaia di anni.

Stanno provando a costruire depositi che forniscano la sicurezza richiesta, fallendo immancabilmente nell’intento, infatti non esiste ad oggi un deposito considerato definitivo nonostante ne abbiano già riempiti alcuni, teniamo presente che alcuni di questi depositi sono stati bloccati e uno in Germania sta all’interno di un progetto mai nemmeno preso in considerazione, di svuotamento per sopravvenute condizioni di altissimo rischio dato dal cedimento di strutture

considerate all’inizio eterne che invece si sono rivelate non più praticabili con il duplice problema di smaltire il materiale già li depositato e di bonifica del sito prima che i danni rilevati migrino verso le falde acquifere, essendo i siti colmi ormai di acque radioattive che per ora vengono concentrate pompandole nelle sezioni più profonde di quella che era una dismessa miniera di salgemma. Tale miniera era considerata sicura proprio per la sua natura, in quanto i contenitori di sostanze radioattive necessitano di luoghi asciutti che si pensava garantiti da una miniera di sale, però non si era probabilmente presa in considerazione l’intrusione dell’uomo nel sito con infrastrutture che hanno un peso sicuramente superiore a quello che era dato in origine dal salgemma stesso e nemmeno era stato considerato l’impatto delle vibrazioni date dalla fabbricazione del manufatto e dall’azione dello stoccaggio che avviene in modo automatizzato.

E’ stata presa in considerazione la stabilità politica del paese ospitante il deposito, prendendo come dato che il governo più antico sulla terra, data solo alcune centinaia di anni mentre la gestione di tali depositi deve essere garantita per migliaia di generazioni di esseri umani che stramaledirà in eterno questa nostra attuale attività criminale nei confronti del nostro pianeta?

No, non è stata presa in considerazione, o meglio, chi gestisce tutto questo adduce come scusante che negli anni a venire l’uomo riuscirà sicuramente a gestire tutto questo, nel frattempo avremo energia a disposizione per autodistruggerci con le modalità che più ci garbano togliendo risorse economiche all’attuazione di modalità di consumo energetico più compatibili con il nostro pianeta e deviando risorse economiche verso l’accentramento di produzione di energia invece che verso l’autoproduzione di piccole quantità di energia, fatto che già si sta verificando con modalità di gran lunga meno costose di pochi anni fa, ma che tolgono potere a chi vuole speculare e a chi vuole detenere il potere dato dalla produzione il larga scala di energia.

Paese

Reattori in funzione

Reattori in costruzione

Percentuale dell’energia nucleare prodotta nel 1999 rispetto al totale

Argentina

2

1

9.04

Armenia

1

0

36.36

Belgio

7

0

57.74

Brasile

1

1

1.12

Bulgaria

6

0

47.12

Canada

14

0

12.44

Cina

3

7

1.15

Corea del Sud

16

4

42.84

Finlandia

4

0

33.05

Francia

59

0

75

Germania

19

0

31.21

Giappone

53

4

36

India

11

3

2.65

Iran

0

2

0

Lituania

2

0

73.11

Messico

2

0

5.21

Paesi Bassi

1

0

4.02

Pakistan

1

1

0.12

Regno Unito

35

0

28.87

Repubblica Ceca

4

2

20.77

Romania

1

1

10.69

Russia

29

3

14.41

Slovacchia

6

2

47.02

Slovenia

1

0

37.18

Spagna

9

0

30.99

Sud Africa

2

0

7.08

Svezia

11

0

46.8

Svizzera

5

0

36.03

Ucraina

14

4

43.77

Ungheria

4

0

38.3

Usa

104

0

19.8

Fonte: Agenzia internazionale per l’energia atomica

La diminuizione drastica di costruzione di centrali nucleari verificatasi negli ultimi anni fa ben comprendere quanto non si sia veramente orientati verso questa forma di produzione di elettricità, considerando inoltre che le popolazioni ospitanti gli impianti vanno via via meglio informandosi sui reali rischi e sulla lunga vita di questi.

Cercherò qui di elencare tutto quello che deve realmente entrare nel computo dei costi considerando una consapevolezza reale delle persone coinvolte, considerando anche che nessuno nasconda alcunché e che invece di spendere pochi soldi per corrompere, si spendano quelli giusti per fare le cose per bene.

Costi per l’estrazione dell’uranio (compresi i costi di reale messa in sicurezza degli impianti e del personale operante): impianti di estrazione dalla cava; impianti di estrazione dell’u235 dalla roccia grezza; smaltimento in sicurezza dei materiali di scarto; smaltimento delle parti degli impianti sostituite per usura; smantellamento degli impianti a fine ciclo estrazione; bonifica di tutti i luoghi coinvolti nell’estrazione; bonifica di tutto ciò che viene coinvolto dagli inevitabili incidenti che normalmente intervengono in qualsiasi attività industriale ma che nel caso in questione necessità di pratiche particolarmente costose; costi sanitari dovuti a danni alle popolazioni e all’ambiente circostanti gli impianti; trasporto dei materiali presso i siti di arricchimento; elevatissimi premi assicurativi;

Costi per l’arricchimento dell’uranio (compresi i costi di reale messa in sicurezza degli impianti e del personale operante):costruzione degli impianti per l’arricchimento; messa in sicurezza degli impianti dal rischio di attacco terroristico; messa in sicurezza dal rischio errore umano con corsi di preparazione aggiornati alle ultimissime conoscenze; smaltimento degli scarti risultanti da tale attività; bonifica di tutto ciò che viene coinvolto dagli inevitabili incidenti che normalmente intervengono in qualsiasi attività industriale ma che nel caso in questione necessità di pratiche particolarmente costose; costi sanitari dovuti a danni alle popolazioni e all’ambiente circostanti gli impianti; smantellamento degli impianti a causa della programmata obsolescenza degli stessi; bonifica del sito che ha ospitato gli impianti; elevatissimi premi assicurativi.

Costi per la centrale produttrice di energia: costruzione dell’impianto; messa in sicurezza degli impianti dal rischio di attacco terroristico; messa in sicurezza dal rischio errore umano con corsi di preparazione aggiornati alle ultimissime conoscenze; sufficiente disponibilità di acqua quale moderatrice del continuo elevarsi della temperatura del nocciolo considerando che l’elevarsi della temperatura terrestre, nei prossimi anni diminuirà la portata d’acqua di fiumi e laghi; nel caso di captazione di acqua marina, bisogna considerare i costi degli additivi antiossidanti che nel caso di acqua salata, devono essere usati in grande quantità con l’aggiunta dei costi di filtraggio e smaltimento dei fanghi residui e dei filtri stessi; costi ambientali dovuti all’inevitabile innalzamento della temperatura dell’acqua durante la fase di restituzione della stessa nell’ambiente con le inevitabili implicazioni di ciò a carico dell’ecosistema; smaltimento di tutto quello che non più utile alla produzione di energia , deve essere stoccato con le modalità precise per ogni categoria dei materiali; smaltimento dei fanghi risultanti dalle varie attività di filtraggio; smaltimento dei filtri; smantellamento degli impianti a causa della programmata obsolescenza degli stessi; bonifica del sito che ha ospitato gli impianti; bonifica di tutto ciò che viene coinvolto dagli inevitabili incidenti che normalmente intervengono in qualsiasi attività industriale ma che nel caso in questione necessità di pratiche particolarmente costose; costi sanitari dovuti a danni alle popolazioni e all’ambiente circostanti gli impianti; elevatissimi premi assicurativi.

Costi per le generazioni future: smaltimento di tutto quello che stiamo generando; smantellamento degli impianti; costi sanitari dovuti a danni alle popolazioni e all’ambiente circostanti gli impianti; elevatissimi premi assicurativi; costi psicologici dati dallo spreco di energie che i futuri abitanti della Terra utilizzeranno per maledire noi.

Fonte:Comitato Antinucleare Garigliano


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Lug 30


Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, non abbiamo ricevuto risposte da Sergio Romano in merito alle sue affermazioni tendenti a legittimare l’invasione del Meridione d’Italia nel 1860 e in buona sostanza tutta la storia risorgimentale fino ai giorni nostri. Del resto cosa avrebbe potuto opporre lo storico nordista, ex – ambasciatore, alla valanga di dati e di documenti inoppugnabili con cui abbiamo contestato le stesse?
Non è forse vero che le riserve auree del Meridione fossero superiori alla metà di quello detenuto dal resto d’Italia(445,2 milioni contro 670 totali)? Non è forse vero che in Piemonte circolasse invece solo carta straccia, priva del corrispettivo in oro? Non è forse vero che fino al 1861 il Sud non conoscesse emigrazione e fosse la parte più industrializzata del Paese (51% degli addetti,cfr. Censimento del Regno d’Italia del 1861)? Non è forse vero che vantasse la prima flotta del Mediterraneo e che proprio per questo infastidisse gli inglesi con le loro mire su Gibilterra e Suez? Non è forse vero che possedesse il maggior complesso metalmeccanico d’Italia (Pietrarsa, Mongiana e Ferdinandea)? Non è forse vero che vantasse la prima industria navale italiana (Napoli e Castellamare)? Non è forse vero che avesse adottato il primo statuto socialista del mondo( seterie di San Leucio)? Non è forse vero che la guerra e la conseguente invasione del Sud non fu nemmeno dichiarata? Non è forse vero che la crudeltà nordista sia stata censurata tra gli altri perfino da Garibaldi, Napoleone III, Lord Lennox?
Meglio fermarsi qui, perché l’elenco è sterminato.
Il 2dell6 luglio, nella stessa pagina a rubrica Lettere al Corriere (curiosa coincidenza), interviene sull’argomento Pierluigi Battista, altro noto editorialista, già vicedirettore del prestigioso quotidiano.
Quale onore!
Le voci mediterranee cominciano finalmente e seriamente ad infastidire i “bodyguard” del grande capitale e della grande finanza, ancorché romani e provenienti da “Mondo Operaio”!
Il pretesto è un libro sull’invasione coloniale del 1860, testo che occupa posizioni alte delle classifiche di vendita. Un dato sintomatico di un nuovo sentimento collettivo e dello stato di profondissima prostrazione che attanaglia oggi il Sud della penisola, pur essendo abituato a un secolo e mezzo di abbandono di tutti i governi fin qui succedutisi (di centro, di destra e di sinistra). E’ un dato che dovrebbe invitare a più attente riflessioni i prestigiosi commentatori del Corriere, anziché farli avventurare in narcotizzanti e cabarettistiche analisi che con la storia vera nulla hanno a che fare.
Il re è nudo, rendetevene conto!
Infatti al di là di espressioni esplicitamente derisorie di una dignità meridionale, tanto dolorosamente ritrovata, nell’articolo non si offre, alcun supporto di dati, o di documenti sui quali basare arcaiche (queste sì), antimeridionalistiche tesi. Neanche una matricola in Scienze della Comunicazione sarebbe stata capace di altrettanta, supponente superficialità!
Non si contano le espressioni sarcastiche adoperate nei confronti del “…Sud dipinto come vittima sacrificale del settentrionalismo rapace e predatorio…” e dell’autore “ …osannato come l’aedo del Mezzogiorno calpestato.” Mentre “ I “terroni” più acculturati…affollano le presentazioni pubbliche…” e “…riconoscono nel suo autore un vendicatore della memoria negata…il loro libro culto di riscatto, un po’ come i parenti dei ” vinti ” del dopoguerra antifascista con i libri di successo di Giampaolo Pansa.”
E con ciò anche Pansa è sistemato, come si dice “una botta al cerchio e …”!
E cosa sarebbero le“ …elegie neoborboniche”? Null’altro che esaltazioni polemiche di un’ “…identità sanguigna e arcaica dell’antropologia meridionale, del suo stile di vita e dei suoi ritmi esistenziali decisamente antinordici”.
Questa è davvero buona, secondo il nostro eroe, stili di vita e ritmi esistenziali non hanno dignità propria ma possono essere solo con, o contro, il Nord!
Articoli del genere, oltre a distinguersi per una sconvolgente desertificazione intellettuale, privi come sono del benché minimo supporto agli inutili tentativi di mistificare ancora la storia, ci ricordano quelli degli inizi del ’90, quando le analisi sul fenomeno nascente del leghismo nordista (legittimato dai Miglio, Bocca, ecc.) si sprecavano ed erano altrettanto approssimative e spocchiose, dovendo constatare poi negli anni successivi quanto fossero anche campate in aria.
Non ci è dato sapere se Battista conosca le stratosferiche differenze tra i costi sostenuti dalla Germania (e in un primo tempo, per la sola Berlino) per la riunificazione(1500 miliardi di euro, attualmente ogni anno si versano 100 miliardi di euro) e quelli relativi alla Cassa del Mezzogiorno(per tutto il periodo dal 1951 al 1992: 140 miliardi di euro, con una spesa media annuale di 3,2 miliardi di euro). Eppure la Germania Federale, a differenza di quanto avvenuto in Italia (dove il Sud è stato depredato di tutto), nulla aveva tolto a quella Orientale. Così come non ci è dato sapere se Battista conosca i reali beneficiari del Piano Marshall alla fine della seconda guerra mondiale.
Potremmo abbondantemente continuare, ma basta e avanza!
E’ vero, il libro in questione è solo l’ultimo e forse neanche il più originale, ad affrontare l’argomento Sud e la sua invasione coloniale (piaccia o no ai settentrionali, di questo si tratta, non altro), ma il momento storico e gli stenti che oggi devastano il Meridione sono differenti e insostenibili, di ciò il nuovo “homo mediterraneus” ha finalmente consapevolezza, anche se non pretendiamo che i prestigiosi commentatori del Corriere se ne siano accorti!
Come sostiene Ildefonso Falcones nel suo intervento alla “Milanesiana” pubblicato proprio dal Corriere, “Milioni di cittadini stanno tirando la cinghia, ma le banche, con il denaro di quegli stessi cittadini, no, e la cosa peggiore è che i dirigenti continuano a essere sempre gli stessi…”!
I nemici più pericolosi e subdoli del Sud non sono gli ignoranti, i finti medici, le “trote”, i piccoli imprenditori del Nord con il conto in Svizzera, ma certi epigoni di Cavour e dell’infame Lombroso (ancora oggi celebrato in un altrettanto infame museo a Torino), sono loro i veri “cani da guardia” del grande capitalismo nordista, quello dei tesoretti esteri e del mantenimento di uno “status quo” feudale della nostra meravigliosa penisola.

