Ago 25

Il pentito Antonino Giuffrè (braccio destro di Bernardo Provenzano) , e Salvatore Cancemi, ammettono al processo sui mandanti occulti delle stragi mafiose di Capaci e di Via D’Amelio, le connessioni tra Cosa Nostra e Forza Italia. Tratto dal film “Il fantasma di Corleone” di Marco Amenta

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Ago 25


Di Luigi de Magistris

Nel prossimo autunno –che si preannuncia caldissimo, soprattutto per i temi dell’economia e del lavoro ed il riemergere del conflitto sociale– il Governo tenterà –con il sostegno della sua maggioranza servile– di portare a compimento il disegno –di chiara ispirazione piduista– per il definitivo annientamento dell’autonomia della magistratura e dell’indipendenza e del pluralismo dell’informazione.

Fino a qualche anno fa il timore dei poteri forti era rappresentato, soprattutto, dai procedimenti penali della magistratura e dalla possibilità che venissero emesse sentenze di condanna nei confronti di corrotti e corruttori. La stagione delle modifiche legislative e del ridimensionamento –ad opera anche di frange di magistrati sempre più pervasi dalla correntocrazia- del ruolo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura, ridotto sempre più ad organo non di autogoverno della magistratura ma di condizionamento di quei magistrati ancora liberi ed indipendenti che operano nei vari uffici giudiziari, ha reso sempre più difficile la possibilità di raggiungere la verità processuale (anche attraverso le nuove tecniche di mobilità dei magistrati scomodi).

Il forte annichilimento, attraverso legislazione ordinaria, del ruolo della magistratura come previsto in Costituzione, non è sufficiente al sistema della casta per mettersi al riparo da quello che è il pericolo più serio: la conoscenza dei fatti da parte dell’opinione pubblica che può produrre dissenso, massa critica e, quindi, opposizione al regime e condurre, magari, anche ad un cambiamento della classe dirigente.

Ecco l’escalation legislativa che punta alla scomparsa dei fatti, attraverso il controllo totale dei mezzi di comunicazione. Taccio della televisione (di Stato –sic!– e di proprietà dell’utilizzatore finale) ormai ridotta, salvo alcune lodevoli eccezioni (che non si sa fino a quando dureranno prima di essere smantellate), a pura propaganda di regime ed a strumento teso a consolidare la sub-cultura di governo. Bisogna zittire quei giornalisti –che ancora non praticano l’auto-censura, tanto di moda in Italia– i quali ancora si ostinano (forse perché hanno la passione per il loro lavoro) a raccontare i fatti ed a spiegare al Paese quello che accade.

Ecco, quindi, i provvedimenti che i berluscones cercheranno di approvare da settembre in violazione della Costituzione (vedremo che farà il Presidente della Repubblica): la legge che elimina le intercettazioni telefoniche –questo soprattutto per rendere un servigio a Papi e metterlo al riparo da quelle che appaiono corruzioni sorte attorno all’utilizzo finale dei corpi– che produrrà un aumento della criminalità con Maroni che getterà addosso ad immigrati e clochard le ronde per raffreddare le ansie da tolleranza zero; la legge che impedisce al Pubblico Ministero di prendere notizie di reato di propria iniziativa ma solo su input della polizia giudiziaria (quindi del potere esecutivo), per esemplificare non avremo più inchieste del tipo trattativa tra mafia e Stato,tangentopoli, scandalo Parmalat e furbetti del quartierino; l’eliminazione del diritto di cronaca vietando ai giornalisti –attraverso anche le salate multe agli editori (guai a toccare le tasche dei pantaloni, molto peggio che andar di galera)- di raccontare fatti fino a quando non si celebrano i processi (che non si fanno più per le varie leggi-ostacolo create dalla casta).

Un disegno organico che mette il silenziatore alla storia. Dal momento che la magistratura viene neutralizzata definitivamente e l’informazione ridotta a megafono del regime che consolida la navigazione del manovratore di turno, è chiaro che il popolo verrà narcotizzato attraverso un’iniezione letale di bromuro, tutto diventerà sempre più normale (rectius, normalizzato): la vicenda delle escort (rectius, prostitute) sarà vita privata mondana del Premier per eliminare lo stress accumulato nell’interesse del Paese,le corruzioni saranno scambi commerciali per il progresso dell’Italia, la mafia un aiuto di volontari per mantenere la quiete in territori turbolenti, il riciclaggio del denaro sporco investimenti che aiutano l’economia e creano lavoro.

Non possono essere più solo i magistrati ed i giornalisti ad opporsi a questa deriva autoritaria di tipo peronista, non sono interessi corporativi, anche perché molti magistrati applicano il conformismo giudiziario o sono ammalati di quel morbo che Piero Calamandrei chiamava agorafobia (per essere graditi al potere prevengono le raccomandazioni prima ancora di riceverle), tanti giornalisti non sono altro che la voce del padrone (intendendosi per padrone i poteri forti che non sono solo quelli politici).

