Ago 19


Ricevo dall’autore e posto:


Di Nando Dicè

Qui o si fa l’Italia o si muore”…di fame sareste morti cari Piemontesi, ed infatti veniste solo a mangiare al Sud. La truffa parte sin dal nome. Chiamarono l’Italia lo stato-nazione, ma in realtà nacque solo uno stato. Una semplice organizzazione, come quella che gestisce un supermercato. Per la nazione stiamo ancora aspettando. E dopo 150anni penso che ormai aspettare sia inutile: la merce è finita, andate in pace.La parola “Nazione Italiana” in realtà fu uno spot commerciale dei banchieri dell’epoca. Sarà un caso ma anche il primo iper-mercato nacque a Torino. Alla stessa maniera nacque lo stato, che chiamarono per pura propaganda, ITALIANO.

Ma, si sa, la pubblicità è l’anima del commercio e appena fondato il “super mercato Italia” molti notarono che bisognava creare i compatrioti, pardòn, i compratori italiani. E lì subito il primo spot: “Fatto il supermercato Italia, bisogna fare i clienti italiani”.

La “modernità” prese il potere al sud con la truffa dell’unità, in pieno stile marketing da supermercato. La prima offerta speciale fu subito chiara a tutti: “Prende il Nord, paga il Sud.”

I manager aprirono uno stand tutto speciale in cui “comprare l’illusione della nazione e della libertà” a prezzi politici e per evitare inutili attese alla cassa ne misero uno a destra e uno a sinistra. Per questa innovazione fu necessario l’intervento di un architetto, di un “grande architetto”. Il quale ogni tanto spostava, e continua a spostare, la cassa di destra a sinistra quella di sinistra a destra e prende per culo tutti.

L’uomo merce pensa con il linguaggio della merce, essendo divenuto merce egli stesso. Più che in ogni parte del mondo, noi al Sud questo lo sappiamo bene.

Non solo subimmo la “deportazione economica” del Risorgimento, noi che con solo 5 tasse riuscivamo ad avere la 4° economia dell’epoca, ma che divenimmo “merce” lo capimmo subito, e lo capimmo appena divenuti cittadini, pardon, compratori Italiani. Un primo caso al mondo dove acquisendo la cittadinanza di uno stato, si chiese di abbandonare la cultura a cui quello stato faceva nominalmente riferimento.

Tutti nordisti, gli apostoli-venditori dell’amorevole gesto di fare il supermercato Italia, leggasi dell’invasione del Sud. Nordista Mazzini, Cavour, Garibaldi, il Savoia. Ma non basta, erano nordisti pure gli eretici Cattaneo e Gioberti (quest’ultimo fu l’unico non ispirato dai “sacri” atei principi dell’ ‘89). Nordisti 798 dei mille incursionisti raccolti in comitati di consumatori, nordisti gli armatori, nordisti i finanziatori della spesa. Ma con l’unità d’Italia, non solo il mio popolo venne trasformato in consumatore, iniziò anche la trasformazione di se stesso in merce. Lo spot fu geniale. “Comprati sarai felice, venditi lo sarai ancora di più”. E nella sua genialità questo spot è senza tempo e vale tutt’oggi.
Fra il 1861 ed il 1915, 1/3 della popolazione meridionale, in “pacchi viaggi d’export”, venne per amor d’Italia “venduta” come emigrante. E sapete la cosa ridicola? Venne spacciato per forza e potenza, necessità imperialistiche dicevano… Una delle trovate pubblicitarie più belle di tutti i tempi.

Non mancarono le svendite. Appena fondato il Super mercato Italia, cercarono di smerciare tutti i meridionali al governo argentino, “In offerta speciale, TUTTO COMPRESO”, Vendesi Popolo “razzialmente inferiore”, con “una vertebra in meno” (Lombroso), disposto al trasferimento coatto. Il governo Argentino rispose: “La terra Del Fuoco non consente il controllo della merce”. In pratica rifiutarono di comprarci per carenza di magazzini adeguati.
Un altro spot che il supermercato Italia ha spacciato per anni è stato che la questione meridionale sarebbe stata risolta con la creazione delle colonie, una specie di franchising alla savoiarda.

Quando nel 1912 si fece la quarta colonia, la Libia, i nazionalisti dissero “risolvere la questione meridionale e occupare Tripoli non sono due azioni opposte, anzi la seconda avrebbe risolto la prima”. Furono gli antesignani dei banchieri. In pratica lo stesso concetto esposto da Draghi. Per risolvere la crisi mondiale, che abbiamo creato noi, bisogna andare avanti nella stessa modalità che ha creato la stessa crisi. Un genio, ma dove li prendono i dirigenti Bankitalia, al banco della frutta?

E poi dei jingle eccezionali, “l’impero italiano, erede di quello romano”, la “questione meridionale non esiste”, “la guerra unirà la patria”. Il super mercato Italia meglio della CocaCola.

Poi secondo loro il Supermercato Italia “chiuse per ferie”. Erano gli anni dal 1926 al 1936, il fascismo subentrò nella gestione e proprio per il suo non essere un’ideologia, il fascismo si è sempre meglio espresso con le opere che con le parole e quindi le cose al Sud cambiarono un bel poco, ma non del tutto.

Poi venne l’America e ci liberò dal peso di essere uomini e merce allo stesso tempo.