Francesco del Vecchio

Fonte:Fb note di Francesco del Vecchio
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Lug 30

Da notizia Ansa ho saputo che sono stati chiusi due locali simbolo della movida milanese, l’Holliwood e il The Club, convolti in un giro di droga e di mazzette…davvero li possiamo considerare dei simboli della decadenza di quella “Milano da bere”, della città che non dorme mai e del “perchè qui si lavora”. Non voglio fare il facile moralista ne’ generalizzare, ma la notizia mi ha colpito, e non per la solita cerchia di vip o pseudo-vip coinvolti, ma soprattutto perchè sembra uno di quei classici segnali di fine di un’epoca.
Davvero non si capisce come nel “belpaese” si puo’ ancora essere orgogliosi della città delle tangenti; perchè, al contrario della retorica leghista, la Tangentopoli del ‘92 è scoppiata qui con quel nome misterioso, Pio Albergo Trivulzio, e non nel profondo Sud “degli sprechi ed inefficienze”. Milano per me è diventata quasi un simbolo di quel pezzo di società italiana basata esclusivamente sui soldi e sull’apparire…una triste scia che ci trasciniamo dagli anni ‘80 e che e’ arrivata fino a Berlusconi, ma tutti i “segnali” ci dicono che oramai è arrivata al capolinea.

Facendo un salto indietro a prima dell’Unità d’Italia, che per noi meridionali e’ stata una guerra di conquista coloniale, Milano era una città molto meno popolata e meno importante di Napoli (secondo i dati del censimento del 1861 Napoli contava ca. 500.000 abitanti contro i ca. 200.000 di Milano…) e, paradossalmente, gli austriaci dicevano dei milanesi e dei lombardi le stesse cose che i settentrionali dicono di noi “terroni” (Con tutti i soldi che mandiamo, sfaticati, inetti…etc etc…). La “malaunità” del 1861 ha distrutto il Sud, non solo con una feroce guerra costata centinaia di migliaia di morti, infamati come “briganti” dagli scrittori prezzolati di regime sabaudo, ma anche con la distruzione della nascente industria navale e manifatturiera presente al Sud e contemporaneamente ha creato le basi del triangolo industriale tra Genova, Torino e Milano; basti pensare allo svilimento di Pietrarsa, alla quale furono negate tutte le commesse pubbliche per favorire l’Ansaldo di Genova che, all’epoca, era molto molto meno sviluppata ed importante dell’opificio partenopeo.
Per aggiungere al danno la beffa, si è creato il mito del “Nord produttivo”, quasi come se stessimo parlando di una popolazione etno-antropologicamente migliore di quella meridionale (nonostante i “troppi” meridionali immigrati al Nord…oramai e’ una delle classiche boutade non solo dei leghisti ma anche di tanti giornalisti, opinionisti e altri comunicatori che dovrebbero essere imparziali ed oggettivi).
In effetti le industrie del Nord sono state assistite continuamente dallo Stato italiano fin dall’800 e tutte le scelte di politica economica ed industriale, dal periodo post-unitario passando per il periodo fascista ed arrivando alla partitocrazia repubblicana, sono state sempre in direzione di rafforzare un Centro-Nord che produce e decide ed un Sud che consuma, insomma dopo averlo creato il divario, lo hanno anche rafforzato!
Dopo le angherie subite in 150 anni di colonizzazione, con la crisi dell’industria manifatturiere italian-padana (come mai oggi che c’e’ la concorrenza dell’Est si parla di nuovo di protezionismo mentre per le Due Sicilie un secolo e mezzo fa si diceva che erano “retrogradi”???), la rinascita di una coscienza meridionalista ed il passaggio ad un economia post-industriale, finalmente noi meridionali abbiamo una possibilità di riscatto per la quale lottare…non dovremmo più seguire i modelli del Nord, non ci dovrebbe interessare competere per la capitale delle veline e dei tronisti…dobbiamo trovare un nostro modello di sviluppo sostenibile, più giusto, più solido e più solidale, basato su valori veri e non su quelli effimeri come il facile e veloce arricchimento, l’esibizionismo e la striscia di coca.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD
Fonte:Partito del Sud - Roma
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Lug 30

VIBO VALENTIA - Quest’estate quello che potrà distoglierci dalla voglia di arrostire sotto il sole lungo gli 800 km di variegate coste calabresi, si trova lasciando il fascino del paesaggio costiero, spostandosi nell’entroterra, dove non ci si aspetta di scoprire suggestive aree boschive che ammantano di verde ampi tratti delle alture locali; avvolgono di fresca quiete lo spirito riarso dal caldo che scioglie; dove si riscoprono tracce del passato, monumenti di religiosità, di storia, varietà naturalistiche sottratte all’incedere del moderno appiattimento della globalizzazione.
Nel mare verde smeraldo delle coste di Nicotera, Pizzo, Tropea, si specchia lo spirito delle montagne della tanto bistrattata provincia di Vibo Valentia. Tra lo Ionio e il Tirreno, tra la Sila e l’Aspromonte, l’Appennino calabrese è costituto dalle Serre Calabre, due lunghe successioni parallele di rilievi montuosi e collinari, che ricordano i denti di una sega e predominano graniti, porfidi, dioriti; in alcune zone argille e calcari.
Domina Monte Pecoraro, la vetta più elevata, con 1.423 metri, e vigila su lussureggianti boschi di conifere e latifoglie che traggono vantaggio dalla ricchezza di minerali nel substrato di origine granitica e dalle forti precipitazioni. È un ambiente favorevole anche per le tante varietà di funghi che stabiliscono con le piante superiori un rapporto utile per entrambi: la pianta fornisce gli zuccheri che i funghi non sono in grado di produrre, mentre il fungo può cedere acqua e sostanze minerali, visto che le ife fungine hanno una capacità di assorbire acqua dal terreno superiore a quella delle radici degli alberi.
Questi patrimoni verdi sono giunti fino a noi non senza difficoltà. Il bosco era risorsa indispensabile per il funzionamento dell’industria siderurgica che lavorava i minerali di ferro presenti nella vallata dell’Allaro e le varie dominazioni hanno sfruttato ferocemente il bosco a vantaggio della produzione industriale. Ferdinando II di Borbone, nella seconda metà dell’800, arrestò tale sfruttamento selvaggio con una legge che conciliava la produzione industriale con la conservazione e l’incremento del patrimonio forestale.
Altre norme hanno continuato a garantirne la tutela, riaffermando sempre più la necessità di conservazione degli equilibri naturali e ambientali.
Nel 1977 fu costituita la rete delle Riserve naturali Statali e la legge Galasso del 1985 ribadì una serie di norme per la conservazione di tutti i boschi pubblici e privati sempre più minacciati da uno pseudo sviluppo e dalle sue conseguenze. Oggi questo patrimonio è ben custodito e, soprattutto nelle Riserve, ben tutelato. Per continuarne la conservazione bisogna che sia meglio conosciuto, si rispetta quello che si conosce e se ben si conosce, si ama. L’approccio deve essere appropriato, rispettoso dei complessi e delicati equilibri naturali che determinano o alterano la conservazione, così, il bosco può essere fruito, può essere goduto, può trasmettere all’uomo benessere esteriore ed interiore.
Il concetto di riserva biogenetica nasce con lo scopo di proteggere gli habitat di specie animali e vegetali minacciate di estinzione e di difendere il patrimonio genetico europeo, è una zona protetta che beneficia di un particolare regime giuridico e caratterizzata da uno o più habitat, biocenosi o ecosistemi tipici, unici, rari o in pericolo.
Entro il perimetro delle riserve è consentito l’accesso per ragioni di studio, per fini educativi, per compiti amministrativi, di vigilanza e per l’attuazione dei disciplinari previsti dalla legge.
Le riserve naturali biogenetiche in Italia sono attualmente 43; particolarmente numerose sono quelle istituite in Toscana e in Calabria, nella nostra regione, oltre a proteggere importanti formazioni forestali, rappresentano ambienti particolarmente interessanti per la vegetazione e soprattutto per la fauna presente, che annovera tra gli altri animali il lupo, il capriolo, e numerosa avifauna stanziale e migratoria e sono affidate, in base all’art. 31 della legge 6/12/1991 n. 394 sulle aree protette, alla gestione del Corpo Forestale dello Stato.
Sono uno scrigno di valori naturali e ambientali a disposizione di chi sa goderne i benefici e sa trarne insegnamenti per migliorarlo e non alterarlo. Tale patrimonio deve essere tramandato come significativo testimone alle future generazioni.
In un contesto storico, culturale e naturalistico del territorio, dove si trovano la Certosa di Serra San Bruno, luogo mistico religioso, la Fabbrica d’Armi e le Ferriere di Mongiana e della Ferdinandea, notevoli opifici del Regno Borbonico, si inseriscono le 2 Riserve Naturali Biogenetiche Europee “Marchesale” e “Cropani Micone”, ricadenti nei comuni di Mongiana, Arena, Acquaro e gestite dall’Ufficio Territoriale per la Biodiversità del Corpo Forestale dello Stato. Il centro, con a capo l’Ing Angelo Daraio, V. Questore Agg. del Corpo Forestale, ospita il Comando provinciale del CFS della provincia di Vibo Valentia e il Centro per la Formazione del CFS di Mongiana. Oltre all’attività di controllo particolarmente mirata ai reati contro l’ambiente, si punta molto sull’opera di prevenzione, i cui destinatari sono in particolare i ragazzi delle scuole.
Queste Riserve Statali sono incastonate nel Parco Naturale Regionale delle Serre, istituito nel 1990, i cui confini sono stati delineati solo nel 2003, ma che ha allargato il territorio protetto e interessa le provincie di Vibo Valentia, Catanzaro e Reggio Calabria.
Le Riserve contribuiscono con gli altri boschi calabresi a formare quella che un tempo veniva denominata la Selva Brutia di notevole significato biogeografico, data la posizione centrale nel bacino mediterraneo, che contrasta, con la propria presenza gli effetti negativi siccitosi che avanzano , minacciosi, dal nord-Africa.
Questa condizione sofferta, determina nella flora montana il radicarsi e il consolidarsi di genotipi di sicuro interesse. L’Abete bianco ne è una dimostrazione. Presente anche in molte altre aree dell’Appennino esso seleziona caratteri di resistenza, probabilmente da correlare alla particolare marginalità nell’areale geografico naturale. Infatti la specie Abies alba manca sia in Sicilia che in Africa.
Tra le suggestive abetine naturali delle Riserve, assumono particolare rilievo anche le formazioni boschive comprendenti il tasso europeo. Relitto appartenuto all’antica flora Terziaria, il tasso richiede una particolare forma di tutela, dovuta alla crescita molto lenta.
Importanti consociazioni con ontani, carpini, frassini, lecci, castagni assicurano una interessante variabilità. Il sottobosco accoglie splendidi arbusti di agrifoglio e pungitopo che assieme al novellame naturale di faggio e abete bianco contribuiscono a determinare una struttura multiforme, varia e complessa. Non mancano piccoli lembi di radura con specie arbustive di ginestre, cisti, erica.
Capita spesso di imbattersi in esemplari di volpi, ricci, donnole o rilevare ghiri, moscardine e altri piccoli roditori.
Fra le specie di avifauna oltre alla comune poiana, nocciolaia, ghiandaia, scricciolo, si scoprono presenze di picchio verde, gufo, allocco, differenti specie di falchi, mentre fra i migratori si è registrato il passaggio di aironi cenerini e svassi minori attirati da un laghetto che poggia nell’altopiano lungo l’alveo del torrente Allaro. Interessante il progetto di salvaguardia della razza murgese del cavallo su cui fa affidamento il servizio di controllo del Corpo Forestale dello Stato.
Questi tesori di biodiversità, questi territori ricchi di vita, di paesaggio, di emozioni, trovano la loro vetrina ideale in una struttura ubicata all’interno della Riserva Naturale Biogenetica Europea “Cropani Micone” a 910 metri s.l.m., nel comune di Mongiana, il centro polifunzionale del Corpo Forestale dello Stato “Villa Vittoria” che con i suoi sentieri di piante officinali, alberi da frutto del passato, raccolta di rocce, orto botanico, sentiero biblico, sentiero delle ortensie, sentiero faunistico, allevamento di cavalli murgesi, vivaio forestale, valorizza le risorse naturali del territorio, promuovendo tutte le iniziative per facilitare la conoscenza e rilevare l’importanza dei suoi valori naturalistici, storici e culturali.
Oltre l’area dei sentieri didattici concentrati all’interno di Villa Vittoria, ampiamente fruibili anche da persone diversamente abili (c’è anche un sentiero appositamente creato che riassume le raccolte più significative di piante e rocce), si spazia con i percorsi naturalistici nelle riserve, sentieri tabellati e segnati sul territorio. Le riserve sono altresì attraversate dal Sentiero Frassati della Calabria (Mongiana – Serra San Bruno), circuito ad anello che permette di ammirare la natura incontaminata, nonché le tracce di vecchi mulini, casolari abbandonati, percorso che parla di natura, religione, storia.
I rifugi montani sono valorizzati dai numerosi campus estivi organizzati da gruppi scout provenienti da tutta Europa oltre che da ricercatori. L’interesse biologico e selvicolturale ha polarizzato l’attenzione di numerose Università. Studi vengono condotti sulle specie endemiche, ma anche sui caratteri strutturali dei boschi.
La didattica viene perfezionala dalla presenza del Centro di Esperienza gestito in collaborazione con gli Enti Locali. La sua funzione permette di orientare le visite delle numerose scolaresche e di gruppi organizzati di turisti che trovano ristoro, soprattutto in primavera e estate. Si possono vivere esperienze di educazione ambientale incentrate sia su attività didattiche in aula, che sull’esplorazione diretta dell’ambiente, attraverso visite guidate e percorsi didattici specifici.
Le morbide trine di vegetazione che fanno da contorno ai sentieri attraggono e stupiscono i visitatori, restare affascinati da un paesaggio che rilassa lo sguardo e l’anima è facile. Quello che è difficile da credere è che questa bellezza potremmo esportarla anche nelle nostre piazze, nelle nostre città. Il pezzetto di carta, il bicchiere di plastica o, peggio, il sacchetto di rifiuti dopo il picnic, che non buttiamo a terra o dal finestrino dell’auto, e che ci sacrifichiamo a portarci dietro fino al primo cassonetto, ci può portare a vivere in un mondo felice, pulito.
Non è il piccolo atto inquinante che crea il danno enorme, ma è che lo stesso piccolo gesto è da moltiplicare per tutte le volte che lo facciamo e per tutti quelli che lo fanno; e non è detto che dietro di noi possa passare sempre qualcuno o porre rimedio alla nostra maleducazione. Quello che combiniamo all’ambiente, ce lo troviamo sbattuto in faccia prima o poi.
Questa Terra è come una grande bolla che contiene tutto, dove saremo sommersi dai rifiuti che produciamo se non siamo in grado di “ripulirli” e “riutilizzarli”.
Il polmone verde della vegetazione si assottiglia e non riuscirà più a digerire il nostro inquinamento, che ora ci restituisce sotto forma di ossigeno respirabile; le mille risorse nelle variabili della biodiversità della natura, vengono distrutte giorno per giorno e non troveremo più sostanze utili e preziose per la nostra sopravvivenza. Distruggendo un piccolo e secondo noi inutile elemento può crollare il mondo al quale esso è funzionalmente collegato.
Tutto è importante, basta pensare agli insetti impollinatori, senza di essi e senza la necessità delle piante di attirare la loro attenzione, noi oggi forse non avremmo avuto i fiori…
Anche questo è biodiversità che letteralmente viene dalla combinazione delle parole “biologico” e “diversità”. Significa tutte le varietà di vita sulla terra. Non solo tutte le differenti specie vegetali o animali, come i cavalli e le mele, ma anche le variazioni all’interno di ogni specie, come cavallo Murgese e mele Fontanarosa. In effetti, si riferisce anche alla varietà che esiste tra un Murgese e l’altro o tra le Fontanarosa o le limoncelle stesse.
C’è tanta biodiversità. E questo è un bene.
La biodiversità è importante, prendiamo ad esempio la biodiversità agricola.
Meno risorse genetiche significa meno opportunità per la crescita e per l’innovazione dell’agricoltura.
La perdita di biodiversità non limita solamente le opportunità di crescita; mette in pericolo le scorte alimentari. L’agricoltura perde la capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali, come il riscaldamento globale o nuovi insetti nocivi e malattie. Se le attuali disponibilità alimentari non riescono ad adattarsi ai mutamenti dell’ambiente, ci potremmo trovare veramente in grave difficoltà.
Sfortunatamente, questo patrimonio si è notevolmente ridotto negli ultimi decenni. La spinta per un aumento della produzione agricola e dei profitti ha orientato la scelta su un numero limitato di varietà di piante e di razze animali ad alto rendimento. Questo è un altro retaggio della “rivoluzione verde”.
Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2010 anno internazionale della biodiversità. La Convenzione per la diversità biologica (CBD) era un protocollo approvato nel dicembre del 1993 per la difesa e la salvaguardia della Terra e di tutte le sue specie: nell’aprile del 2002 i governi sottoscriventi si erano posti l’importante obiettivo di raggiungere entro il 2010 una significativa riduzione della perdita di biodiversità a livello globale, nazionale e regionale.
Il 2011 sarà l’Anno Internazionale delle Foreste per sostenere l’impegno di favorire la gestione, conservazione e lo sviluppo sostenibile delle foreste di tutto il mondo.
Grandi organizzazioni mondiali si preoccupano tanto di queste emergenze ambientali perché mettono a rischio la vita stessa del Pianeta.
Le Riserve Naturali Biogenetiche assolvono a tal proposito funzioni fondamentali:
. Preservare la genetica originaria dell’ambiente naturale.
. Preservare aree rappresentative e siti geologici di particolare importanza.
. Consentire ai sistemi ambientali di evolversi secondo natura.
. Contribuire ad accrescere le conoscenze scientifiche.
. Fornire opportunità per le attività ricreative consentite all’interno dell’area protetta.
. Preservare i processi essenziali per particolari specie e habitat.