Sta alla parte più sensibile della politica e della società civile mobilitarsi per difendere questi due baluardi dello Stato di Diritto –pilastri della democrazia- per evitare che il regime si consolidi e che, poi, divenga impossibile conoscere i fatti perché non ci saranno più fatti da raccontare.

Fonte:L’Unità del 23 agosto 09

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Ago 25

Di Francesco Laricchia

Il 24 agosto 1833 nasceva a Gioia del Colle (Ba) Pasquale Domenico Romano noto come il Sergente Romano. Un grande soldato dell’esercito del Regno delle Due Sicilie ed un eroico combattente partigiano contro le truppe di conquista savoiardo-piemo…ntesi. Nel bosco di Vallata (sulla S.S. Gioia-Santeramo) dove fu trucidato il 5 gennaio 1863 insieme ad altri “briganti” è stata innalzata una stele commemorativa.

Pasquale Domenico Romano nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833.
Nel 1851 si arruolò nell’Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di “primo sergente” e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l’onore di diventare “Alfiere” della Prima Compagnia del 5° di Linea. Disciolto l’Esercito del Regno delle Due Sicilie non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mai sopportando l’inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i “salotti” e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi.
Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l’alto senso dell’onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l’assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l’eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il “brigante” degno dell’ammirazione delle popolazioni meridionali.
Il 4 Gennaio 1862 lungo la strada che porta al Santuario del Melitto, nei pressi di Cassano, tese un’imboscata alla guardia nazionale di Altamura. Nello scontro furibondo che ne scaturì i militi fatti letteralmente a pezzi dai partigiani che si abbandonarono a violenze indescrivibili dettate da un odio e da un desiderio di rivalsa profondi ed incolmabili. Sapendo di avere addosso tutte le truppe della zona il Sergente, a notte fonda si sposto nel bosco di Vallata presso Gioia del Colle nello stesso posto da dove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni. Ma anche questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora il bosco fu circondato da un intero reparto di cavallegeri di Saluzzo, comandato dal capitanp Bolasco, e da un plotone di guardie nazionali accorse in forze da Gioia del Colle. Il Sergente Romano ed i suoi uomini sentendo i nemici addentrarsi nella fitta vegetazione da tutte le direzioni intuirono la grave situazione e aspettarono immobili nei loro nascondigli fino all’ultimo momento. Lo scontro a fuoco fu micidiale e, terminate le scariche di fucileria, seguìun furioso corpo a corpo all’arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi sferzanti della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovraumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di “Evvivorre!”, cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare. Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e, issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle, in via della Candelora, sotto le finestre della sua abitazione dove rimase esposto per una settimana. Nonostante ciò la popolazione non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era effettivamente morto e con lui era finita la resistenza armata all’invasore piemontese in terra di Puglia.

da: “BRIGANTI & PARTIGIANI” - a cura di: Barone, Ciano, Pagano, Romano - Edizione Campania Bella

FONTE: http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Briganti/SergenteRomano.htm#pasquale

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Ago 25


66 incarichi vacanti. I dirigenti saranno chiamati da Campania,
Puglia e Sicilia. Il Carroccio: «Nuove regole per i concorsi»

di Giovanni Santin e Chiara Pavan

VENEZIA (22 agosto) - L’anno scolastico che si sta per aprire decolla all’insegna delle “assenze”, quelle dei presidi. In Veneto ne mancano 66. Arriveranno da fuori regione, con buona pace della Lega pronta a dare battaglia sul «problema dei presidi foresti».

Nelle sette province del Veneto, sia pur in misura diversa, il posto di dirigente scolastico sarà infatti coperto da personale in arrivo da Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Da settembre, così, ci sarà una distribuzione a pioggia di presidi meridionali che cascherà un po’ su tutte le scuole d’Italia, ma soprattutto al Nord, dove i posti vacanti sono numerosi.

Ed è questo che a Vicenza, a fine luglio, ha fatto scattare una mozione bipartisan con la quale si è intimato l’alt all’arrivo di dirigenti del sud. Sotto accusa c’è innanzitutto un concorso bandito nel 2004: un numero di posti assegnati a ciascuna regione, e un dieci per cento in più di persone idonee da lasciare in lista d’attesa. Ma qualcuno, al sud, ci avrebbe provato, mettendo in lista più concorrenti, che ora sarebbero tutti da sistemare. A nord, invece, hanno inserito nelle graduatorie di merito soltanto il numero di dirigenti previsto dal concorso bandito. Di qui il “gap” che ora crea problemi.