Ma soprattutto inserì il “supermercato Italia” nella rete commerciale globale e per noi nulla è cambiato, anzi qualcosa è cambiato. Siamo talmente in vendita e talmente privi di umanità, che la sera ho la netta impressione che sono i miei denti che puliscono lo spazzolino! -

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Ago 19


di Claudia Fusani

Ci siamo sbagliati, ancora una volta. Nel 2007 è stata approvata la legge di riforma dei servizi segreti che, tra le altre cose, ha ridotto la durata del segreto di stato da 50 a 15 anni, prorogabili fino a un massimo di trenta. La aspettavamo da trent’anni questa legge, perché l’Italia è piena di misteri con la complicità del segreto di stato, stragi e inchieste che non finiscono mai, da piazza Fontana all’Italicus, dal 904 alla strage di Bologna. L’elenco sarebbe lunghissimo. Limitare nel tempo il segreto di stato è una conquista di trasparenza e democrazia. Bene: apprendiamo, in questi giorni, che «ci sono problemi nell’applicazione di questa parte della legge». E i segreti di stato continuano a restare tali.

Ma non è finita qua. La stessa legge (n.124) ha riformato il complesso sistema delle agenzie di intelligence riorganizzando competenze e incarichi; ha dato più poteri ai nostri 007 (le cosiddette garanzie funzionali, in pratica la licenza di reato) mettendoli al pari dei colleghi stranieri e in grado di fronteggiare la sfida del terrorismo e, in parallelo, ha dato anche più poteri al Parlamento (al Copasir) per sorvegliare e controllare. Soprattutto, le legge ha riformato i modi di reclutamento degli 007, un modo per fermare il mercato delle assunzioni per questioni di parentela, amicizia e cordata. Anche questo punto delle legge «ha difficoltà di applicazione».

Potremmo non crederci visto che la legge di modifica dei servizi segreti è stato un lavoro lungo quindici anni, da quando s’è capito che quella del 1978 non era più adeguata perché il mondo nel frattempo è cambiato. Questo hanno scritto, sfumandolo in «ci sono difficoltà di applicazione», il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta che ha la delega ai servizi segreti e il direttore del Dis prefetto Gianni De Gennaro che coordina e sovrintende l’attività di Aise (ex Sismi) e Aisi (ex Sisde). Francesco Rutelli, presidente del Copasir, scrive nella relazione annuale appena consegnata al Parlamento che «con l’approvazione dei regolamenti applicativi è stata data effettiva attuazione alla riforma dell’intelligence». Tutto vero. Solo che i direttori delle agenzie, a regolamenti approvati, hanno rappresentato dubbi e perplessità. Il risultato è che sia le assunzioni che il vincolo del segreto di stato sono bloccati. Per l’esattezza «inapplicati».

La nuova legge prevede che per accedere nei ruoli delle agenzie sia necessario un concorso pubblico, un passaggio tecnico di valutazione di chi lo Stato sta per assumere in uno dei ruoli più delicati della propria amministrazione. È quello che accade, da anni, negli Stati Uniti per i ruoli della Cia o Dia e nel Regno Unito per Mi5 e Mi6. Là funziona, accesso con concorso pubblico. In Italia no: «Le procedure del concorso pubblico in Italia sono tali – è stato spiegato dai direttori di Dis, Aisi e Aise – per cui è impossibile conciliare i meccanismi di un concorso con la segretezza».

Non ci sta Ettore Rosato (Pd), membro del Copasir: «Se ci sono difficoltà nella procedura dei concorsi dobbiamo intervenire, ma il principio è intoccabile: per entrare nei servizi servono selezioni severe». Basta, ad esempio, con favoritismi e corsie privilegiate: nel settembre 2008, un giorno prima che entrassero in vigore i nuovi regolamenti furono assunti all’Aisi 250 agenti. L’ultima grande infornata. Poi con l’obbligo dei concorsi, c’è stato il blocco. Non meno grave è il fatto che non si possa far cadere il segreto di stato sui misteri d’Italia. «Anche qui sono segnalati problemi applicativi – si spiega dal Copasir – ci dicono che devono rinviare, pare non sappiano da quando far decorrere i termini per calcolare i tempi». Scrive Giuseppe de Lutiis (I servizi segreti in Italia, Ed. riuniti): «Il segreto di stato è diventato uno strumento di dominio di prim’ordine».

L’Italia sembra una Repubblica fondata sul segreto. Ha scritto alcune settimane fa su l’Unità Claudio Nunziata, ex pm della strage di Bologna a proposito degli ancora troppi misteri d’Italia: «Occorre che gli storici mettano alla prova la lealtà alle istituzioni esercitando il diritto di accesso agli archivi». Il problema è che quegli archivi continuano ad essere negati.

Fonte:L’Unità 16/08/2009

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Ago 19


di Nello Trocchia


La richiesta è giunta due mesi fa , ma alcuni ministri hanno fatto notare che in quel consiglio comunale così come nella giunta non c’è nessun indagato”. Questa la ragione addotta dal primo ministro Silvio Berlusconi per motivare il mancato scioglimento del comune di Fondi per condizionamento mafioso.

Quando intervistai il sindaco Luigi Parisella non sapevo potesse avere epigoni nelle sfere alte di Palazzo Chigi. Anche il primo cittadino di Fondi disse: “ Non ci sono indagati perché dovrebbe essere sciolto il consiglio comunale”[da 5.34].

Insomma la strategia difensiva è arrivata fino in consiglio dei ministri, grazie anche all’influenza del senatore Claudio Fazzone, ribattezzato mister preferenze, intimo amico di Parisella. In realtà c’è una falsità che colora le due dichiarazioni fotocopia: un indagato c’è in quella giunta e si chiama Riccardo Izzi. Assessore al bilancio, poi allontanato dalla giunta Parisella, arrestato di recente in una operazione della Dda capitolina.

Nonostante l’allontanamento per ‘ una vicenda personale – raccontava il sindaco - di droga’ alle elezioni comunali quelle, che Berlusconi chiama le forze del male, contribuirono alla vittoria di Parisella e all’elezione dello stesso Izzi.

Ma il punto è un altro e risiede nella normativa sullo scioglimento. La legge del 1991, confluita nel testo unico del 2000( N.267) all’articolo 143 non prevede la presenza di indagati come condizione necessaria per arrivare allo scioglimento di un consiglio comunale per infiltrazione mafiosa. La norma, infatti, ha carattere preventivo. Non solo.