Siamo lontani dalle impressioni di un viaggiatore inglese dell’ottocento che vedeva nelle nostre montagne «qualcosa di tanto selvaggio e di tanto tenebroso, dai boschi fitti e oscuri, da soggiogare le mente …» oggi i nostri boschi sono meta ambita per rinfrancare il corpo e lo spirito, per educare, per vivere un’esperienza indimenticabile.

Descrizione e cenni storici

Maggiore fra le 2 riserve naturali statali tutelate dall’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Mongiana (VV), la “Marchesale” viene acquisita al demanio forestale nel 1914 come parte di un feudo appartenuto prima alla Marchesa Caracciolo di Arena che la ereditò a sua volta dai duchi di Atri dopo il 1650; l’acquisizione ai beni dello Stato del territorio che poi verrà a far parte della riserva statale Cropani Micone si perfeziona, invece, nel 1918.
Significativa fu l’acquisizione all’Azienda del Demanio Forestale che permise di bloccare lo sfruttamento a cui fu soggetta l’area negli ultimi decenni del XIX sec. Lo status di Riserva Naturale Biogenetica venne assunto nel 1977.
Il profilo geografico dell’area è tipicamente montuoso, dal punto di vista climatico si rileva la frequenza di venti umidi occidentali provenienti dal Tirreno che sono all’origine di abbondanti precipitazioni, abbondanti in autunno e in inverno. I suoli sono di origine granitica risalente ad epoca remota e di particolare ricchezza mineralogica.
Le Riserve contribuiscono con gli altri boschi calabresi a formare quella che un tempo veniva denominata la Selva Brutia di notevole significato biogeografico, data la posizione centrale nel bacino mediterraneo. L’insolita appendice della Calabria prolunga i suoi benefici effetti naturalistici fin all’estrema propaggine meridionale della penisola, limitando e contrastando gli effetti climatici siccitosi che, minacciosi, avanzano dal nord-Africa e che interessano lembi della regione siciliana.

Flora
Le condizioni geografiche e climatiche della montagna calabrese determinano il radicarsi e il consolidarsi di genotipi di sicuro interesse che nelle Serre assumono particolare valenza e significato; l’abete bianco ne è una dimostrazione. Presente anche in molte altre aree dell’Appennino esso seleziona caratteri di resistenza, probabilmente da correlare alla particolare marginalità del proprio areale geografico naturale, mancando infatti in Sicilia, dove è sostituito dall’abete dei Nebrodi.
Le abetine naturali costituiscono una delle principali attrazioni delle riserve naturali serresi. Assume particolare rilievo la presenza nell’ambito delle formazioni boschive naturali del tasso europeo, esempio tipico della flora dell’era Terziaria, da cui è facile desumere l’importanza della tutela particolare che ad esso viene assicurata, data anche la lenta crescita e la scarsa abbondanza sul territorio che caratterizza il Taxus baccata.
Le riserve presentano interessanti stagni dove crescono specie vegetali interessanti e dove si determinano aspetti fisionomici particolari e suggestivi resi ancora più interessanti dai particolari effetti risultanti dalla erosione dovuta ai rigagnoli che corrugano il territorio.
La utilizzazione del territorio risalente al periodo che ha preceduto la demanializzazione dell’area naturale, ha sollecitato l’opera di rimboschimento in piccole aree dove comunque l’intervento dell’uomo ha in particolare effettuato un consolidamento delle formazioni boschive naturali esistenti e che per cause molteplici lamentavano limitate sofferenze.
Gli interventi selvicolturali sono stati pertanto mirati a orientare la progressiva sostituzione delle conifere da piantagione e la stessa douglasia con le specie spontanee.
Importanti consociazioni con ontani, carpini, frassini, lecci, castagni assicurano una interessante variabilità. Il sottobosco accoglie splendidi arbusti di agrifoglio e pungitopo che assieme al novellame naturale di faggio e abete bianco contribuiscono a determinare una struttura multiforme, varia e complessa.
Non mancano piccoli lembi di radura con specie arbustive di ginestre, cisti, erica e agrifoglio.

Fauna
Le Riserve si inseriscono in un corridoio naturale di alto valore naturalistico che negli ultimi decenni ha visto consolidare l’estensione delle aree boscate e delle aree protette. Non mancano le occasioni di imbattersi in esemplari di volpi, ricci, donnole, e non è neanche raro rilevare ghiri, moscardini e altri piccoli mammiferi roditori. Frequenti cumuli di terra ci mettono sulle tracce delle talpe. La lepre mediterranea rimasta con ridotte popolazioni nel sud Italia e in Corsica frequenta le aree di radura limitrofe alle aree protette.
Non è raro imbattersi in qualche serpente, soprattutto nei pressi delle radure e dei campi limitrofi, dove trova riparo il cervone.
Fra le specie di avifauna oltre alla comune poiana, nocciolaia, ghiandaia, scricciolo, sono frequenti il picchio verde, il gufo, l’allocco oltre a differenti specie di falchi, e, fra i migratori, gli aironi cenerini e gli svassi minori, attratti da un laghetto che poggia nell’altopiano lungo l’alveo del torrente Allaro. Interessante il progetto di salvaguardia della razza murgese del cavallo su cui fa affidamento il servizio di controllo del Corpo forestale dello Stato.

Ferriere borboniche
Un cenno viene fatto al dato storico che sollecita qualche considerazione sulla tutela riservata al bosco delle Serre data la presenza delle Ferriere borboniche. Nella seconda metà del `700 si insediano, in forma stabile, nelle Serre e, precisamente, lungo l’Allaro e lo Stilaro, torrente dello Jonio reggino, alcuni stabilimenti metallurgici.
Data la progressiva riduzione dell’area boschiva a causa della notevole richiesta di carbone vegetale, si registra lo spostamento degli stabilimenti ai confini dei boschi.
Le ferriere che si insediano nelle Serre a pochi chilometri da Serra San Bruno determinano la nascita dell’agglomerato di Mongiana in mezzo al feudo boschivo appartenente al principe di Roccella, feudatario di Fabrizia.
Per evitare compromissioni notevoli alla consistenza boschiva, al fine anche di dare stabilità alla produzione della nuova ferriera, viene varata una legge a tutela del patrimonio boschivo «pro Mongiana».
Continuando questa disamina storica è interessante osservare che lo stesso Murat aveva sollecitato a più riprese una particolare attenzione per la tutela dei boschi promuovendo presso l’amministrazione del Regno Borbonico il varo di una legge forestale organica valida su tutto il territorio del Regno, da cui discese la creazione del Corpo delle Guardie Forestali. Particolare cura e salvaguardia veniva riservata al patrimonio boschivo e sanzioni severissime venivano elevate per ogni albero giovane tagliato in modo fraudolente, oppure per aver appiccato il fuoco al bosco.