E Vicenza, dopo la protesta sollevata in consiglio provinciale dall’assessore alla scuola Morena Martini (Pdl), si ritrova ad essere anche il territorio più colpito dalla mancanza di presidi locali: qui i posti vacanti sono 25. Seguono Padova con 12; Venezia con 9, Belluno con 7. A Rovigo e Verona ne mancano 5; la meno scoperta è invece Treviso con tre soli “buchi”.
Non tutte le 66 caselle tuttavia saranno coperte, ma solo 38; questo il numero che il governo centrale ha previsto per il Veneto. Gli altri 28 posti saranno assegnati “in reggenza”.
E questa è sicuramente un’altra soluzione che penalizza la scuola, perché si tratta di presidi che già hanno una loro scuola da “governare” e che saranno costretti a sdoppiarsi lavorando, e dirigendo, anche un’altra sede.

Ieri all’Ufficio Scolastico Regionale di Venezia non erano in grado di procedere alle nomine «perché non erano ancora arrivate tutte le disponibilità». Ma una cosa è certa: questi 38 posti saranno attribuiti tutti a candidati idonei provenienti da fuori regione «perché noi non abbiamo più personale abilitato per la funzione dirigente».

Le ragioni? Non solo fuga dalla scuola, non solo tagli che, al contrario, come nel caso di liceo classico e scientifico di Belluno, unendosi fanno “risparmiare” un preside. «Manca proprio il personale abilitato» ripetono da Venezia.
La Lega, intanto, si prepara a contrastare «l’invasione di presidi del Sud». Mario Pittoni, capogruppo del Carroccio nella Commissione istruzione del Senato, in una nota suggerisce che «basta chiudere definitivamente con le riserve di idonei, che, come sappiamo, in certe zone tendono a lievitare oltre misura, e ridurre il peso della valutazione scolastica, visto che in alcune realtà i supervoti non si negano a nessuno».
Certo, «la buona notizia» è che con «l’ultima infornata - dice sempre Pittoni - dovrebbero svuotarsi del tutto le graduatorie anche al Sud. Si può quindi mettere mano ad un nuovo regolamento concorsuale» che, appunto, dovrà essere indetto per «un numero di idonei corrispondenti ai posti disponibili, neanche uno di più» e, in secondo luogo, dovrà limitare il peso «delle valutazioni dei titoli, viste le pesanti diversità tra un’area e l’altra del paese».

Secondo Morena Martini, che a Vicenza ha aperto il “dibattito” sulla provenienza dei presidi, non si tratta di bandire i presidi del sud, ma di affrontare la questione in modo diverso. «Stiamo parlando della tutela dei lavoratori, non solo dei veneti, ma di tutta Italia - precisa l’assessore - Il problema sta nel concorso per dirigente scolastico bandito nel 2004, e nelle due seguenti sanatorie. Da rivedere».

Certo, non sarà facile incidere sull’anno scolastico che si sta per aprire, ma si potrà indicare un nuovo percorso: «Alcuni presidi siciliani mi hanno scritto, sperano di poter venire a Vicenza, proprio perché stiamo portando avanti una battaglia per la giustizia». E la Lega, coi suoi «proclami», non fa un grande servizio. «Ma dove sono stati finora? - ribatte Martini - Nel 2004 e nel 2007 potevano stare attenti, potevano giocarsela in modo diverso coi loro esponenti al governo». Con gli slogan, chiude l’assessore, non si fanno battaglie, ma «rapine elettorali». Che non servono a nessuno, tantomeno alla scuola. Fonte:Il Gazzettino

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Sep 07

1. Herbalife è una multinazionale con 25 anni di esperienza diffusa oggi in 60 paesi del mondo
2. Tutti i prodotti sono a base naturale, vero e proprio "cibo" senza controindicazioni
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Ago 25

Alessio Mora, l’uomo che ha curato la trattativa per l’acquisto del Bari da parte del texano Tim Barton, martedì sarà di nuovo nel capoluogo, ma stavolta non per questioni legate al calcio. Farà un sopralluogo allo stadio San Nicola, dell’ambito del Business del fotovoltaico.

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Ago 25


di Alessandro D’Amato

Mentre i manager vanno ad aiutare a scaricare i bagagli, il solito disastro organizzativo estivo lascia in attesa all’aereporto i passeggeri e provoca le proteste degli organismi internazionali. Ma nessuno se ne accorge: “Ali-caos” è passato di moda, i giornali non ne parlano più

Quando si dice le risorse umane. Oggi e domani manager e collaboratori di Alitalia aiuteranno il personale di terra a Roma Fiumicino a scaricare i bagagli in un week-end a rischio ingorgo nei diversi servizi presso lo scalo romano, dai check in ai varchi per l’imbarco e la sicurezza, dalle biglietterie all’assistenza clienti. Un’iniziativa estiva voluta personalmente dall’amministratore delegato, Rocco Sabelli, per cementare il clima tra il personale che proviene da due diverse aziende (la vecchia Alitalia e Air One). Lo stesso Sabelli si è recato in aeroporto, ed ha passato alcune ore con i colleghi al lavoro, il primo fine settimana di agosto. Ma soprattutto per fronteggiare l’ennesima emergenza che si preannuncia sul fronte aeroportuale.