Berlusconi ha anche sostenuto che l’entrata in vigore della nuova normativa richiede una nuova relazione. Ma il consiglio dei ministri ha, di recente, deciso per lo scioglimento di consigli comunali applicando la precedente normativa. Il mistero, fatto di falsità e menzogne, si infittisce. Sorprende che il ministro delle ronde e degli interni Roberto Maroni non abbia mosso un dito quando i colleghi ministri e lo stesso Berlusconi hanno manifestato ragioni inesistenti e contra legem per evitare lo scioglimento del comune di Fondi.

C’è chi, oltre a Libera, associazioni, opposizioni è convinta che lo scioglimento sia necessario e che questa vicenda rappresenti una macchia per l’attuale esecutivo. Parliamo della deputata e componente della commissione antimafia Angela Napoli, eletta come indipendente nelle fila del Popolo delle libertà. Napoli non si nasconde: “

E’ vero la vicenda Fondi è un caso unico nell’applicazione dello strumento di scioglimento dal 1991 ad oggi”. Ma come si spiega questo ritardo?: “ La risposta io la conosco. Ho un’esperienza personale da raccontare, la stessa difficoltà nello scioglimento di un consiglio comunale la incontrammo nel precedente governo Berlusconi. In quel caso si trattava di Lamezia Terme anche in quel caso amministrata dal centro-destra.

Ebbene posso dire che i vertici locali intervennero presso ministri perché rappresentassero in Cdm l’ostacolo allo scioglimento. C’è una differenza. Allora come ministro degli interni c’era Beppe Pisanu che non fa differenze tra destra e sinistra e non volle sentire ragioni e sciolse il comune, oggi c’è il ministro Roberto Maroni e i risultati sembrano diversi…..”.

Angela Napoli chiarisce un punto che vale come prima regola da scolpire all’ingresso delle sedi di tutti i partiti: “Posso andare a guardare in amministrazioni locali di centro sinistra se ho la certezza di aver lavorato e fatto pulizia dove ci sono amministrazioni di centro destra, altrimenti non ho il diritto di parola e non ho il diritto di parlare di antimafia”.

E chiude: “Un ministro degli Interni dovrebbe minacciare le dimissioni per una cosa di questo genere, perché non possiamo dire che combattiamo la mafia e poi chiudiamo gli occhi dove non ci interessa”. Nel cartoon con regia di Silvio Berlusconi e la comparsa di Roberto Maroni le forze del male brindano e , a Fondi e Latina, continuano a fare affari.

Ascolta l’intervista a Angela Napoli.

Fonte:Articolo21

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Ago 19

Il 18 agosto 1752 nasceva Gaetano Filangeri, illustre giurista napoletano. Consigliere legislativo prima di Carlo III e poi di Ferdinando IV di Borbone, consentì al Regno delle Due Sicilie di guadagnarsi il primato mondiale della introduzione della motivazione delle sentenze (che ovunque, fino ad allora, si eseguivano senza darne spiegazione). La sua opera ispirò finanche la stesura della costituzione americana.(Francesco Laricchia)