Fruizione
Particolarmente interessante è il contesto storico, culturale e naturalistico del territorio delle riserve. Di forte suggestione è infatti la Certosa di Serra San Bruno, luogo mistico religioso oltre alla Fabbrica d’Armi e alle Ferriere di Mongiana e della Ferdinandea. Ma l’interesse più rilevante è sicuramente quello naturalistico.
L’attrazione dei turisti viene guidata attraverso un fitto reticolo di sentieri, piste e percorsi didattici e naturalistici. I rifugi non mancano e la loro presenza viene valorizzata dai frequenti campus estivi organizzati da gruppi di scouts provenienti da tutta Europa oltre che da ricercatori scientifici.
L’interesse biologico e selvicolturale ha polarizzato l’attenzione di numerose Università. Studi vengono condotti sulle specie endemiche, ma anche sui caratteri strutturali dei boschi. Interessante è il Centro di Esperienza Ambientale (C.E.A.) gestito in collaborazione con la regione Calabria. La sua funzione permette di orientare le visite delle numerose scolaresche e di fornire un utile approfondimento di argomenti scientifici e delle funzioni istituzionali svolte dal Corpo Forestale dello Stato Fiore all’occhiello del Centro di Esperienza sono l’orto botanico, riconosciuto dalla Società Botanica Italiana ed i qualificati e interessanti percorsi naturalistici: il vivaio, il sentiero faunistico, il sentiero dei frutti perduti, il sentiero geologico, il sentiero biblico, il sentiero per disabili e non vedenti, il sentiero delle piante officinali.
Di ognuno di essi viene rappresentata una sintetica descrizione.

Orto botanico
Lungo i suoi 400 metri accoglie una vasta collezione di piante arboree, erbacee e arbustive. Nella parte iniziale vi sono le conifere nostrane, nella seconda parte le latifoglie nell’ultima le conifere esotiche. Una sezione consente di osservare una rassegna di arbusti di diverse aree geografiche. Ciascun gruppo, presente con 5-10 esemplari, viene individuato da un cartello esplicativo contenete il nome scientifico, la famiglia di appartenenza e la distribuzione geografica.

Vivaio Vittoria
Si estende per circa 2 ettari e assicura una produzione annua di circa 10.000 piantine appartenenti alle principali specie forestali presenti sul territorio. La programmazione vivaistica è orientata alla produzione di piantine da impiegare nel miglioramento delle aree ricadenti all’interno delle Riserve Naturali Biogenetiche e nella realizzazione di impianti di arboricoltura e da legno pregiato.

Sentiero faunistico
Lungo li sentiero, caratterizzato dalla presenza di stagni e ruscelli, è possibile osservare alcuni esemplari della famiglia degli ungulati in condizioni ambientali seminaturali, oltre ad alcuni esemplari di uccelli come il gufo reale, inseriti all’interno di un’ampia voliera. Fra i mammiferi si possono riconoscere cervi, caprioli, daini, mufloni, cinghiali, tenuti all’interno di recinti che racchiudono superfici sufficientemente vaste da evitare un sovrapopolamento che finirebbe per nuocere sia gli animali che l’ambiente interessato.

Sentiero dei frutti perduti
Il significato che intende fornire questo sentiero è specificatamente rivolto verso quelle specie arboree fruttifere che in questo territorio sono state trascurate, pur rivestendo un interesse alimentare apprezzabile. La collezione raggruppa circa trenta esemplari in cui è possibile riconoscere la molteplice diversità di varietà delle più importanti specie di fruttiferi riconoscibile nel nostro territorio.

Sentiero geologico
La collezione mostra le caratteristiche morfo-strutturali di alcuni campioni prelevati nel territorio calabrese e siciliano. I campioni presenti indicano chiaramente che la Calabria ha una struttura prevalentemente cristallina rappresentata da rocce vulcaniche di tipo intrusivo e metamorfiche.

Sentiero biblico
Il percorso propone una collezione simbolica di alcune fra le più significative piante in relazione con le più diffuse tradizioni religiose. Infatti piante come l’ulivo, il frassino, la vite il melo, da sempre connesse all’ambiente mediterraneo, evocano tradizioni di grande significato per la cultura dei popoli di quest’area.

Sentiero natura accessibile
Il sentiero è costituito da 30 tabelle didattiche trascritte in braille riportanti la descrizione delle specie di pianta e tipo di roccia a cui si riferiscono.

Sentiero delle piante officinali
Un cenno più approfondito merita il sentiero officinale. La collezione raggruppa più di 200 esemplari di piante medicinali, velenose e aromatiche, la maggior parte è spontanea nel territorio delle Serre; l’ambiente di appartenenza è il castaneto o la faggeta, ma non mancano pure esemplari legati abitualmente ad habitat differenti, come la macchia mediterranea, o i greti dei fiumi, o l’ambiente di pascolo.
L’interesse che gravita negli ultimi anni sul mondo delle piante officinali è ampiamente giustificato dalla loro importante funzione terapeutica per la cura di molteplici affezioni.
Con la presente collezione si intende sollecitare l’interesse del comune visitatore sulla necessità di salvaguardare le specie viventi a qualunque territorio ed ambiente appartengano; anche quelle molto comuni, dunque apparentemente banali, in realtà rivelano funzioni che possono creare benefici all’umanità. Una pianta rappresenta effettivamente una industria naturale, infatti è in grado di sintetizzare in modo naturale molecole organiche anche fra le più complesse. La scomparsa di una qualsiasi specie determina la perdita di un patrimonio genetico unico, esito di una storia biologica ed evolutiva fatta di migliaia di anni. La responsabilità di provocare lo sterminio di una specie biologica si aggrava ulteriormente se si scopre l’importante funzione farmaceutica o qualsiasi altra caratteristica specifica benefica per l’uomo.
Le malattie che possono venire curate con le piante officinali sono fra le più svariate: dissenteria, dermatiti, disturbi circolatori, infiammazioni respiratorie, malattie biliari e renali, malattie nervose, ecc.
E’ importante rilevare che gli estratti devono essere impiegati in modo appropriato, non mancano infatti casi di intossicazioni per abuso o uso improprio di estratti, per non citare le piante che sono considerate velenose per l’uomo.
Fonte:Diritto di Cronaca
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Lug 28


Mercoledì 28 luglio alle 18 e 30 partirà da Napoli la più grande campagna di boicottaggio ai danni dello storico marchio trevigiano “Benetton”,da sempre finanziatore di persone come MASTELLA o partiti come la LEGA.Da ricordare poi è che sempre BENETTON\AUTOSTRADE gestisce pure la tangenziale di Napoli,unica tangenziale a pagamento d’ITALIA.

L’appuntamento è alle ore 18 e 40 presso il negozio BENETTON di via Roma(alle spalle del caffè Gambrinus).

I movimenti INSIEME PER LA RINASCITA, PARTITO DEL SUD ,INSORGENZA CIVILE e CAMBIAMO NAPOLI ,tutti insieme, manifesteranno e distribuiranno volantini contro il marchio BENETTON .

Non mancare,SE CI TIENI AL SUD !!!!

NAPOLI - Il 28 luglio alle 18,30 partirà da Napoli la più grande campagna di boicottaggio ai danni dello storico marchio trevigiano “Benetton”: a prometterlo è il comitato “Progetto Napoli” composto dai quattro movimenti meridionalisti Insorgenza Civile, Partito del Sud, Cambiamo Napoli e Insieme per la Rinascita.
La multinazionale con sede in Veneto, che solo in Campania conta più di trenta rivenditori ed inoltre gestisce la Tangenziale di Napoli, unico asse urbano d’Europa in cui si paga un pedaggio, risulta essere tra i principali finanziatori della Lega Nord.
“E’ noto che, dopo aver finanziato Clemente Mastella per ben 50.000 euro, la Società Autostrade/Benetton abbia effettuato un dono di ben 150.000 euro al partito di Umberto Bossi. Ci chiediamo il motivo di tanta beneficenza” si interroga il docente universitario e leader di Cambiamo Napoli , Francesco Forzati . “Ed è poi degno di nota - aggiunge - l’accordo milionario che ha legato”Fabrica”, il centro di ricerca sulla comunicazione voluto e finanziato dalla dinasty industriale Benetton , all’onorevole Luca Zaia(Lega Nord). Merito della vittoria di Zaia alle recenti regionali è pure di “Fabrica”, che ha curato personalmente la campagna elettorale dell’attuale Governatore del Veneto”.
Per Nando Dicè, presidente di “Insorgenza civile”, movimento che da tempo ha promosso una petizione per abolire il pedaggio sulla Tangenziale di Napoli, sempre gestita dal gruppo veneto, “è tristemente noto che le concessionarie autostradali, i cui manager non dimenticano che il futuro dei loro bilanci dipende dalle tariffe fissate dal governo, sono le principali finanziatrici dei partiti politici e che Autostrade spa ha finanziato con 150mila euro la Lega Nord. Quella stessa concessionaria incassa dalla Tangenziale di Napoli – la fonte è il bilancio della società – sei milioni di euro al mese. Non potendo boicottare la Tangenziale, boicottiamo i prodotti di Benetton: dunque i marchi Benetton e Sisley.”
Concludono Andrea Balia,leader campano del Partito del Sud e Stefano lo Passo,presidente di Insieme per la Rinascita: “Inonderemo il sud con migliaia di volantini anti-Benetton : i consumatori devono essere a conoscenza del fatto che parte del denaro speso per acquistare un capo firmato “Benetton” finanzia indirettamente le casse del Carroccio, così come il pagamento del pedaggio sulla Tangenziale. Sarà questa pure l’occasione per incentivare la gente ad acquistare prodotti del Sud :una legittima difesa nei confronti del federalismo fiscale tanto voluto dalla Lega”.
L’appuntamento è per mercoledì 28 luglio,ore 19,innanzi la sede Benetton di via Roma.
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Lug 28

Lettera Napoletana

n. 30 - luglio 2010

TRADIZIONE: NAPOLINCANTO, RELIGIONE E STORIA NELLA MUSICA DEL SUD

(Lettera Napoletana) Rileggere la tradizione religiosa del Sud in musica senza le deformazioni ideologiche degli anni ‘70 e ‘80 ispirate dalla visione gramsciana del folklore, riproporre la cultura napoletana sintetizzata nella grande canzone classica. È il progetto al quale si dedica con successo Napolincanto, trio guidato da Gianni Aversano (voce, chitarra, recitazione), e composto da Nando Piscopo (mandolino) e Domenico De Luca (chitarra solista, percussioni). Il gruppo ha all’attivo quattro album, uno dei quali, Napolincanto live, esaurito, e lo spettacolo “Mozart e Pulcinella” ispirato all’Opera Buffa del ‘700, ed ha ottenuto importanti riconoscimenti. Nel 2004 ha tenuto un concerto privato per l’allora ancora Cardinale Joseph Ratzinger, ed il suo cd Napule, Popolo e Dio(2006) è stato trasmesso dalla Radio Vaticana.

Lettera Napoletana ha rivolto alcune domande a Gianni Aversano, per un decennio professore di storia e filosofia, e adesso maestro d’infanzia, studioso di storia e tradizione del Sud.

D – Napolincantolavora sulla musica legata alla tradizione religiosa ed alla devozione popolare. Ritiene che ci sia ancora molto da portare alla luce in questo campo?

Occorre premettere che l’attenzione di Napolincanto alla tradizione religiosa è solo uno degli aspetti del nostro lavoro che è per la maggior parte orientato sulle sfumature della grandezza dell’animo umano espresse nella canzone classica napoletana. Questa nostra sensibilità nasce da un’appartenenza convinta al cristianesimo e quindi, ad un certo punto, esulando dalla nostra impostazione di trio classico, non potevamo non dedicare parte del nostro lavoro alla tradizione religiosa. Non siamo dei ricercatori ma ci siamo serviti di incisioni già esistenti ed in gran parte affrontate dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare. De Simone ha raccolto tantissimo e tanto ancora ci sarebbe da raccogliere. Ma la questione è che l’arte si esprime innanzitutto attraverso una forma bella. Le interminabili cantilene o litanie che si trovano in ogni piccolo paese della provincia, possono avere un interesse storico ma non certo artistico. Innanzitutto la bellezza rende credibile il messaggio, questo è un aspetto che noi non trascuriamo. Così è nato il disco Napule, popolo e Dio. Nell’affrontare questo lavoro non potevamo non appoggiarci, in gran parte, sull’operazione già compiuta da Roberto De Simone, che, oltre a proporre composizioni sue ha trasmesso una versione “colta” della tradizione con una riproposizione “elegante” di questo patrimonio, smussandolo delle asprezze di “canti” pieni di “terra” e di odori contadini Così, la nostra operazione, 40 anni dopo, ha avuto lo scopo di raccogliere in una sola pubblicazione “il meglio” della tradizione religiosa campana “tradendo” ciò che era già stato “tradito”, e per questo è giunto fino a noi.

Se vogliamo ascoltare musica tradizionale di quel dato momento storico e di quel dato ambiente rurale, dobbiamo andare alle registrazioni originali; noi siamo musicisti urbani per nascita e sarebbe inutile nonché mistificante giocare a fare i pastori o i contadini, magari suonando anche in costume.