Gli altri anni “Ali-caos” era quasi un must: i titoli dei giornali sui disservizi di Alitalia nel periodo estivo erano un appuntamento fisso, quasi come le ricorrenze del calendario. Eppure, nonostante i licenziamenti, le seimila persone in cassa integrazione – di cui 858 tra piloti e comandanti 1556 assistenti di volo e 3049 personale di terra – la Cai dei nuovi capitani coraggiosi benedetta dal governo non sembra ancora riuscita a trovare un’organizzazione funzionante e profittevole. Nel mese di luglio, tradizionalmente critico per i vettori, a Fiumicino la percentuale dei voli Alitalia in partenza puntuali, o con un ritardo inferiore ai 15 minuti, è andata in picchiata, toccando il 44%; solamente un anno fa, con la vecchia gestione e tutti i problemi finanziari dell’azienda, gli arrivi in orario erano il 55%. E nemmeno il paragone con la concorrenza aiuta: in giugno la puntualità generale di Fiumicino (tutti i vettori) è stata del 59,9%, e ad abbassare la media ha contribuito anche via della Magliana, 50,5%. Sempre nello scalo romano, ad agosto la puntualità della compagnia nazionale, secondo rilevazioni ancora informali, è scesa al 46,5%. Le altre compagnie evidenziano su Fiumicino tassi di puntualità tra il 65% e il 70%. In più, ci sono gli annosi problemi – mai risolti – nei servizi aeroportuali: a luglio per i voli Alitalia/AirOne le autorità aeronautiche hanno rilevato il mancato rispetto degli standard fissati dalla Carta dei servizi per oltre il 40% dei voli in arrivo e ad agosto il dato peggiora intorno al 50%. Secondo gli standard internazionali, il 90% dei bagagli dovrebbe poter essere ritirato entro 32 minuti dall’atterraggio dei voli nazionali ed entro 42 minuti per gli internazionali. Tra il luglio 2008 e il luglio 2009 la percentuale di Alitalia per i bagagli consegnati entro questo lasso di tempo è scesa dal 67 al 51%.

La compagnia si difende ricordando che la puntualità generale del vettore (cioè quella misurata su tutti gli scali) è al 73%, ma c’è anche da ricordare che ha ridotto di quasi un quarto l’ammontare totale dei voli rispetto alle “vecchie” Alitalia ed air One. E ha cercato anche di addossare a Fiumicino la colpa dei ritardi nei voli, prendendosi la piccata replica del direttore generale di Aeroporti di Roma, Franco Giudice “Se i dati di Eurocontrol bocciano Fiumicino in quanto scalo più ritardatario d’Europa la colpa e’ tutta di Alitalia. Il problema numero uno resta la finora incompiuta integrazione fra l’ex compagnia di bandiera ed Air One” afferma Giudice, “e l ritardo nei voli, inoltre rallenta tutta l’operazione di transito e riconsegna dei bagagli. I ritardi di Alitalia congestionano il sistema”. Mauro Rossi,segretario nazionale Filt Cgil, sembra quasi rassegnato e preannuncia un settembre caldo: “Inutile nasconderci che in Alitalia le cose non procedono bene. I risultati economici di cui si parla in azienda sono molto negativi, come del resto i valori della puntualità e della qualità del servizio. E, dal nostro punto di vista, anche le relazioni sindacali non migliorano, anzi: sono deficitarie. Continuando di questo passo la ripresa si annuncia difficile e settembre rischia di essere conflittuale per tutte le categorie dei lavoratori Alitalia”.