Di Federica Morelli

Sappiamo quanto Gaetano Filangieri ammirasse il Nuovo Mondo e quante parti della sua
Scienza della legislazione siano state dedicate ad esaltarne le virtù1. Conosciamo anche la
stima e l’amicizia che lo legavano a Franklin ed il suo desiderio di trasferirsi in America, in
particolar modo a Filadelfia2. Tuttavia, poco sappiamo sulla diffusione della sua opera nel
continente americano. Eppure lo stesso Franklin possedeva i volumi della Scienza che
Filangieri gli aveva inviato e ne era così entusiasta di avergli “mandato a dire che egli
desiderava di osservare le mie idee sulla legislazione criminale, prima di metter mano al
codice criminale della Pennsylvania”3.
Nel corso degli ultimi anni si è assistito ad una vera riscoperta dell’opera di Filangieri da
parte della storiografia italiana4. Grazie alle intuizioni di Franco Venturi, tale riscoperta ha
finito per evidenziare non solo il carattere repubblicano e fondamentalmente democratico del
suo pensiero, fondato sul costituzionalismo moderno e sulla dottrina dei diritti dell’uomo, ma
soprattutto la diffusione straordinariamente ampia che essa ebbe nell’Europa dell’epoca. Allo
stato attuale della ricerca risultano infatti conosciute ben 28 edizioni della Scienza della
legislazione, di cui 40 in lingua italiana e 28 straniere5; la maggior parte appartengono agli
anni Ottanta del Settecento e alla prima metà dell’Ottocento. Ciononostante, l’America
repubblicana, quella stessa America esaltata da Filangieri è rimasta esclusa da questa
indagine.
Eppure è proprio nel Nuovo Mondo che si assisteva allora alla formazione di repubbliche
indipendenti e che i dibattiti sulle forme di governo, sui sistemi costituzionali e sulla
legislazione erano all’ordine del giorno. Nell’emisfero settentrionale, nonostante la
promulgazione della costituzione nel 1787, numerose questioni, a cui la Scienza della legislazione poteva dare una risposta, erano ancora aperte. Nell’emisfero meridionale, invece,
la situazione era ancora più favorevole ad una sua diffusione. Dal 1780, anno di pubblicazione
del primo volume dell’opera, all’ultimo quarto del secolo successivo, l’America ispanica
visse una della fasi più intense dal punto di vista politico: dalla riforme assolutiste dell’epoca
borbonica alla rivoluzione, dalla creazione di repubbliche indipendenti alla costruzione di
regimi liberali. Quale ambito più appropriato per la diffusione di un testo che, nelle stesse
intenzioni dell’autore, voleva essere l’elaborazione di una scienza destinata a costruire una
legislazione illuminata e cosmopolita adattabile ai cambiamenti del contesto storico?
Tale articolo intende appunto realizzare una prima ricostruzione della circolazione e
diffusione della Scienza della legislazione nel continente ispanoamericano, mostrando come il
suo successo abbia ampiamente travalicato i confini europei. Sin dal 1790 infatti, tre anni
dopo la sua prima traduzione in spagnolo e a dieci anni dalla pubblicazione italiana del primo
volume, troviamo l’opera a Quito, a 3000 metri di altezza sulle Ande, nelle mani di un
vescovo riformatore che ne distribuisce varie copie agli studenti dell’università. Alcuni anni
dopo la ritroviamo sempre sulle Ande nella Audiencia di Charcas, dove viene letto dagli
allievi della famosa Accademia Carolina, creata nel 1776, per la formazione di avvocati e
giuristi. Nel corso dell’Ottocento la diffusione dell’opera sarà così ampia da poterla
rintracciare nelle biblioteche pubbliche e private della stragrande maggioranza dei paesi del
continente. Si tratta in gran parte di edizioni spagnole (quelle del 1787, del 1813, del 1821 e
del 1836); ma circolarono anche numerosi esemplari in italiano6.
Per quali motivi questo autore, sino ad oggi considerato come “secondario” all’interno del
panorama illuminista europeo, ha avuto una diffusione così ampia nel mondo
ispanoamericano? Quali parti della Scienza della legislazione hanno colpito l’immaginario
politico degli ispanoamericani dell’epoca? L’obiettivo è appunto quello di capire, attraverso
l’analisi di vari documenti (piani di studio universitari, giornali, dibattiti parlamentari, scritti
dei dirigenti politici, documenti universitari, tesi, testi di diritto) a che proposito Filangieri
viene citato e per risolvere quali problemi. Non si tratta quindi solo di ricostruire la
circolazione fisica della sua opera, ma soprattutto di studiarne la ricezione e l’interpretazione
da parte dei lettori delle società ispanoamericane. Ciò significa in primo luogo interrogarsi
sulla cultura politica e giuridica dell’epoca per comprendere sia le dinamiche dei processi
rivoluzionari dell’inizio del XIX secolo sia le pratiche e le istituzioni che i sistemi nati da
questi processi cercano di mettere in atto. Come nel caso spagnolo, la Scienza fu infatti una
delle poche opere dell’illuminismo europeo ad avere un’ampia eco nel secolo successivo:negli anni Cinquanta-Sessanta dell’Ottocento Filangieri è ancora considerato un’autorità in
materia di legislazione. Dato questo che induce ad interrogarsi sulle differenti percezioni e
interpretazioni del testo nei diversi momenti storici.

I mediatori e la riforma degli insegnamenti universitari

Naturalmente, la diffusione dell’opera di Filangieri oltreoceano passa, nel caso
ispanoamericano, principalmente attraverso la madrepatria. E’ in Spagna infatti che si traduce
l’opera al castigliano7 ed è da qui che provengono coloro che contribuiranno a diffonderla nei
territori americani. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di persone che si sono formate
durante l’epoca borbonica e che tentano di divulgare questa stessa cultura riformista in
America, con l’obiettivo di modernizzare le istituzioni della monarchia. Non occorre
dimenticare infatti che la circolazione dell’opera di Filangieri, così come quella di molte altri
libri dell’epoca, nel mondo ispanico e ispanoamericano è il frutto di quel movimento
riformista e di apertura al razionalismo scientifico intrapresi per la prima volta da Carlo III
nel regno di Napoli. Un’esperienza, quella napoletana, che segnerà in larga parte il suo
operato successivo come re della monarchia8.
La ricostruzione della circolazione della Scienza della legislazione nell’America ispanica
permette dunque di sottolineare un dato generalmente sottovalutato dalla storiografia e cioè
che i legami tra gli spazi appartenenti alla monarchia spagnola e soprattutto tra Napoli e
l’America ispanica sono più strette di quanto si possa immaginare. In effetti, se da un lato
numerose ricerche hanno messo in evidenza i vincoli culturali e sociali tra Napoli e la Spagna
durante l’epoca moderna, dall’altro queste tendono generalmente a dimenticare, nelle loro
analisi sul sistema imperiale, il ruolo dei territori americani9. Si tratterebbe insomma di
restituire a questo insieme politico un’unità di analisi, di ristabilire le connessioni apparse tra