Non è un caso che il termine “tradizione” derivi dal verbo latino tradere, “tradire, consegnare al nemico”. Chiaramente il sostantivo traditio nel significato più generale di “consegna, trasmissione” corrisponde ad un altro ambito semantico. Ma è pur vero, che quando si prova a trasmettere una tradizione, per la gratitudine di averla ricevuta e dopo averla amata ed interiorizzata, questa porterà un nuovo connotato: l’impronta di chi l’ha abbracciata e fatta propria. Quindi, passando di mano in mano, di cuore in cuore, quell’oggetto originario è continuamente tradito, ovvero, trasformato e nuovamente consegnato. Nulla esclude che tra qualche anno riproveremo a “trasformare” altro materiale.

D - In che misura la visione ideologica e l’orientamento gramsciano di gran parte della ricerca accademica sulle tradizioni popolari del Sud ha condizionato una vera conoscenza di questa cultura?

Il mio amico Ambrogio Sparagna, grande etnomusicologo e musicista, mi ha raccontato che è stato sempre osteggiato dai suoi “compagni” perché continuava a proporre canti religiosi. Lui rispondeva che la tradizione è per la stragrande maggioranza religiosa. È chiaro che l’orientamento della ricerca è stato sempre quello di leggere questi fenomeni come retaggi del paganesimo oppure come rituali magico esoterici, ed anche per questo la Chiesa ha tenuto spesso a distanza questi fenomeni. In realtà questi canti, balli, processioni o lamenti, altro non sono che la manifestazione della gioia o del dolore di uomini di fede semplice. Non dimentichiamo che Sant’Alfonso è stato il grande padre delle canzoncine religiose popolari cantate dai lazzaroni nel ‘700. Proprio con Sparagna stiamo “riportando nella Chiesa” tutto questo repertorio che è di una ricchezza e profondità immensa.

D - Che giudizio dà della produzione di gruppi come la Nuova Compagnia di Canto popolare?

De Simone, come dicevo, ha svolto una grande opera. Certamente orientata secondo un visione ideologica, ma meglio lui che tanti teologi ortodossi senza sangue. Per fortuna che qualcuno ha portate alla luce queste cose! Sta a noi scrostarle dalle aggiunte del tempo e degli uomini. Noi sentiamo di affermare con certezza che abbiamo affrontato i canti della tradizione religiosa come se fossero canzoni nostre, rispettando l’essenza di quella tradizione, perché ad essa sentiamo di appartenere non per un vezzo intellettualistico o ideologico, ma per quella fede e quel gusto per la bellezza, splendore del vero, che ci è stato tramandato da padri-maestri, grazie ai quali esistiamo e cantiamo.

D - Una delle vostre componenti culturali è il meridionalismo. Sono cominciate addirittura in anticipo le celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia. Da uomo di cultura e da meridionale che bilancio si sente di fare di questi 150 anni?

Inutile ripetere cose che voi m’insegnate e che i vostri lettori conoscono. Infatti le vostre pubblicazioni circa la questione dicono quelle che sono le mie posizioni. A dir meglio, ho tanto imparato da voi. Quando insegnavo storia mi siete stati molto utili… Mi preme dire che non occorre rimpiangere un passato restando solo ad un livello di denuncia, ma individuare in quel passato il motore, le ragioni, gli ideali per i quali quella società poteva essere così grande. Mi amareggio quando tanti “neoborbonici” risultano di una insensibilità o ignoranza verso quello che era lo spirito di quei tempi. Poi non ci lamentiamo del fatto che gli altri hanno in mano la cultura o ideologizzano il passato che riteniamo nostro!

D - Che cosa sta preparando Napolincanto?

È in fase di elaborazione, sulla falsa riga del bel lavoro già fatto con Mozart e Pulcinella per mostrare lo splendore musicale del ‘700 napoletano, un’opera teatral-musicale sulla vita di Sant’Alfonso raccontata da un lazzarone durante la “Repubblica partenopea”: musica, teatro e storia che narrano in un modo leggero dell’opera del più napoletano dei santi col “popolo vascio” della Napoli illuminista. (LN30/10)

Guarda l’esibizione di Napolincanto a TG2 Mizar

Vai al sito di Napolincanto



DUE SICILIE: ‘APPUNTI’, A FENESTRELLE IL PRIMO LAGER DELLA STORIA

(Lettera Napoletana) La deportazione e la detenzione dei soldati borbonici nella fortezza di Fenestrelle (Torino) è ricordata in un articolo della rivista on-line Appunti, diretta da Mario Villani. L’articolo, Un Gulag tra le Alpi, firmato da Mario Prete, rievoca «la sorte terribile [che] toccò (…) a quelle decine di migliaia di soldati, sottufficiali ed ufficiali dell’esercito duosiciliano che vollero rimanere coraggiosamente fedeli al loro Re, rifiutando il giuramento di obbedienza alle nuove autorità italiane (….).» «Circa settemila prigionieri – scrive Appunti - (…) ebbero in sorte di essere inviati in una tetra fortezza nel cuore delle Alpi piemontesi: il forte di Fenestrelle nell’alta Val Chisone a quasi duemila metri di altezza». «La vita in quello che oggi chiameremmo super-carcere di Fenestrelle era contraria alle più elementari norme di umanità e rivelava tutto l’odio con cui i rivoluzionari trattano in ogni epoca coloro che si oppongono ai loro progetti. Le finestre erano senza vetri, i prigionieri vestivano di cenci e dormivano su pagliericci o, più spesso, sui pavimenti di fredda pietra delle celle. Il cibo era costituito da una brodaglia immangiabile. I fisici di persone abituate ai miti climi del Sud Italia non ressero a lungo al freddo clima alpino ed i prigionieri cominciarono ad ammalarsi, ma di assistenza medica ovviamente non era neanche da parlare (… ) I detenuti cominciarono quindi a morire come le mosche e i loro corpi venivano gettati dentro ad una fossa piena di calce viva nel retro della Chiesa che sorgeva all’ingresso del forte (…) E d’altra parte la morte era l’unico modo di sfuggire alla prigionia perché a Fenestrelle di regolari processi e scarcerazioni non si vide mai l’ombra. Molti prigionieri addirittura non erano registrati, per cui le famiglie neppure poterono sapere dove era detenuto il loro congiunto. Il 22 agosto del 1861 vi fu un tentativo di rivolta dei prigionieri, scoperto e sventato dai piemontesi. Per rappresaglia le condizioni di detenzione furono ulteriormente inasprite ed ai disgraziati militari duosiciliani fu imposto di portare incatenata ai piedi una palla di metallo del peso di 16 chili (…) La detenzione si protrasse ben oltre il periodo bellico e, di fatto, praticamente nessun prigioniero ebbe la fortuna di far ritorno alla propria casa».

«Tra i tanti ‘meriti’ dei Savoia – conclude l’articolo – si può quindi annoverare anche quello di aver inaugurato il primo campo di sterminio della storia». (LN30/10).

Leggi l’articolo completo su Appunti


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Lug 28

Discorso politico di grandissimo spessore del Dott. De Santis al convegno di Noi Sud tenutosi a Villa San Giovanni il 24 luglio del 2010. Uniti si Vince, questo il messaggio di Beppe a Noi Sud. L’11 novembre a Palermo ci saranno gli Stati Generali del Sud, tutti i movimenti possono aderire alla Confederazione del Sud. Uniti possiamo battere destra e sinistra, che per noi sono solo direzioni stradali. Il sistema è imploso, i partiti cercano di arraffare il più possibile, la degenerazione politica è al top, al Nord la Lega fa man bassa di voti, il Sud è colonia commerciale e politica dei poteri economici nordisti, bisogna unire le partite IVA dei contadini massacrati dal potere economico, dei commercianti assoggettati al giogo dei supermercati del Nord, degli artigiani assoggettati all’invasione industriale dei “prenditori” padani.Un Kg di farina viene pagata 23 centesimi, un pacchetto di Brooklin costa un euro. Qualcosa non va e bisogna correggere il tiro. Questo sistema economico sta portando il mondo intero alla fame, il Partito del Sud vincerà perchè è propugnatore di un nuovo assetto economico:Global in Local. Bisogna abbattere la burocrazia piemontese che governa questo stato. E’ il vero mostro da abbattere.Riforma fiscale da fare, far pagare chi più ha, far pagare gli evasori che stanno rintanati quasi tutti al Nord.Distruggere una volta per sempre la Mandraca, braccio armato della massoneria imperante.
Antonio Ciano
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http://www.youtube.com/watch?v=7dqdnPOUuMY
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http://www.youtube.com/watch?v=RTArwACRxBU

Intervento di Grande spessore del Dott Beppe De Santis al Convegno di Noi Sud tenutosi il 24 luglio a villa San Giovanni davanti a mille persone. De Santis ha invitato i dirigenti di Noi Sud a partecipare alla Confederazione del Sud per il Mediterraneo.

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Lug 28


Mercato del lavoro stabile al Centro-Nord, in crisi al Sud

FTAOnline News, 26 Lug - 10:53

Italia, due paesi in uno, almeno dal punto di vista economico. La certificazione di questo assunto, una volta in più, arriva dal Rapporto sul mercato del lavoro 2009 firmato dal Cnel, sotto il coordinamento di Carlo Dell’Aringa, economista dell’Università Cattolica di Milano e presidente del Ref (Ricerche per l’economia e la finanza). In base a quanto scritto nell’indagine, di fronte a un Centro-Nord dove l’offerta di lavoro si rivela stabile o crescente, le regioni meridionali non riescono a uscire dalla crisi che vede ridursi le opportunità di lavoro.

Una nazione, due velocità

Secondo il Cnel, in Italia si è registrato un aumento complessivo dell’offerta del lavoro (almeno fino all’anno 2008) pari allo 0,3%, frutto della crescita rilevata al Centro (+0,7%) e della sostanziale stabilità evidenziata al Nord (+0,2%) rispetto all’anno passato. La buona tenuta dell’economia settentrionale e centrale non contagia – evidentemente – il Meridione. Nel Sud del Paese, infatti, il Cnel ha registrato una riduzione dell’offerta sul mercato del lavoro.

Le ragioni dei passi diversi

Secondo i ricercatori, i dati divergenti tra le varie zone del Paese hanno più di una spiegazione. La tenuta del mercato del lavoro settentrionale e centrale, infatti, è stata influenzata anche dal forte incremento demografico dato dalle ondate di regolarizzazioni degli stranieri. Il calo dell’offerta del lavoro evidenziato al Sud, invece, a incidere sulle cattive prestazioni del mercato del lavoro sarebbero stati invece il calo della partecipazione e il minore peso dell’emigrazione.

Al Sud: scoraggiamento ed emigrazione

La ricerca del Cnel evidenzia come nell’ultimo quinquennio il tasso di attività (calcolato sulle persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni) al Sud si sia ridotto di oltre tre punti percentuali, scendendo al 54,3% a poco più del 51%. Il calo della partecipazione al lavoro ha riguardato sia le donne, sia gli uomini. Per le prime, il tasso di attività è sceso al 36,1% (nel 2004 era pari al 38,7%), mentre per i secondi, nello stesso periodo, è sceso dal 70,3% al 66,3%. Sui dati negativi del Meridione, inoltre, pesa la minore appetibilità del lavoro nelle regioni del Mezzogiorno rispetto a quelle del Centro-Nord: sono molti i lavoratori meridionali che lasciano la propria città per cercare fortuna nel Nord-Italia o all’estero. Secondo i calcoli del Cnel, tra il 1997 e il 2008, la strada dell’emigrazione sarebbe stata percorsa da oltre 700mila persone.

Fonte:Borsa italiana
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Lug 28

http://www.youtube.com/watch?v=brWa-m4dNi8

Una miriade di movimenti meridionalisti son nati nel Sud, questo ci fa piacere. Bisogna scegliere la strada da seguire. Il Partito del Sud della Confederazione del Sud lo ha fatto. Bisogna andare al governo contro tutti i partiti del Nord e batterli. Quella che chiamano economia nazionale è solo tosco- padana e i partiti di destra e di sinistra sono i difensori di quella economia. Per unire l’Italia dobbiamo ricreare, dopo 150 anni,una economia del Sud, distrutta dal Risorgimento. Per crearla dobbiamo mandare all’opposizione destra e sinistra, che ,per noi del Partito del Sud, sono solo indicazioni stradali.