Anche Claudio Genovesi della Fit Cisl la pensa pressappoco così: “Il sindacato negli anni difficili ha avuto un grande senso di responsabilità, ma a settembre saremo critici su tutti i nodi irrisolti dell’azienda”. Ad esempio quali? “Ci sono delle difficoltà oggettive dovute alla start up di una nuova azienda, e vanno capite. Ma vi è anche una serie di carenze organizzative e nei presidi della procedura produttiva: chi dovrebbe operare il coordinamento (la direzione operativa), semplicemente, non è all’altezza. Un problema strutturale, comparso all’epoca di Cimoli, che persiste ancora oggi. Ci vorrebbe discontinuità”. Ma la nuova gestione non doveva risolvere questi problemi? “La Cai a mio parere non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande: non è ancora chiaro quale dev’essere la posizione sul mercato della compagnia, prima si vuole fare la low cost e poi si torna indietro; prima si punta tutto su Roma e poi si pensa a incentivare Milano. L’azienda deve capire dove vuole investire, una volta per tutte”. E come mai secondo lei c’è un generale silenzio dei media sulla situazione odierna? “Eh, questo dovrebbe chiederlo ai suoi colleghi giornalisti, non a me”. E pure Fabio Berti dell’Anpac è sul piede di guerra: “Quello che sta avvenendo deve far riflettere perché è la dimostrazione che non erano certo i privilegi dei piloti la causa dei problemi dell’azienda, visto che questi non ci sono più ma i disagi non sono mancati. Le sofferenze di Alitalia vengono da molto lontano: la totale mancanza di una politica del trasporto aereo, l’”aiuto” alla concorrenza (Air One) sempre in primo piano: una volta cedute grandi fette di mercato, è difficile riportarle all’ovile”. Ma questi problemi si potrebbero risolvere? “Oggi come oggi il sistema non è strutturato per funzionare anche con il massimo picco di passeggeri: per questo le inefficienze dell’azienda si vedono così chiaramente. Ma il problema è a monte: se continuiamo a pensare che il trasporto aereo possa essere privo di regolamentazione a livello di competitor, le sofferenze saranno sempre maggiori. E mi faccia dire una cosa”. Prego. “Gli 850 piloti messi in cassa integrazione sarebbero potuti servire in questo agosto. Noi come Anpac avevamo proposto la rotazione dei lavoratori anche per dare all’azienda l’opportunità di sfruttare la flessibilità. Ci è stato risposto di no, e questi sono i risultati”.

Intanto i bilanci soffrono: nei primi sei mesi di vita Alitalia ha bruciato 273 milioni, oltre un quarto del capitale, quel miliardo, che gli azionisti si sono impegnati a garantire. I risultati del primo semestre che evidenziano oltre a una perdita operativa di 273 milioni (con uno scostamento del 6% rispetto alle previsioni di budget) ricavi per 1,276 miliardi, 10 milioni di passeggeri e un coefficiente medio di riempimento (load factor) del 59%, al di sotto del 72%, la media delle compagnie europee e del Piano Fenice. La posizione finanziaria netta è di 770 milioni, la cassa scende a 370 milioni, mentre la disponibilità liquida è di 490 milioni. Una situazione sempre più difficile, che fa ben comprendere le continue voci che si susseguono su soci pronti ad abbandonare la barca prima che affondi oppure che stanno lì a contare i giorni che li separano dalla vendita del pacchetto azionario ad Air France. Peccato che nessuno ne parli più, a Palazzo.

Fonte:Giornalettismo

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Ago 25

Onore a Michele Pezza, detto Fra Diavolo, combattente antifrancese impiccato nel 1806 in Piazza Mercato a Napoli.

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Ago 25


Fin qui la propaganda del Governo è stata molta, i fatti concreti molto pochi e la concertazione è stata azzerata” Roma, 22 ago. (Adnkronos/Ign) - La Cgil prevede per l’Italia un autunno nero sul fronte dell’occupazione. A lanciare l’allarme è il segretario confederale Agostino Megale: “Purtroppo il nostro Paese, rispetto ai segnali di rallentamento della recessione economica di Stati Uniti, Francia e Germania, con il suo Pil a -6% nel 2009, rischia un impatto sull’occupazione in autunno molto pesante”.
“Il passaggio del tasso di disoccupazione dal 6,3% al 9,4% del 2009 ed al 10,3% nel 2010 porta tra gli 800mila ed un milione di posti di lavoro a rischio alla meta’ del 2010″ aggiunge Megale, sulla base delle stime dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche. Per Megale, quindi, e’ necessario che “il Governo ripristini il tavolo anticrisi che chiediamo da tempo”.

Ma necessario, per il segretario confederale della Cgil, e’ anche che “il sindacato si muova unitariamente attorno ai temi dell’occupazione, dei licenziamenti e della riduzione delle tasse sul lavoro”.

“Il sindacato deve ricostruire una sua azione unitaria -sottolinea ancora Megale- capace di costringere il Governo a passare dalla propaganda ad un confronto, avviando una concertazione vera con sindacato e imprese”. “Dobbiamo ricostruire l’unita’ sindacale” dice ancora Megale convinto che “fin qui la propaganda del Governo e’ stata molta, i fatti concreti molto pochi e la concertazione è stata azzerata”.