mondi diversi che le storiografie nazionali e delle aree culturali si sono spesso ingegnate a
nascondere attraverso l’escamotage delle frontiere nazionali o continentali10.
Tracciare il profilo di coloro che hanno contribuito alla circolazione fisica dell’opera è
essenziale per comprendere le modalità della sua ricezione nel continente americano11. Le
informazioni sino a qui raccolte ci indicano infatti che tali mediatori, oltre a circolare tra i due
continenti, giocano un ruolo chiave nell’insegnamento universitario. Il più celebre è senza
dubbio Victorián de Villaba (1769-1802), originario di Huesca in Aragona, trasferitosi in
America nel 1790 come giudice dell’Audiencia di Charcas (attuale Bolivia), nel vicereame di
Río de la Plata12. Discendente di una famiglia di alti funzionari pubblici, si laureò e insegnò
diritto nell’università di Huesca, cercando di trasformare i contenuti antiquati di diritto
romano impartiti nella sua cattedra di codice (código) in altri più moderni, affini al diritto
naturale e al diritto delle genti13. Tale università giocò un ruolo catalizzatore nel processo
riformatore in Aragona, in quanto durante gli anni Ottanta del XVIII secolo, confluirono qui
numerosi illuministi aragonesi e catalani che contribuirono, con le loro traduzioni, all’apertura
della cultura spagnola a dottrine come il cameralismo tedesco, il mercantilismo liberale e la
fisiocrazia14. Non a caso, Villava fu il traduttore non solo delle Lezioni di commercio di
Antonio Genovesi, ma anche di alcuni capitoli della Scienza della legislazione –che pubblicò
nel 1784 con il titolo di Reflexiones sobre la libertad del commercio de frutos del señor
Cayetano Filangieri, Caballero del Orden de S. Juan-15, oltre che di uno scritto del
capodistriano Gianrinaldo Carli16, segni questi del suo profondo interesse verso il pensiero
economico italiano. In seguito al suo trasferimento a Chuquisaca, Villava contribuì a
diffondere l’opera del giurista napoletano in America meridionale: in qualità di professore
dell’Accademia Carolina, dove studiarono numerosi futuri dirigenti dei movimenti
rivoluzionari -come Mariano Moreno, Juan José Castelli, Bernardo de Monteaugudo-,
consigliava la Scienza della legislazione come lettura fondamentale17.
Un altro esempio meno celebre, ma non per questo meno importante, è José Pérez
Calama, vescovo di Quito dal 1790 al 1792, che lasciò in eredità all’università di questa città
un’importante biblioteca18. Laureatosi in teologia e filosofia a Salamanca, si trasferì nel 1765
in America latina, dove venne nominato rettore di uno dei più importanti collegi messicani,
quello palafoxiano di Puebla in Messico. Successivamente venne trasferito a Valladolid, nella
diocesi di Michoacán, dove, in qualità di visitador general della diocesi, contribuì a rinnovare
gli studi dei seminaristi. Uno dei suoi migliori allievi fu il padre Miguel Hidalgo Costilla,
celebre autore, insieme a Morelos, della rivoluzione messicana del 181019. Nel 1789 Pérez
Calama è nominato vescovo della diocesi di Quito, dove rimase solo pochi anni prima della
sua morte. Ciononostante, rimane uno delle figure più importanti della storia della città, in
quanto non solo contribuì insieme ad Eugenio de Santa Cruz y Espejo -uno dei massimi
esponenti dell’illuminismo ispanoamericano- all’istituzione della Sociedad Económica de los
Amigos del País e alla pubblicazione delle Primicias de la cultura de Quito -il primo
periodico della Audiencia-, ma soprattutto fu l’autore di un’importante riforma degli studi
universitari, che permise ai quitegni di conoscere numerose opere dell’illuminismo europeo.
Tra queste troviamo anche i testi di Genovesi e Filangieri, oltre che quello di un altro
eminente giurista napoletano, Gianvincenzo Gravina. Pérez Calama era un vero ammiratore
dell’opera di Filangieri, tanto da considerarla come una guida per tutti i giuristi e
giureconsulti. Fu lui in effetti a distribuire la Scienza della legislazione tra gli studenti
dell’università di Quito, molti dei quali saranno i protagonisti della rivoluzione del 1809-
1812(20):

La muy moderna obra que se titula: Ciencia de la Legislación escrita en italiano por el caballero
Filangieri y traducida a nuestro castellano por don Jaime Rubio en 1787; la que consta de cuatro
tomos en quarto, es antorcha de juristas políticos y políticos jurisconsultos. Para que consigan
tan singulares dotes nuestros muy queridos jóvenes quiteños hemos traído (para Regalarles)
bastantes ejemplares.[La moderna opera che si intitola Scienza della legislazione scritta in italiano
dal signor Filangieri e tradotta al castigliano da Jaime Rubio nel 1787, la quale consta di quattro
tomi in quarto, è la guida di giuristi politici e di politici giureconsulti. Affinché i nostri amati
giovani acquisiscano tali doti particolari, abbiamo portato loro, in regalo, sufficienti esemplari]. 21