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Lug 28

http://www.youtube.com/watch?v=wCB5IMft6D0

Sandro Sottile “C’è quel Sud” - “L’altra storia”

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Lug 28


di Antonella Loi“Qualcosa di notevolissimo, quello per l’acqua pubblica è il più gettonato tra i referendum della storia della Repubblica italiana”. E, dato ancora più rilevante, il milione e 400mila firme sono state ottenute “senza l’ombrello dei partiti politici: è la prima volta che succede”. Padre Alex Zanotelli, cuore pulsante della campagna referendaria “Acqua bene comune“, stenta a credere a quanto successo: un risultato del genere neanche nelle più rosee previsioni. “Eravamo senza soldi ci siamo autofinanziati e, cosa importante, i cittadini si sono mossi, hanno raccolto firme e questo è un segno davvero bello”. “Ma non sufficiente”, ci spiega padre Alex dalla sua canonica di Scampia, quartiere popolare di Napoli, dove l’abbiamo raggiunto. “Quella sembrava morta, la cittadinanza attiva invece - dice - è tutt’altro che morta”.Non solo bisogno fisico dunque, ma anche voglia di partecipazione?
“Decisamente, tanta voglia di partecipare. La gioia di vedere gente che raccoglieva firme o che veniva per firmare, lunghe file, tutto inaspettato, è immensa. L’acqua è servita. Il bene comune più importante che abbiamo è servito a riunire le forze che ci sono alla base, la gente ha dimostrato di essere di nuovo viva. Ma questo è solo l’inizio: da qui bisogna ripartire”.La parola ora passa alla Cassazione, la strada è ancora lunga.
“Adesso c’è il passaggio alla Corte di Cassazione. Bisogna capire quali saranno le domande e ricordiamo che la corte è generalmente abbastanza conservatrice, più pro liberalizzazione. Non sappiamo ancora se l’altro referendum sull’acqua, quello avanzato dall’Italia dei valori, riuscirà ad arrivare fino in fondo. Quindi bisogna aspettare e vedere che succede. Chiaramente così tante firme peseranno sul giudizio dei giudici. Una volta dichiarato ammissibile, bisognerà però portare alle urne 25 miloioni di persone, non è uno scherzo”.Negli ultimi decenni la strada del referendum in Italia non è stata semplice.
“Esatto, vent’anni che non ne passa uno. Per questo bisogna impegnarsi molto, andare avanti, fare incontri, coinvolgere la gente, promuovendo questa grossa sfida. E’ una sfida epocale. Perché il referendum chiede una cosa quasi impossibile, nel senso che mai come oggi il mercato ha tradito e mai come oggi l’unica legge che il mercato accetta è la legge del profitto. Noi stiamo chiedendo di togliere l’acqua dal mercato e di togliere il profitto dall’acqua. E’ epocale in un momento di stravittoria del mercato”.Una vittoria varrebbe una rivoluzione.
“Se arriviamo alla vittoria mettiamo in crisi tutto l’assetto politico italiano che non ha capito assolutamente nulla di quello che la gente vuole. Ecco la grande sfida per la politica di destra e sinistra. Da qui dobbiamo andare avanti, passo passo, a recuperare tutti i beni comuni che ci hanno espropriato. Questo impegno sull’acqua è essenzialmente un impegno per la democrazia”.Padre Alex, qualcuno ha detto “Dio ci ha dato l’acqua però non ci ha dato le tubature, quelle spettano a noi”. Chi sostiene la privatizzazione dice che il pubblico non è in grado di accollarsi i costi degli impianti.
“Consideriamo prima di tutto che è una questione di principio: l’acqua non è un bene economico, è un diritto fondamentale. Nella legge di iniziativa popolare che abbiamo depositato in Parlamento, commissione ambiente, viene enunciato il principio e chiediamo 50 litri gratis di acqua per ogni cittadino italiano al giorno pagato dalla fiscalità pubblica. E’ un aspetto fondamentale su cui noi non tergiversiamo”.La rete idrica italiana è un colabrodo.
“E’ vero, è chiaro che questo bene deve essere gestito ed è chiaro che ci sono costi. Ma quando noi parliamo di gestione pubblica, non parliamo della vecchia gestione pubblica dove un bene essenziale come l’acqua viene gestito dagli amici e dai parenti dei nostri politici, solo per fare soldi. Noi chiediamo una gestione fatta da gente competente, una nuova maniera gestione pubblica in cui i cittadini investiranno anche sull’acqua e comparteciperanno al controllo dell’acqua, del prezzo eccetera. Ecco la novità”.Lo Stato italiano è “alla canna del gas”: dove prendere i soldi per gestire 300mila chilometri di rete idrica?
“Molti dicono che non ci sono i soldi, balle. Perché l’Italia nel bilancio di quest’anno - e mi vergogno di dirlo - ha fatto una manovra da 24 miliardi chiamandola ‘lacrime e sangue’ quando sarebbe stato sufficiente abbattere la spesa militare che quest’anno ammonta a 24 miliardi di euro. Una cosa vergognosa, manco fossimo invasi dagli ufo. Sono questi i soldi pubblici che devono essere investiti. Trecentomila chilometri di rete, in buona parte colabrodo? Il privato non investe mica sa? Il privato vuole solo guadagnare, è talmente ovvio. Investiamo i soldi pubblici. Se le nostre tasse non vengono investite qui, dove vengono investite? Nella guerra? I dati del governo dicono che da quando ci sono le privatizzazioni gli investimenti sono calati, si è passati da due miliardi nel ‘95 a 700milioni dal ‘94 ad oggi. Il privato deve guadagnare perché deve rispondere agli azionisti. Quindi dobbiamo aiutare la gente a capire, perché è chiaro che ci sono costi. Faccio un esempio”.Prego.
“La Publiacqua di Firenze, controllata da Acea che gestisce l’acqua di Roma, ha fatto una grande campagna sul risparmio per diminuire il consumo di acqua a Firenze, la campagna “Salva la goccia”. E i fiorentini hanno salvato. Cosa ha significato per Publiacqua? Ovviamente meno entrate. E cosa hanno fatto? Hanno immediatamente sollevato le tariffe del 9.5%. Il privato può solo fare soldi e nelle Spa, anche in quelle con almeno il 51% di capitale comunale o provinciale, sono sempre i privati che dettano legge. Noi diciamo che sull’acqua non si deve fare guadagno”.E il futuro è ancora più appetitoso: nei prossimi trent’anni il fabbisogno di acqua aumenterà del 50 per cento.
“Enormemente, ti do solo un elemento: noi andiamo verso un surriscaldamento della terra, minimo di due gradi e su questo gli scienziati sono chiarissimi. Attenzione perché sempre gli scienziati dicono che basta un grado e mezzo in più per sciogliere tutto, ghiacciai, nevai, ci salteranno buona parte delle fonti idriche, il clima sarà sconvolto: ecco perché le multinazionali devono mettere le mani sull’oro blu. Il petrolio altri trent’anni ed è finito. I capitali già si spostano sull’acqua. E’ importante vincerla questa battaglia”.L’acqua diventerà uno spartiacque politico.
“Cavoli, basti pensare che l’acqua è già un problema militare. Il Pentagono è uscito con un documento due o tre anni fa in cui dice che le due nazioni che saranno più colpite dal surriscaldamento saranno gli Stati Uniti e la Cina. Se ieri hanno fatto le guerre per il petrolio immaginiamo quelle che faranno per l’acqua. Bisogna essere imbecilli per consegnare l’acqua nelle mani dei privati”.Una questione di vita o di morte, dunque.
“Esatto e non c’è più tempo”.Fonte:Notizie Tiscali
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Lug 28

Di Pietro Salvato

Il Mezzogiorno continua ad affondare. Meno crescita (siamo tornati ai livelli del 2000) meno occupazione e più disuguaglianze. A tal proposito abbiamo sentito Amedeo Lepore, professore di Storia economica e consigliere dell’associazione.

Pochi giorni fa, il 20 luglio, è stato presentato il rapporto 2010 dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, dal quale emerge una situazione molto preoccupante della realtà socio-economica del meridione. Il Pil è ritornato ai livelli di dieci anni fa, in forte calo risulta poi la produzione industriale che, per l’ottavo anno consecutivo, cresce meno del centro-nord. L’occupazione è letteralmente crollata: più della metà dei posti di lavoro persi nell’ultimo anno in Italia si sono registrati nel Mezzogiorno. Preoccupano poi le condizioni di vita dei cittadini del meridionali. Uno su tre è a rischio povertà per il reddito troppo basso, il 14% delle famiglie vive, addirittura, con meno di 1.000 euro al mese. Il rapporto, infine, non ha mancato di segnalare anche diverse proposte, come quelle relativi alla politica industriale, tramite l’introduzione di una fiscalità di vantaggio e nuovi investimenti per le infrastrutture, per un ammontare complessivo di circa 35 miliardi di euro.

LA PAROLA ALL’ESPERTO – Abbiamo sentito a tal proposito, Amedeo Lepore, consigliere delloSvimez e professore associato di Storia economica presso  Rapporto Svimez 2010. Il Sud abbandonato nella crisi l’Università degli studi di Bari, dove è titolare dei corsi di Storia del Marketing e Storia Economica delle Relazioni Internazionali.

Professor Lepore, dal rapporto Svimez di quest’anno traspare un quadro allarmante specie per quanto riguarda la disoccupazione giovanile. Quali fattori hanno maggiormente influito sull’aggravarsi di questa ormai endemica situazione? - Il Mezzogiorno, in un sol colpo, ha perso dieci anni. La sua crescita economica è tornata sui livelli raggiunti nel 2000. Ha certamente influito la crisi internazionale, ma permangono e si sono ulteriormente aggravati fattori preesistenti che già conoscevamo. Mi riferisco in particolare all’emigrazione pendolare, specie quella giovanile, verso le regioni del Nord Italia o dell’Europa. Un’emigrazione spesso qualificata, fatta di giovani laureati.

Si potrebbe quindi dire che al Sud studiare serve soprattutto per emigrare e la laurea è diventata una sorta di passaporto? – In un certo senso è così. Se fino a qualche tempo fa, la mobilità dei laureati garantiva un lavoro qualificato quantomeno ai più bravi, inteso come un lavoro meglio remunerato di quanto non sarebbe possibile nel Mezzogiorno, adesso, con la crisi, anche questa tendenza sembra essersi interrotta. Oggi, sempre più spesso, i giovani laureati meridionali finiscono con l’accettare lavori poco qualificati o, quantomeno, non confacenti al proprio percorso di studio. Questa emigrazione però ha un effetto devastante, poiché deprime ogni prospettiva di crescita dell’intera economia meridionale. Le migliori risorse e capacità contribuiscono allo sviluppo di altre regioni se non di altri paesi. Oltre all’emigrazione, ovviamente, ci sono altre cause, ormai diventate altrettanto strutturali, che opprimono come una pesante cappa l’economia del Sud. Mi riferisco ad un certo modo di far politica sia a livello locale, sia a livello nazionale di questi ultimi anni. Per esempio, con la fine dell’intervento straordinario, non è poi seguita o, almeno non ha funzionato come sperato, un’efficace strategia legata alla cosiddetta contrattazione programmata. Questo è un meccanismo da rivedere assolutamente.

Dallo stesso rapporto Svimez, appare che l’industria meridionale è in forte sofferenza. Solo a causa del calo delle esportazioni o c’è probabilmente dell’altro? In particolare, secondo lei, esiste una classe imprenditoriale meridionale degna di tale nome? In America, tanto per dirne una, imprenditore è sinonimo d’innovatore. Lei vede al Sud degli innovatori? - Credo dipenda molto dalla struttura e dal sistema produttivo delle regioni meridionali. Esistono piccole realtà produttive che davvero fanno innovazione, mi riferisco all’ambito della cosiddetta “Green economy” o della stessa “Information technology”. L’essere piccoli o riferirsi ad un mercato di nicchia, in sé non è un problema, anzi può essere un efficace vantaggio se si ha la capacità di fare “sistema” concentrando queste realtà produttive. Lo spiega efficacemente Chris Anderson nel suo libro “La coda lunga”, un libro che mi sento vivamente di consigliare di leggere, dove il concetto fondamentale è espresso nella formula “Da un mercato di massa a una massa di mercati”. (Anderson, sostiene che i prodotti a bassa richiesta o con ridotti volumi di vendita possono collettivamente occupare una quota di mercato equivalente o superiore a quella dei pochi bestseller, se il punto vendita o il canale di distribuzione sono abbastanza grandi. Il primo che ci viene in mente è, per esempio, proprio il web).

Nel rapporto dello Svimez si fa esplicitamente riferimento al rischio povertà per un’ampia fetta della popolazione del Meridione. Quali politiche occorrerebbero per determinare una decisa inversione di rotta? – Il problema, in questo caso, è nazionale. Manca una strategia di lungo respiro. Il Welfare state, così come l’abbiamo conosciuto almeno nel nostro paese, va rivisto. Occorre valorizzare gli Entilocali, a cominciare dalle Regioni e dai comuni che meglio conoscono le proprie realtà e meglio possono organizzare gli interventi. Ovviamente allo Stato va affidata una struttura efficace di politiche di coordinamento. Lo stato attuale è molto grave. Dalla nostra ricerca emerge che una famiglia su cinque (in Sicilia e Campania quasi una su quattro) non ha avuto i soldi per le visite mediche, il 21% per il riscaldamento, il 17% quasi ha pagato in ritardo le bollette. Il 30% dei nuclei familiari non ha avuto disponibilità economica per i vestiti, l’8% ha dovuto rinunciare a generi alimentari necessari.

Spesso, in passato, il welfare nel Sud ha assunto una deriva di tipo assistenziale, pensa che il federalismo possa apportare un cambiamento fecondo e se sì, cosa pensa del federalismo che si appresta a varare il governo Berlusconi? – Ho l’impressione che il federalismo del governo sia un finto federalismo. Il federalismo serio ha come obiettivo quello di responsabilizzare gli Enti locali, ma non può avere un intento punitivo che colpisce alcuni (vedi il Mezzogiorno) e favorisce altri (il settentrione). Per ora si è capito ancora poco di quali sono le vere intenzioni del governo. Bisognerà aspettare i decreti attuativi e vedere quanto verrà effettivamente destinato alle Regioni.