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Ago 25


La certezza definitiva si avrà solo a metà settembre ma i tecnici che stanno lavorando al caso, a cominciare dall’Arpa di Latina, ne sono ormai convinti e si stanno preparando alle fassi successive. Mancano solo alcuni dettagli per conoscere l’esito dell’indagine geomagnetica condotta su una delle discariche di Borgo Montello, la cosiddetta «S zero», cioè la prima attivata nel sito di Latina e attualmente dismessa. La prima parte dell’indagine, consitente nell’esame del terreno e nel prelevamento dei campioni e dei dati, ha visto all’opera lo scorso mese di giugno i tecnici del prestigioso Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. L’istituto ha operato su incarico dell’Arpa di Latina (l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) ed i risultati sono al momento oggetto di attento studio e valutazione della stessa Arpa. Lo scopo dell’attività, come noto, è valutare se nella discarica vi siano interrati dei fusti contenenti rifiuti, presumibilmente tossici. Una ipotesi, questa, documentata da uno studio dell’Enea condotto all’inizio degli anni novanta e mai approfondito. Lo scorso anno era stato il consigliere regionale Fabrizio Cirilli a riproporre lo studio dell’Enea all’attenzione delle istituzioni, locali e regionali, e a seguito di questa iniziativa l’assessore regionale all’ambiente, Filiberto Zaratti, aveva incaricato l’Arpa di Latina di approfondire la questione. «Ora dovremo verificare i risultati - aveva detto il direttore dell’Arpa di Latina, il dott. Ennio Zaottini - e prevedere eventuali altre azioni, come ad esempio carotaggi, oppure procedere a mettere in sicurezza la discarica. In ogni caso renderemo pubblici i risultati. L’indagine geomagnetica è stata condotta con il ricorso a tecnologia interferenziale, cioè un macchinario che rileva perturbazioni geomagnetiche in profondità e quindi l’eventuale presenza di corpi metallici anomali». Parte dei riscontri ora è stata effettuata ed i risultati non lascerebbero purtroppo dubbi: i centinaia di fusti interrati conterrebero rifiuti altamente tossici. La notizia «positiva», se così si può definire, è che le stesse sostanze tossiche al momento non avrebbero intaccato la falda sotterranea. E’ per questo che si dovrà ora decidere se rimuovere quei fusti, interrati a più più di cinque metri con il rischio che la loro decomposizioone possa rilasciare il materaile tossico e quindi compromettere la falda, oppure lasciare il carico di veleno interrato. Altro filone, invece, è quello giudiziario con l’indagine aperta sulle responsabilità del’interramento dei fusti e la provenienza degli stessi.

Fonte:IlTempo.it Internet:9online

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Ago 25


Senz’ acqua si muore…l’acqua non è un bene privatizzabile ma un diritto!!

Di Ilaria Proietti

Roma, 19 ago (Velino) - La minaccia di lasciare a secco i comuni morosi non ha prodotto gli effetti sperati. E dunque si è pensato a un decreto del ministero dell’Economia per sbloccare la situazione: il provvedimento firmato da Giulio Tremonti il 24 luglio stesso e pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale prevede che la società mista (53 per cento regione Calabria e 46,5 per cento della francese Veolia) sia autorizzata alla riscossione coattiva dei crediti, circa 120 milioni di euro che dunque sono riconosciuti di ‘rilevanza pubblica’. La decisione del ministero giunge dopo la sollecitazione del Comitato di vigilanza per le risorse idriche che già lo scorso autunno aveva rappresentato la necessità di consentire la riscossione coattiva mediante ruolo dei crediti vantati dalle società a partecipazione pubblica per la fornitura di acque primarie, al fine di garantire il mantenimento dell’equilibrio economico finanziario del settore. E soprattutto dopo la nota della stessa società che ha nella propria mission anche la manutenzione delle strutture esistenti e la realizzazione di nuove infrastrutture per incrementare la disponibilità delle risorse idriche regionali.

Da oggi dunque, come avviene per Equitalia (incaricata della riscossione nazionale dei tributi) e per altre società come per esempio Sviluppo Italia i cui crediti sono riconosciuti di rilevanza pubblica, la Sorical è autorizzata a iscrivere ipoteca sui beni immobili del debitore e dei suoi co-obbligati, all’iscrizione del fermo amministrativo dei beni mobili registrati (per esempio autovetture) degli utenti morosi, all’espropriazione forzata dei beni immobili (se l’importo complessivo del credito per cui si procede supera complessivamente 8 mila euro), dei beni mobili e crediti anche presso terzi, al pignoramento e a ogni altra azione esecutiva, cautelare o conservativa che l’ordinamento attribuisce in genere al creditore.

Recentemente la Sorical era ricorsa a una misura drastica che però evidentemente non è bastata e cioè la riduzione della fornitura idrica a una serie di comuni (come nel caso di Scalea) dopo la contestazione del mancato versamento di circa 120 milioni. Dopo quella minaccia circa l’80 per cento dei comuni morosi avevano provveduto a sottoscrivere accordi che prevedono l’impegno a regolarizzare il rapporto, anche con rateizzazione del debito. In altri casi però l’appello era caduto nel vuoto e dunque la società aveva chiuso o quasi i rubinetti pur “cosciente dei disagi che saranno causati alla popolazione, ma di questi dovranno risponderne le rappresentanze municipali, responsabili di un’omissione reiterata negli obblighi di pagamento” si legge in un comunicato estivo.