Tanto l’esempio di Villava che quello di Pérez Calama dimostrano come l’ingresso di
Filangieri nel continente americano, alla fine del Settecento, sia strettamente connesso
all’epoca delle riforme ed in particolar modo alla riforma del sistema universitario. La
diffusione della Scienza della legislazione va infatti di pari passo con l’apertura verso le
correnti del diritto naturale e del giusnaturalismo che, a partire dal regno di Carlo III,
cominciarono ad essere insegnate all’università, comprese quelle ispanoamericane. In questa
fase, il nome di Filangieri è spesso associato a quello di altri autori come Grozio, Pufendorf,
Wolf, Hinecio, Rousseau.
Purtroppo, per quel che riguarda l’America ispanica, non disponiamo di uno studio generale sul tema delle riforme universitarie della seconda metà del Settecento e più in particolare sui cambiamenti introdotti nei piani di studio. Tale assenza non solo non ha permesso agli storici di comprendere sino in fondo il ruolo svolto dall’introduzione delle dottrine del diritto naturale sulle dinamiche dei processi di indipendenza -tanto che si è spesso
parlato di un linguaggio puramente neoscolastico e tradizionale-, ma ha anche impedito di capire come le opere illuministe europee, ampiamente presenti nei territori americani, siano
state recepite e utilizzate dagli americani.
Ad esempio, per il caso della Audiencia di Quito, risulta difficile analizzare la ricezione di
Filangieri e della sua opera se non consideriamo il piano di riforma universitaria del 1791 e
quelli successivi dell’inizio Ottocento22. Di fondamentale importanza risulta a questo
proposito l’introduzione obbligatoria non solo del testo di François Jacquier, Institutiones
philosophicae (Venezia, 1767), tradotto allo spagnolo (Valencia, 1783), grazie al quale fu
introdotta sia la filosofia sensualista di Muratori e di Sempere y Guarino che la filosofia
razionalista di autori come Melabranche, Condillac, Rollin e Saverién, ma anche e soprattutto
dell’opera di Gianvincenzo Gravina, Originum juris civilis libri tres (1701-1708), nella sua
traduzione spagnola, El origen del derecho civil (1752). Al celebre giurista calabrese spettava
infatti il merito di aver avviato una nuova tradizione di studi profondamente caratterizzati
dall’analisi storica e più in generale filosofica dei nessi esistenti tra politica e diritto.
Concentrando la sua analisi sulle istituzioni, la legislazione e la costituzione della repubblica
romana e poi del suo principato, aveva finito per attribuire al diritto romano e alla sua storicità
un ruolo centrale per ripensare le istituzioni politiche moderne e più in generale la stessa idea
di diritto23.
L’introduzione dell’opera di Gravina, così come quella di altri autori -come Hinecio- nei
piani di riforma universitaria risulta dunque fondamentale per comprendere la trasformazione
del diritto romano, sino ad allora considerato indispensabile per la comprensione della
legislazione positiva, in semplice riferimento storico; sarà infatti il diritto naturale il nuovo
fondamento delle categorie giuridiche. Risulta altresì essenziale per comprendere il fatto che
Filangieri viene integrato in una lettura storica e politica del diritto naturale e non solamente
filosofica e razionale. In effetti, se guardiamo gli altri testi adottati dal piano di riforma
dell’università di Quito del 1791, ed in particolar modo quelli di diritto, vediamo che vengono
inseriti testi di diritto pubblico e civile spagnolo, scritti in castigliano e non in latino, come
l’Aparato del Derecho público hispánico di Pérez Valiente, accompagnata dalle
Recopilaciones de leyes americana e castigliana, e il Derecho Civil de Castilla di Asso del Río
e Manuel y Rodríguez accompagnato dalle Siete Partidas24. Tali opere, nonostante un
impianto giusnaturalista, difendevano la costituzione storica della monarchia spagnola, di
origine visigota, in quanto regime che aveva assicurato le libertas ciuilis del regno di fronte al
sovrano25.
Poiché una delle principali caratteristiche della Scienza della legislazione è che in essa
convivono -grazie alla fondamentale comparazione tra la “bontà assoluta” delle leggi, che si
riferivano al diritto naturale, e quella “relativa” delle leggi, attinenti al diritto positivo-,
metodo razionale e conoscenza storica, i principi di ragione e il rispetto dei costumi delle
nazioni e della loro storia, è dunque probabile che i quitegni abbiano trovato in essa un ottimo
strumento metodologico per trasformare, durante la rivoluzione per l’indipendenza, il diritto
di natura in un diritto positivo interpretato in chiave storicistica.

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1 Alberto ANDREATTA, Le Americhe di Gaetano Filangieri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1995.
2 “Fin dall’infanzia Filadelfia ha richiamati i miei sguardi. Io mi sono così abituato a considerarla come il solo paese ove io possa essere felice, che la mia immaginazione non può più disfarsi di questa idea”, Filangieri a
Franklin (2 dicembre 1782), Eugenio LO SARDO, Il Nuovo Mondo e le virtù civili. L’epistolario di Gaetano
Filangieri, Napoli, Frediriciana Editrice Universitaria, 1999, pp. 236-238
3 Filangieri a Lastri (19 Ottobre 1781), in E. LO SARDO, op. cit., pp. 210-212.
4 Vincenzo FERRONE, La società giusta ed equa. Repubblicanesimo e diritti dell’uomo in Gaetano Filangieri, Rome-Bari, Laterza, 2003; Francesco BERTI, La ragione prudente. Gaetano Filangieri e la religione delle riforme, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2003; Gaetano FILANGIERI, La Scienza della Legislazione, edizione critica diretta da Vincenzo Ferrone pubblicata dal Centro di Studi sull’Illuminismo Europeo « G. Stiffoni », 7 vol., Venise, 2003-2004; Antonio TRAMPUS (ed.), Diritti e costituzione. L’opera di Gaetano Filangieri e la sua fortuna europea, Bologna, Il Mulino, 2005.
5 A. TRAMPUS, “La genesi e le edizioni della Scienza della legislazione”, in G. FILANGIERI, op. cit., vol.
VII, pp. III- LXXXII.
6 Abbiamo reperito ad esempio un’edizione napoletana del 1784 a Buenos Aires, una genovese del 1798 a Quito e Città del Messico e una romana dello stesso anno a Bogotà.