Un’ultima domanda Professor Lepore. Lei è napoletano e a Napoli l’anno prossimo si vota per eleggere il nuovo sindaco. Al di là degli schieramenti e dei candidati, qual è, a suo giudizio, la prima iniziativa che la nuova Amministrazione partenopea deve assolutamente mettere in campo? - Napoli, mi permetta questo termine, deve “sprovicializzarsi”. Deve tornare ad essere protagonista. Deve superare le divisioni che in questi anni tanto l’hanno penalizzata. Per fare questo, però, occorrono facce nuove, nuove capacità, nuove volontà. Bisogna superare l’idea di una Napoli da cartolina a favore di una Napoli protagonista, che torni a contare nel nostro paese e nello scenario internazionale.

Professore, ma lei vede in giro queste capacità e questa volontà, specie nell’ambito politico? – Ci sono senza dubbio. Devono avere il coraggio di farsi avanti e determinare in prima persona il necessario cambiamento.

Del resto, in politica come altrove nessuno regala niente.

Fonte:Giornalettismo

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Lug 28


La fotografia è impietosa. Il nostro Meridione sta sempre peggio. Il rapporto Swimez sull’economia del Mezzogiorno 2010 è chiaro: al Sud c’è sempre meno lavoro e il Pil torna ai livelli di dieci anni fa. Mentre il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, una famiglia su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Un Mezzogiorno in recessione, insomma, colpito dalla crisi del settore industriale, che da otto anni consecutivi cresce meno che del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi. Per questo, dice lo Svimez, serve un nuovo progetto Paese per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture, con un piano di 38 miliardi di euro.

In base agli ultimi dati disponibili (2007) il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, un dato quasi tre volte superiore rispetto al resto del Paese (5,5%). Nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, percentuale che in Sicilia sale al 54%. Hanno inoltre a carico tre o più familiari il 12% delle famiglie meridionali, un dato quattro volte superiore a quello del Centro-Nord (3,7%), che arriva al 16,5% in Campania. A rischio povertà a causa di un reddito troppo basso quasi un cittadino meridionale su tre, contro uno su dieci al Centro-Nord. In valori assoluti, al Sud, si tratta di 6 milioni 838mila persone, fra cui 889mila lavoratori dipendenti e 760mila pensionati.

Da segnalare che non sempre, nel Mezzogiorno, uno stipendio in più oltre a quello base modifica la situazione: in quasi una famiglia su quattro (23,9%) con due redditi il rischio rimane. Una situazione che ha i suoi effetti sulle scelte di tutti i giorni: una famiglia meridionale su quattro non ha soldi per andare dal medico; quasi una su due non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro. Ed ancora: nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per vestiti necessari e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo bollette di luce, acqua e gas. Otto famiglie su cento dovuto rinunciare ad alimentari necessari (il 12% in Basilicata), il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (il 25,3% in Campania e il 24,8% in Sicilia). Nel 2008 è arrivata con difficoltà a fine mese oltre una famiglia su quattro (25,9%) contro il 13,2% del Centro-Nord.

Nel 2009 il Pil del Sud è calato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, leggermente inferiore al dato del Centro-Nord (-5,2%). Il Pil per abitante è pari a 17.317 euro, il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro). Nessun settore si salva dalla crisi: dall’agricoltura (crollo del valore aggiunto del 5%) all’industria (meno 15,8%). Mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo del 16,6% e il commercio -11%. Giù anche turismo e trasporti (-3%) e intermediazione creditizia e immobiliare (-1,7%). Due le cause principali: gli investimenti che rallentano e le famiglie che non consumano. Queste ultime infatti hanno ridotto al Sud la spesa del 2,6% contro l’1,6% del Centro-Nord. Mentre gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008.

Forte l’impatto sull’occupazione anche se la disoccupazione cresce di più al centro-nord. Nel 2009 i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+29,9%), quasi 30 volte di più che al Sud (+1,4%). Nella classe di età 15-24 anni la disoccupazione è arrivata al 20,1% al Centro-Nord e al 36% al Sud. Qui crescono anche i disoccupati di lunga durata (sono il 6,6% del totale, erano il 6,4% nel 2008). Tuttavia, al Sud continua a crescere la zona grigia della disoccupazione, che raggruppa persone che non cercano lavoro ma si dicono disponibili a lavorare, disoccupati impliciti e lavoratori potenziali: considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo del sud salirebbe nel 2009 a sfiorare il 23,9% (era stimato nel 22,5% nel 2008).

Tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Direzione Centro-Nord, dove si dirigono 9 emigranti su 10. Nel 2009 114mila persone si sono trasferite dal Sud al Nord, 8mila in meno rispetto al 2008. In crescita invece i trasferimenti in direzione opposta, da Nord a Sud, arrivati nel 2009 a 55mila unità (erano 50mila l’anno precedente). Riguardo alla provenienza, in testa per partenze la Campania (38mila nel 2007), seguita da Sicilia (26.200) e Puglia (21.300). La regione più attrattiva resta la Lombardia, seguita dall’Emilia Romagna. Solo 1 su dieci, invece, si trasferisce all’estero: in valori assoluti, dal 1996 al 2007, parliamo di 242mila persone, di cui oltre 13mila laureati. In testa alle preferenze la Germania, che attrae oltre un terzo degli emigranti verso l’estero, per il 20% laureati; seguono Svizzera e Regno Unito.

Risultati “insufficienti”, presenza di “significative inefficenze” che rendono “necessario un ripensamento e possono anche spingere a una profonda modifica delle modalità e dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo”. Si può sintetizzare così il messaggio inviato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alla Svimez. Il capo dello Stato segnala i risultati insufficienti delle politiche fin qui seguite, la presenza di significative inefficenze, richiamando a un ripensamento e a una profonda modifica degli interventi di sviluppo.

Fonte:Marsal@.it

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Lug 26

Di Marco Travaglio

Parla Roberto Scarpinato, nuovo procuratore generale a Caltanisetta


Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?

Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.

E chi sarebbero tutte queste persone?

Partiamo dai mafiosi doc: Riina, Provenzano, i Graviano, Messina Denaro, Bagarella, Agate, i Madonia di Palermo, Giuseppe Madonia di Caltanissetta, Ganci padre e figlio, Santapaola e tutti gli altri boss della “commissione regionale” di Cosa Nostra che si riunirono a fine 1991 per alcuni giorni in un casale delle campagne di Enna per progettare la strategia stragista. Una trentina di boss che poi riferirono le decisioni in tutto o in parte ai loro uomini di fiducia. Altre decine di persone. Nessuno di loro ha mai detto una parola sul piano eversivo globale. Le notizie che abbiamo ce le hanno fornite uomini d’onore che le avevano apprese in via confidenziale da alcuni partecipanti al vertice, come Leonardo Messina, Maurizio Avola, Filippo Malvagna. Altri a conoscenza del piano sono stati soppressi poco prima che iniziassero a collaborare, come Luigi Ilardo, o sono stati trovati morti nella loro cella, come Antonino Gioè. Agli esecutori materiali delle stragi o di delitti satellite, i vertici mafiosi in genere non rivelavano i retroscena politici del piano stragista, si limitavano a fornire spiegazioni di causali elementari e di copertura. Aggiungiamo i vertici della ndrangheta che, come hanno rivelato vari collaboratori, tennero nello stesso periodo una riunione analoga nel santuario di Polsi.

Chi altri sa?

È da supporre una serie di personaggi che anticiparono gli eventi che poi puntualmente si verificarono. L’agenzia di stampa “Repubblica” vicina a Vittorio Sbardella, ex leader degli andreottiani romani (nulla a che vedere col quotidiano omonimo) scrisse 24 ore prima di Capaci che di lì a poco si sarebbe verificato “un bel botto” nell’ambito di una strategia della tensione finalizzata a far eleggere un outsider come presidente della Repubblica al posto del favoritissimo Andreotti. Il che puntualmente avvenne, così Andreotti fu costretto a farsi da parte e venne eletto Scalfaro. Anni dopo Giovanni Brusca ha riferito che la tempistica di Capaci era stata preordinata per finalità che coincidono esattamente con quelle annunciate nel profetico articolo. Dunque, o l’autore aveva la sfera di cristallo, o conosceva alcuni aspetti della strategia stragista e aveva deciso di intervenire sul corso degli eventi con una comunicazione cifrata, comprensibile solo da chi era a parte del piano.

L’agenzia Repubblica aveva pure anticipato il progetto globale in cui si inscriveva il delitto Lima.

Esattamente. Il 19 marzo 1992, pochi giorni dopo l’assassinio di Salvo Lima (andreottiano come Sbardella, ndr), l’agenzia annunciò che l’omicidio era l’incipit di una complessa strategia della tensione “all’interno di una logica separatista e autonomista […] volta a consegnare il Sud alla mafia siciliana per divenire essa stessa Stato al fine di costituirsi come nuovo paradiso del Mediterraneo […] mediante un attacco diretto ai centri nevralgici di mediazione del sistema dei partiti popolari […]. Paradossalmente il federalismo del Nord avrebbe tutto l’interesse a lasciare sviluppare un’analoga forma organizzativa al Sud lasciando che si configuri come paradiso fiscale e crocevia di ogni forma di traffici e di impieghi produttivi, privi delle usuali forme di controllo, responsabili della compressione del reddito derivabile dalla diversificazione degli impieghi di capitale disponibile”. Anni dopo Leonardo Messina rivelò alla magistratura e all’Antimafia il progetto politico secessionista di cui si era discusso nel summit di Enna su input di soggetti esterni che dovevano dare vita a una nuova formazione politica sostenuta da “vari segmenti dell’imprenditoria, delle istituzioni e della politica”. Come faceva l’autore dell’articolo a sapere ciò che anni dopo avrebbe svelato Messina? È come se circolassero informazioni in un circuito separato e parallelo a quello destinato alla massa. Un circuito soprastante alla base mafiosa, delegata ad eseguire la parte militare del piano, e interno alla mente politica collettiva che quel piano aveva concepito, anche se poi quel piano mutò in corso d’opera per una serie di eventi sopravvenuti, e si puntò così ad una diversa soluzione incruenta. In questo quadro c’è poi da chiedersi perché, in un’intervista del 1999, il professor Miglio, ex teorico della Lega Nord, dichiarò parlando dei fatti dei primi anni ‘90: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.

Andiamo avanti.

L’ex neofascista Elio Ciolini, già coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, il 4 marzo 1992 scrisse una lettera dal carcere al giudice Leonardo Grassi per anticipargli che “nel periodo marzo-luglio” si sarebbero verificati fatti per destabilizzare l’ordine pubblico con esplosioni dinamitarde e omicidi politici. Puntualmente il 12 marzo fu ucciso Lima e nel maggio e luglio ci furono le stragi di Capaci e via D’Amelio. Il 18 marzo Ciolini aggiunse che il piano eversivo era di “matrice masso-politico-mafiosa” , come rivelarono poi alcuni collaboratori di giustizia, e preannunciò un’operazione terroristica contro un leader del Psi. Anni dopo accertammo che era stato progettato l’omicidio di Claudio Martelli, fallito per alcuni imprevisti.

Chi manca, alla “lista della spesa”?

Quanti si celavano dietro la sigla della “Falange armata” i quali, pochi giorni dopo le dimissioni di Martelli da ministro perché coinvolto nelle indagini sul conto segreto svizzero “Protezione” a seguito delle dichiarazioni rese da Silvano Larini (il 9.2.1993) e da Licio Gelli (il 17.2.1993), diffusero il 21 aprile 1993 un comunicato per invitare Martelli a non fare la vittima e ad essere “grato alla sorte che anche per lui si sia potuta perseguire la via politica invece che quella militare”; e poi per lanciare avvertimenti a Spadolini, Mancino e Parisi, annunciando future azioni. Pochi mesi dopo, la manovra dello scandalo dei fondi neri del Sisde indusse Parisi a dimettersi, fece vacillare il ministro Mancino e anche il presidente Scalfaro, il quale denunciò che dietro quella vicenda si muovevano oscuri progetti di destabilizzazione politica.

E poi?

L’elenco sarebbe molto lungo e coinvolgerebbe tanti soggetti di quali non posso parlare, visti i limiti che derivano dal mio ruolo. Possiamo forse aggiungere alcuni di coloro che hanno concepito il depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio: cioè la costruzione a tavolino, tramite falsi pentiti, di una versione minimalista che ha “tarato” le indagini verso il basso, circoscrivendola a una banda di piccoli criminali come Scarantino, e garantendo intorno ad essa un muro impenetrabile di omertà che ha retto fino a un paio di anni fa, cioè alle dichiarazioni autoaccusatorie di Spatuzza. Poi, se i riscontri dovessero confermare le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ci sono i vari “signor Franco” o “signor Carlo” che affiancarono suo padre Vito facendo da cerniera tra mondo mafioso e mondi superiori durante le stragi. E inoltre quanti garantirono a Provenzano, garante della soluzione politica alternativa a quella cruenta di Riina, di muoversi per anni liberamente per l’Italia e di visitare Vito Ciancimino gli arresti domiciliari. Poi coloro che fecero sparire l’agenda rossa di Borsellino. E tanti altri…

Come gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, ora imputati per la mancata cattura di Provenzano dopo la trattativa che portò all’arresto di Riina, con annessa mancata perquisizione del covo e sparizione delle carte segrete del boss. E i superiori militari e politici che autorizzarono quella “trattativa”.