Sorical che come detto è una società mista pubblico-privato, gestisce l’approvvigionamento e la fornitura all’ingrosso dell’acqua ad uso potabile sul territorio della regione Calabria che ha una partecipazione al capitale sociale di poco più del 50 per cento (mentre il resto è detenuto da Veolia) La società ha un’esclusiva di 30 anni del complesso infrastrutturale delle opere idropotabili regionali ed il connesso servizio di fornitura all’ingrosso. Con l’entrata a regime dell’organizzazione del servizio idrico integrato nei cinque ambiti territoriali ottimali (Ato) calabresi, i clienti di Sorical saranno le società di gestione del servizio idrico degli Ato stessi. La Regione Calabria ha affidato a Sorical anche l’attuazione di un articolato piano di investimenti, finalizzato all’integrazione e completamento e all’efficientamento del complesso delle infrastrutture idriche, per garantirne la gestione unitaria.

Fonte:Il Velino

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Ago 25


Di Andrea Palladino

Chi protegge la cittadina del basso Lazio dallo scioglimento per infiltrazioni mafiose? Circolano i nomi dei ministri Brunetta e Sacconi. E soprattutto dell’esponente di An e ministra della Gioventù Il cui portavoce è il figlio del difensore di un boss.

Girando tra le strade strette del centro storico di Fondi può ancora capitare di sentire il profumo intenso della Zavardella. È un piatto antico, che i contadini portavano con se, fatto con i resti della cena. Povero, ma profumato. Il centro economico della pianura pontina ha tradizioni profonde, radicate, vive, dove gli affari si fanno con uno sguardo, una battuta in dialetto. E con i nomi. Fino agli anni ‘80 sembrava che le storie di malaffare fossero roba lontana, venuta da quella terra cugina oltre il Garigliano. Per i contadini e i piccoli commercianti - che oggi si incontrano davanti al castello, con flussi che seguono le temperature, alla ricerca del clima mite che questa terra tra mare e collina offre con generosità - deve aver pesato come la morte il destino che ha trasformato la piana in terra di mafie e affari da non raccontare.
Le cronache di questi giorni tanto hanno raccontato sulla mafia a Fondi. Ma in pochi solo sussurrano quella galassia di coperture - politiche nel migliore dei casi - e di silenzi che è la vera nemica della splendida terra del sud pontino. È stato un tycoon milanese, Silvio Berlusconi, a spiegare ai fondani che qualche ministro ha storto il naso davanti alle 500 pagine del Prefetto Frattasi, fautore della richiesta di scioglimento del consiglio comunale, decisione essenziale per recidere il legame con gli esponenti dei clan calabresi e dei cartelli casalesi venuti qui per investire e ripulire capitali sporchi. I nomi - mai smentiti - dei ministri che puntigliosamente hanno chiesto di rileggere tutte le carte e che avrebbero suggerito al premier la mezza bugia di ferragosto girano già da qualche giorno. Giorgia Meloni, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi. Tre nomi legati in qualche maniera a questo territorio, dove i cinquantamila voti che Forza Italia controlla da almeno otto anni sono chiusi a chiave nella cassaforte del fondano più conosciuto, Claudio Fazzone, senatore ed ex poliziotto.
Giorgia Meloni i suoi dubbi non li ha nascosti. A maggio venne a fare campagna elettorale per le europee da queste parti e a Monte San Biagio - paesino a pochi chilometri da Fondi - ha spiegato che forse quella richiesta di scioglimento è eccessiva: «Bisogna conoscere bene i fatti, studiare la documentazione e trarne le conclusioni». Giorgia Meloni, da quando occupa il posto di ministro della gioventù, ha nominato portavoce un militante di An che viene da questa zona, dalla città di Terracina. Si chiama Nicola Procaccini, che ancora oggi risulta essere dirigente nazionale di Azione giovani. Chissà se di Fondi hanno parlato prima del giudizio garantista del ministro.