7 Tra il 1787 e il 1836 appaiono ben cinque traduzioni della Scienza della legislazione.
8 Cfr., per esempio, Gérard CHASTAGNARET e Gérard DUFOUR (a cura di.), Le règne de Charles III. Le
despotisme éclairé en Espagne, Paris, Editions du CNRS, 1994 ; Anna Maria RAO, “Il riformismo borbonico a
Napoli”, in Storia della società italiana, vol. XII, “Il secolo dei Lumi e delle riforme”, Milano, Teti, 1989, pp.
214-291 ; Antonio DOMÍNGUEZ ORTÍZ, Carlos III y la España de la Ilustración, Madrid, Alianza, 1988;
Franco VENTURI, Spagna ed Italia nel secolo dei Lumi. Corso di Storia Moderna, anno accademico 1973-1974,
Torino, Tirrenia, s.d.
9 Vi sono tuttavia delle significative eccezioni. Vedi, ad esempio: Anthony PADGEN, Spanish Imperialism
and the Political Imagination. Studies in European and Spanish-American Social and Political Theory1513-1830, New Haven e Londra, Yale University Press, 1990; Juan PIMENTEL, La física de la monarquía. Ciencia
y política en el pensamiento colonial de Alejandro Malaspina (1754-1810), Aranjuez, Ediciones Doce Calles,1999.
10 Sul concetto di “histoires connectées”, vedi : Sanjay SUBRAHMANYAM, “Connected Histories : Notes
Towards a Reconfiguration of Early Modern Eurasia”, in V. LIEBERMAN (éd.), Beyond Binary Histories. Reimagining
Eurasia to C. 1830, Ann Arbor, The Univerasity of Michigan Press, 1997, pp. 289-315 ; Serge
GRUZINSKI, “Les mondes mêlés de la Monarchie Catholique et autres connected histories”, Annales HSS ,
janvier-février 2001, n° 1, pp. 85-117.
11 La letteratura sui “cultural transferts” ha ormai da tempo sottolineato il ruolo fondamentale -di veri e propri vettori materiali- svolto da singoli individui o da gruppi sociali negli scambi culturali tra due o più paesi. Vedi ad esempio, Michel ESPAGNE et Michael WERNER, “Présentation”, in M. Espagne et M. Werner (dir.),
Transferts : Les relations interculturelles dans l’espace franco-allemand (XVIIe-XIXe siècles), Paris, Editions
Recherches sur les Civilisations, 1988.
12 Ricardo LEVENE, Vida y escritos de Victorián de Villaba, Buenos Aires, Peuser, 1946.
13 Jesús ASTIGARRAGA, “Victorián de Villaba, traductor de Gaetano Filangieri”, Cuadernos Aragoneses
de Economía, vol. VII, n. uno, 1997, pp. 171-186.
14 J. USOZ, Pensamento económico y reformismo ilustrado en Aragón (1760-1800), Tesi di dottorato,
Università di Saragozza, 1996.
15 Su Villava come primo traduttore di Filangieri, vedi J. ASTIGARRAGA, op. cit., pp. 173-178.
16 Carta del Conde Carli al marqués Maffei sobre el empleo del dinero y Discurso del mismo sobre los balances económisos de las naciones, al que van anadidas las Reflexiones del marqués de Casaux sobre el mismo asunto, Madrid, Vidua de Ibarra, 1788, cit. da Franco VENTURI, Settecento Riformatore, vol. I “Da Muratori a Beccaria”, p. 640.

17 Ricardo LEVENE, Ensayo histórico sobre la Revolución de Mayo y Mariano Moreno, Buenos Aires,Editorial Científica y Literaria Argentina, 1925, t. I, p. 26.
18 José PEREZ CALAMA, Plan de Estudios, Quito, Imprenta Raymondo Salas, 1791, p. 46.
19 Su Pérez Calama, vedi Germán CARDOS GALUÉ, Michoacán en el siglo de las luces, Città del Messico,El colegio de México, 1973.
20 Sulla rivoluzione quitegna del 1809-12, vedi Federica MORELLI, Territorio o Nazione. Riforma edissoluzione dello spazio imperiale in Ecuador, 1765-1830, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001.
21 “Edicto exhortatorio del Ilmo. Fr. Dr. Dn José Pérez Calama, obispo de Quitp sobre la ejecución del Autode Buen Gobierno Político y Económico qu’en 9 de Agosto mandó a publicar el M.I.S. don Luís Munoz deGuzmán, presidente de esa Real Audiencia (1791)”, Anales de la Universidad de Quito, n. 59, 1893, pp. 392-400

Fonte:Europeanlegalcultures.eu

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Sep 07

1. Herbalife è una multinazionale con 25 anni di esperienza diffusa oggi in 60 paesi del mondo
2. Tutti i prodotti sono a base naturale, vero e proprio "cibo" senza controindicazioni
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4. Herbalife ha finanziato il primo laboratorio al mondo di Nutrizione Cellulare e Molecolare all'interno dell'Università UCLA di Los Angeles, diretto dal Prof. David Heber, nutrizionista di fama mondiale, Direttore del nostro staff medico-scientifico. Heber è l'ideatore di ShapeWorks, la nuova linea nutrizionale basata sulla personalizzazione dell'apporto di proteine di soia.
5. All'interno del suo comitato medico scientifico illustri personalità come il Premio Nobel per la Medicina 1998 Dr. Louis J. Ignarro, famoso per i suoi studi sulla cardiovascolarità. Ignarro ha già firmato prodotti rivoluzionari di prevenzione e benessere in esclusiva per Herbalife, come il Prelox Blue ed il NiteWorks (per saperne di più clicca qui)

fonte: dieta-dimagrante.com » vai al post originale

Ago 19


Uffici pubblici chiusi per tre giorni di “forzate vacanze”, dipendenti lasciati senza stipendio e servizi ridotti al lumicino. Questa è oggi Chicago, la prima tra le grandi città statunitensi a vivere le conseguenze di finanze dissestate, al limite della bancarotta.

E la sensazione è che questo non sia che l’inizio di una nuova catastrofe finanziaria, una catastrofe annunciata, figlia di bilanci pubblici in rosso, in un Paese, gli Stati Uniti, i cui conti pubblici non sono mai stati cosi’ disastrati.
Merito della cultura dell’indebitamento cavalcata per oltre un quinquennio a livello federale dall’Amministrazione Bush, ed abbracciata con disinvolura anche dalle amministrazioni locali democratiche.

Uffici amministrativi e assistenza pubblica, vigili del fuoco, ospedali e polizia: non c’è un solo settore della pubblica amministrazione che sarà risparmiato dalle misure d’urgenza adottate dal sindaco democratico Richard Daley, misure finalizzate in primis a risparmiare sui salari, attraverso l’escamotage delle “vacanze forzate non remunerate”, misure che pero’ paiono minimali rispetto all’enormità dei debiti che gravano sull’amministrazione cittadina.

Quella delle amministrazioni locali americane è una crisi di cui presto si sentirà parlare con crescente frequenza. Oltre ai conti in rosso delle grandi città, ci sono anche quelli degli Stati federati che stanno emettendo cambiali su cambiali per promettere il pagamento di fatture e debiti per i quali i soldi al momento non ci sono e non si sa bene se e quando ci saranno. Fonte:Sostenibile

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Ago 19

Solo una domanda: perchè mai la Lega Nord ha “sponsorizzato” l’MPA di Raffaele Lombardo?