Non posso rispondere. Sono fatti ancora oggetto di indagini in corso.

Su questa convergenza di ambienti e interessi lei, a Palermo, aveva avviato l’indagine “Sistema criminale”, poi in parte archiviata. Che cos’è il sistema criminale?

Quello che abbiamo appena sintetizzato. Un sistema composto da esponenti di mondi diversi, tutti rimasti orfani dopo la caduta del Muro di Berlino delle passate protezioni, all’ombra delle quali avevano potuto coltivare i più svariati interessi economici e criminali, tra questi anche la mafia militare sino ad allora tollerata come anticorpo contro il pericolo comunista. Questi mondi intercomunicanti attraverso uomini cerniera erano accomunati da un interesse convergente: destabilizzare il sistema agonizzante della Prima Repubblica e impedire un ricambio politico radicale ai vertici del Paese con l’avvento delle sinistre al potere (la “gioiosa macchina da guerra”). Ciò doveva avvenire mediante la creazione di un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto conquistare il potere mediante un’articolata strategia che si snodava contemporaneamente sul piano militare e politico. La nostra ipotesi, almeno sul piano storico, esce sempre più confermata dalle recenti scoperte investigative. Nella stagione delle stragi si muovono molteplici operatori che poi si dividono i compiti. Chi concepisce il piano, chi lo realizza a livello militare, chi organizza la disinformazione e chi i depistaggi. Basterebbe che cominciasse a parlare qualcuno che conosce anche solo la sua parte, per consentirci enormi passi avanti nella ricerca della verità. Ma, finora, non parla nessuno.

Be’, mafiosi come Spatuzza e figli di mafiosi come Massimo Ciancimino parlano. E costringono a ricordare qualche esponente delle istituzioni: gli improvvisi lampi di memoria di alcuni politici, dopo 17-18 anni, sul ruolo di Mori durante la “trattativa” con Ciancimino fanno pensare che tanti a Roma sappiano molto, se non tutto…

Anche qui preferisco non addentrarmi in vicende specifiche, tuttora oggetto di indagini e processi. Prescindendo da casi specifici, vista dall’alto la tragica sequenza degli avvenimenti di quegli anni fa pensare al “gioco grande” di cui parlava Falcone: l’ennesimo gigantesco war game giocato all’interno di alcuni settori della nomenclatura del potere nazionale sulla pelle di tanti innocenti. Un war game trasversale combattuto anche a colpi di segnali, messaggi trasversali, avvertimenti in codice, veti incrociati e ricatti sotterranei: non potendo parlare esplicitamente tutti erano costretti a comunicare con linguaggi cifrati.

Perché dice “ennesimo war game”?

Tutta la storia repubblicana è segnata dal “gioco grande” celato dietro progetti di colpi di Stato poi rientrati (dal golpe Borghese al piano Solo) e stragi caratterizzate da depistaggi provenienti da apparati statali: da Portella della Ginestra alla strage di Bologna alle stragi del 1992-93. Perciò la questione criminale in Italia è inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale e con la questione stessa dello Stato e della democrazia.

Possibile che, in un Paese debole di prostata dove nessuno si tiene niente, i segreti sulle stragi custoditi da tanta gente tanto eterogenea restino impenetrabili a quasi vent’anni di distanza?

Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone, riuscendo a raggiungerle e a eliminarle anche nel carcere più protetto. Come Gaspare Pisciotta, testimone scomodo ucciso all’Ucciardone con un caffè alla stricnina, e a un’altra decina di persone al corrente dei segreti retrostanti la strage di Portella. E come Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Brescia e strangolato in carcere. Resta inquietante lo strano suicidio in carcere nel 1993 di Nino Gioè, appena arrestato e sospettato per Capaci, dopo strani incontri con agenti dei servizi e una strana trattativa avviata con Paolo Bellini, coinvolto in indagini sull’eversione nera negli anni 70, per aprire un canale con Cosa Nostra. Ed è inquietante che Nino Giuffrè, braccio destro di Provenzano, abbia raccontato di essere stato invitato a suicidarsi nel 2005, subito dopo l’inizio della sua collaborazione, ancora segretissima. Il muro dell’omertà comincia a fessurarsi solo quando il sistema di potere entra in crisi.

È per questo che oggi si aprono spiragli importanti di verità?

Presto per dirlo, ma ancora una volta la lezione della storia ce lo insegna. Quando la Prima Repubblica era potente, Buscetta, Marino Mannoia e altri collaboratori rifiutarono di raccontare a Falcone i rapporti mafia-politica: iniziarono a svelarli solo nel ‘92, quando quel sistema crollò, o meglio sembrò fosse crollato.

Oggi il governo appena qualcuno torna a parlare, vedi Spatuzza, gli nega il programma di protezione. Che messaggio è?

Quella decisione è stata presa contro il voto di dissenso dei magistrati della Procura nazionale antimafia che fanno parte della Commissione sui collaboratori di giustizia e contro il parere concorde dei magistrati di ben tre Procure della Repubblica antimafia: Caltanissetta, Palermo e Firenze. Intorno al caso Spatuzza e sul fronte delle indagini sulle stragi si è verificata una spaccatura assolutamente inedita tra magistrati e gli altri componenti della Commissione. Proprio perché non si tratta di una scelta di routine e proprio a causa di questa spaccatura, quella decisione in un mondo come quello mafioso che vive di segnali può essere equivocata e letta in modo distorto: nel senso che lo Stato in questo momento non è compatto nel voler conoscere la verità sulle stragi. Naturalmente non è affatto così, le motivazioni del dissenso sono di tipo giuridico, ma è innegabile che il pericolo esista.

Dunque hanno ragione i pm di Caltanissetta quando dicono in Antimafia che la politica non è pronta a fronteggiare l’onda d’urto delle nuove verità sulle stragi?

A me risulta che le loro dichiarazioni sono state riportate dalla stampa in modo inesatto. In ogni caso, sulle stragi e i loro retroscena abbiamo oggi un’occasione più unica che rara, forse l’ultima, per raccontare una storia collettiva sepolta da quasi vent’anni di oblio organizzato. Per restituire al Paese la sua verità e aiutarlo a divenire finalmente adulto. Se non dovessimo farcela neppure stavolta, non ci resterebbe che fare nostra un’amara considerazione di Martin Luther King: “Alla fine non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 24 luglio 2010
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Lug 26


La manovra economica colpisce di più i Comuni del Sud e l’effetto sulla spesa è pari a circa 22 euro a cittadino. E’ quanto afferma il presidente dell?Ifel, Giuseppe Franco Ferrari, in occasione della presentazione del rapporto 2010. “Il livello di insostenibilità - sottolinea - cresce in modo sensibile nel 2012, e in misura maggiore nel Mezzogiorno, quando metà dei Comuni si troverà nella posizione di dover tagliare la spesa per più del 10% e il 35%, invece, dovrà chiedere ai cittadini un contributo che sarà superiore ai 100 euro pro capite”. “Come incide la manovra finanziaria per i Comuni nel prossimo triennio? - si chiede Ferrari - la prima cosa che balza all’attenzione di tutti è l’effetto sulla spesa delle amministrazioni comunali che è del 2,1%, pari a circa 22 euro a cittadino. Le regioni maggiormente colpite - prosegue Ferrari - sono il Molise, l’Umbria e la Sardegna, mentre i Comuni più esposti, in termini di spesa, sono quelli del sud Italia, con un taglio implicito della spesa complessiva del 2,4%, seguiti da quelli del Nord, dove l’obiettivo incide per il 2,1%, e infine dai Comuni del Centro, con un taglio dell’obiettivo dell’1,6%”. Nel dettaglio, spiega, la manovra risulta per i Comuni talmente dannosa che l’11% degli enti dovrà tagliare la propria spesa del 10% per ottemperare al patto di stabilità. Il 56% degli enti dovrà generare un avanzo, mentre i restanti dovranno necessariamente andare incontro ad un pareggio.
Fonte:Virgilio Notizie
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Lug 26


Di Luigi Spina

L’esercizio è semplice, ma l’effetto è impressionante. Basta accostare due notizie, registrate da tutti i giornali negli ultimi giorni. La prima, in ordine di tempo, si riferisce al rapporto Svimez 2010 sull’economia del nostro Mezzogiorno, dove si segnala addirittura il rischio di «una estinzione» dell’industria nel Sud. La seconda, di ieri, riporta le dichiarazioni dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, nelle quali si annunciano, da Detroit, il passo decisivo e obbligato dell’azienda sulla via dell’internazionalizzazione e la scelta di spostare in Serbia la costruzione della nuova monovolume, in un primo momento prevista a Mirafiori.

Il drammatico allarme del più importante istituto di analisi economico-sociale sulla condizione delle nostre regioni meridionali e la cruda chiarezza con cui Marchionne esprime scetticismo sulle garanzie che negli stabilimenti italiani si possano ottenere per attuare progetti di investimento così impegnativi hanno suscitato nella classe politica e in quella sindacale del nostro Paese reazioni sconcertanti. Da una parte, deprecazioni generiche all’insegna di un meridionalismo sempre più vecchio e senza idee.

Dall’altra, minacce, barricadiere nei toni e vane nella sostanza, contro le regole della competitività e dei mercati internazionali e proposte di liturgici tavoli di discussione.

La debolezza di queste risposte al significato complessivo delle due notizie è sconfortante, per almeno due ragioni. La sproporzione rispetto al pericolo di un forte declino dell’industrializzazione italiana e, quindi, di una sostanziale emarginazione di quella che figura ancora come settima potenza dell’economia mondiale dal futuro vertice dei Paesi più sviluppati del ventunesimo secolo. La sorpresa per due annunci che non sono affatto «due fulmini a ciel sereno», ma sono gli esiti, purtroppo largamenti previsti, di fenomeni che, in Italia, si manifestano non da anni, ma da decenni.

E’ da decenni, infatti, che i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi non hanno avvertito la gravità della crisi e che, perciò, non hanno lanciato un vero piano straordinario di politica industriale. L’unico progetto con il quale, concentrando tutte le risorse del Paese, si possa sperare di restare a far parte dell’élite economica del mondo. L’unico modo, al di là di astratti, confusi e velleitari piani di riconversione delle vocazioni fondamentali dell’Italia, con il quale si possa assicurare il futuro ai nostri giovani.

Nel recente e non solo recente passato i governi hanno diviso la questione industriale in Italia, separando, di fatto, l’attenzione e le terapie tra la condizione del Nord e quella del Sud. Nel Settentrione, si è pensato di compensare le difficoltà delle grandi aziende per competere sui mercati internazionali con il modello della piccola manifattura che si è sviluppato nel Nord-Est. Un sistema fondato su presupposti economici, sociali, finanziari che non poteva reggere davanti alla crisi dei mercati esteri e alla concorrenza delle condizioni di lavoro nei Paesi meno evoluti.

Per il Mezzogiorno si è oscillato, invece, tra due convinzioni, in realtà senza applicare nessuna delle due con la minima coerenza. Alcuni hanno teorizzato che la migliore scelta fosse quella di non fare nulla. I risparmi ottenuti, rispetto alle onerose politiche di incentivi e di assistenza, avrebbero potuto consentire al Nord una più rapida crescita e, quindi, trainare anche il Sud verso un progresso economico più sano e più indipendente. Altri hanno invocato, invece, una specie di ritorno al passato, alla «gloriosa» epoca della Cassa del Mezzogiorno e dell’Iri, al massiccio intervento dello Stato. I risultati dell’intreccio casuale di queste due linee di politica economica sono evidenti: mentre in altre zone depresse d’Europa, come l’Irlanda, il Sud della Spagna, l’Est della Germania, le distanze con le regioni più sviluppate si sono accorciate o addirittura annullate, il nostro Mezzogiorno è nella condizione tragica denunciata, appunto, dall’ultimo rapporto Svimez. Un piano straordinario di politica industriale dovrebbe puntare sulle tre emergenze che impediscono all’Italia di essere un Paese attrattivo per gli investitori stranieri: una giustizia civile meno insopportabilmente lunga, una burocrazia meno asfissiante, una legislazione del lavoro più moderna. Il ministro Tremonti, a parte la balzana idea di modificare l’articolo 41 della Costituzione, ha avanzato, per la verità, alcune proposte interessanti in merito, individuando il vero motivo per cui sia le famose «lenzuolate» di Bersani, sia il tanto propagandato «piano casa» di Berlusconi si siano risolti in un sostanziale fallimento: «gli interessi di settori riescono a bloccare tutto», ha ammesso.

Ecco perché solo una eccezionale mobilitazione bipartisan, provocata dalla consapevolezza del rischio che corre l’Italia in questo momento, potrebbe sconfiggere le resistenze corporative. Non c’è bisogno di calcare i toni dell’allarme sul futuro dell’industria nel nostro Paese, perché la situazione è persino troppo evidente. Né di eccedere in pessimismo, perché il nostro futuro non è scontato. E neanche di esibire qualche gesto simbolico. Ma se, a quasi tre mesi di distanza dalle dimissioni di Scajola, si trovasse anche un ministro dell’Industria non sarebbe male.

Fonte:La Stampa del 23/07/2010

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