In casa Procaccini di certo la questione è ben conosciuta. Massimo Procaccini, papà di Nicola, è uno dei legali di Vincenzo Garruzzo, meglio conosciuto con il nome di Zi’ Vince’, accusato dalla Dda di Roma di usura aggravata dalle modalità mafiose. A Garruzzo hanno sequestrato un patrimonio incredibile per un anziano signore di una cittadina di provincia: 51 immobili, 7 negozi e 13 terreni agricoli, per un valore complessivo di almeno 20 milioni di euro. Insomma, un cliente importante per il papà del portavoce del ministro Giorgia Meloni. Ma Massimo Procaccini nel mondo giudiziario di Latina era conosciuto soprattutto per la sua funzione di Presidente di sezione penale, che ha lasciato nell’aprile del 2001, poco prima di presentarsi come candidato sindaco di Forza Italia al comune di Terracina.Una vocazione di famiglia la politica - tutta di centrodestra - visto che la mamma del giovane portavoce, Maria Burani, è stata deputato per tre legislature con Forza Italia. «Ed oggi è molto arrabbiata con Claudio Fazzone che non l’ha fatta ricandidare», spiega Nicola Procaccini per dimostrare che i suoi legami con il sud pontino poco avrebbero a che fare con la posizione della Meloni. «E chi sarebbe poi Garruzzo?», chiede, assicurando che suo padre è stato per anni un magistrato stimato, integerrimo.
I ministri “garantisti” che stanno respingendo la tesi che l’economia del sud pontino sia in mano alla criminalità mafiosa, sono in realtà solo gli ultimi protagonisti della difesa a spada tratta della politica accusata di collusione. Per almeno due decenni importanti pezzi delle istituzioni hanno sempre assicurato che Latina era una provincia felice. Tra il 2005 e il 2006 però le cose cambiano. La Dda inizia ad indagare, a chiedere atti, ad intercettare gli intoccabili, quei nomi che tutti conoscevano e temevano. E i pm Francesco Curcio e Diana De Martino - che hanno condotto le indagini su ‘ndrangheta e camorra nel sud del Lazio - hanno cercato anche di spiegarsi quel lunghissimo silenzio giudiziario: «Nella stragrande maggioranza dei casi, si è proceduto, da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo Distretto, rubricando la massa dei fatti oggetto d’indagine - in realtà di stampo mafioso - in fatti di criminalità comune». Ovvero, per tanti anni la tesi era che esisteva una criminalità comune e non la penetrazione delle mafie. Fatti ben conosciuti, tanto che nel marzo del 1996 Carmine Schiavone, il principale collaboratore di giustizia dei casalesi, raccontava in una decina di pagine di verbale buona parte di quello che oggi si ritrova nel rapporto Frattasi, con nomi, fatti e date. Una testimonianza che è stata recuperata per la prima volta nel processo contro il clan Mendico, che si è concluso con l’ergastolo a Michele Zagaria e Ettore Mendico un mese fa.
Oggi sulle possibili «compiacenze» giudiziarie all’interno del Palazzo di giustizia di Latina sta indagando la Procura di Perugia. Mentre i magistrati della Dda cercavano prove su Vincenzo Garruzzo nel corso dell’inchiesta Damasco, i carabinieri hanno segnalato le visite effettuate da un barbiere di Monte San Biagio negli uffici della Procura di Latina. Per telefono gli indagati parlavano di un «amico grande» e un «amico piccolo», che - secondo gli investigatori - avrebbero passato informazioni riservate, ricevute da un magistrato ancora oggi in servizio. Fondi è un mix esplosivo pronto ad inondare la politica e la cronaca giudiziaria dei prossimi mesi.

Fonte:Il Manifesto

fonte: partitodelsud.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25

“(…) E` inaccettabile che un accoltellatore che ha agito con un chiaro movente di intolleranza sessuale, mettendo in pericola la vita di due persone, sia oggi soltanto denunciato a piede libero per un mero cavillo procedurale“.

Queste le parole del sindaco Alemanno di fronte ad un episodio di violenza inaudita di cui sono state vittima due ragazzi gay che si scambiavano delle affettuosità alle 4 del mattino a Roma.
Fonte:http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/08/23/221656-coppia_accoltellata_roma.shtml
L’accoltellatore ha prima redarguito i due ragazzi aggredendoli verbalmente, poi si è allontanato tornando con un coltello e ha aggredito il più gracile dei due, prima col coltello, poi accanendosi con calci mentre il ragazzo era esanime a terra. Ora fuori pericolo il ragazzo è stato operato d’urgenza ai polmoni e al fegato, oltre a presentare una serie di emorragie interne.
L’accoltellatore, già pregiudicato, è stato denunciato a piede libero ma non arrestato. Che scandalo e che vergogna! Arrestare i ladri di polli e lasciare a piede libero un potenziale assassino.
Ma che Italia è mai questa?

fonte: sopralapancalacapracanta.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 25


Fegato malato per cause ambientali
Discarica abusiva nel tarantino
Possibile la riduzione del costo dei cambiamenti climatici
Padoa Schioppa legge la situazione italiana e europea

Queste solo alcune delle notizie che potrete leggere sul sito di Vigiliamo per la discarica.
http://www.vigiliamoperladiscarica.it/VIGILIAMo_plus/home.php

fonte: sopralapancalacapracanta.blogspot.com » Vai al post originale