Fonte:Osservatorio Sicilia del 17/08/2009

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Ago 19


Di Giovanni Nocera


Motore propulsivo della riforma fiscale in senso federalista è la convinzione che cospicui finanziamenti siano transitati, dal Nord produttivo, al Sud sprecone. Transito che non produce nessun beneficio al Nord, ma che fa sentire alla parte produttiva del Paese il peso maggiore delle imposte.

Se questa tesi può riscuotere il favore degli elettori in campagna elettorale, probabilmente non regge all’analisi di dati reali. La pubblicazione del 1997 di Gennaro Zona “Come ti finanzio il Nord” può essere utile a chiarire i numeri dell’intervento straordinario per il Meridione d’Italia e l’utilizzo della Cassa del Mezzogiorno, prima, e dell’AgenSud, poi, a tutto beneficio delle industrie del Nord.
Nella ricerca si evidenzia come «non sia mai esistito alcun trasferimento diretto di fondi dal Nord al Sud, ma politiche di redistribuzione della ricchezza nazionale». Politiche che però sono state influenzate da «poteri forti» della nazione che hanno avvantaggiato il Nord grazie alla sua «maggiore capacità rispetto al Sud di incidere sulle politiche di sviluppo del Paese».

Nello studio è stato evidenziato come «da un lato si destinano fondi alla ricerca per il Sud, con quote prefissate, ed alle piccole e medie imprese e dall’altro si opera di fatto in modo che i benefici ricadano sempre sui soliti grandi gruppi del Nord o pubblici».

Quando si è passati al sostegno dei redditi delle popolazioni meridionali si è «ridotto il divario Nord-Sud nel livello dei consumi, mentre è aumentato quello nella capacità produttiva: aumentati i redditi sono creciuti i consumi, ma la produttività è rimasta la metà di quella del Nord, contemporaneamente è aumentato a dismisura il flusso delle importazioni dalle regioni del Nord». Ciò ha significato lo sviluppo del prodotto interno lordo e il raggiungimento di livelli di quasi piena occupazione nelle regioni settentrionali.

La riforma federalista dovrebbe quindi avere come obbiettivo, non solo a parole ma anche nell’ambiente culturale di chi la promuove, il miglioramento complessivo del sistema economico del Paese e non l’esclusiva «esigenza di salvaguardare le proprie ricchezze», con strumenti che potrebbero non ottenere i risultati sperati perchè frutto di una visione distorta e pregiudiziale delle politiche di sostegno del Mezzogiorno.

Fonte:Agoravox

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Ago 19

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Ago 19


Il COISP, sindacato indipendente di Polizia, contesta le cifre snocciolate ieri: “Maroni ha sospeso la pubblicazione del rapporto sulla criminalità”

Caserta – “Adesso è certo. In tema di sicurezza e tutela dei cittadini il Governo naviga a vista.” E’ quanto afferma Franco Maccari, segretario generale del COISP, il Sindacato Indipendente di Polizia, a seguito della conferenza stampa tenuta ieri dai massimi rappresentanti del Governo sul tema della sicurezza in Italia.

“O meglio, questo Governo millanta risultati che non sono misurabili perché non ci sono numeri su cui potersi confrontare e soprattutto dimentica gli uomini e le donne che della tutela della sicurezza fanno il loro pane quotidiano. Innanzitutto non capiamo perché il Ministro Maroni, da quando è al Viminale, ha sospeso la pubblicazione del Rapporto sulla criminalità in Italia e, di fatto, ha censurato i dati in dettaglio, città per città, mese per mese, sulla sicurezza.

Ieri il Ministro, nella consueta conferenza stampa di Ferragosto, ha definito esaltanti i risultati nella lotta alla mafia, e di questo non possiamo che rallegrarcene facendo i nostri più vivi complimenti a tutti quei colleghi che, nel silenzio e nella difficoltà del loro lavoro, hanno assicurato alla giustizia pericolosi criminali. Ma il Ministro Maroni ha dimenticato che sicurezza è anche quella che i cittadini chiedono nella quotidianità e che ad oggi non è garantita. Non lo è dall’invenzione delle ronde, né dall’invio dell’Esercito nelle città”

I centri per i clandestini sono stracolmi. “Ancora – continua il leader del Coisp – il Ministro dell’Interno ha detto che i Cie, dove continuano a susseguirsi proteste e rivolte, non sono al collasso: ‘Ci sono ancora 572 posti’. Mente anche questa volta Maroni, perché ad esempio a Lampedusa i posti sono poco più di 150 ed è difficile, se non impossibile per i costi, trasferire un clandestino dal Nord, dove i posti sono tutti esauriti, a Lampedusa e 83 sono in un Cie di Brindisi che aprirà solo lunedì. Ma nel gioco di chi la spara più grossa, il Ministro è sicuramente detentore assoluto del primo posto. Dichiara infatti ‘non fondata’ la notizia della restituzione, da parte delle Forze di Polizia, delle auto di grossa cilindrata sequestrate alla criminalità organizzata. Invece, senza paura di essere smentiti, noi possiamo affermare che a settembre saranno restituite le prime 30 auto di grossa cilindrata.

Circa la tessera del tifoso… “E veniamo all’ultimo punto trattato dal nostro Ministro musicista, che certamente suona meglio la tromba di quanto non riesca a far quadrare gli accordi del suo dicastero. Il tema è quello di ‘calcio e violenza’. Il Ministro dell’Interno annuncia, nell’ambito della lotta alla violenza degli stadi, nuove e più severe disposizioni: ‘La tessera del tifoso’ sarà necessaria per tutti coloro che vorranno seguire la propria squadra in trasferta. Bene, - osserva il Segretario Generale del Sindacato Indipendente di Polizia - avevamo già apprezzato la bontà dell’iniziativa perché responsabilizzava anche le società. Ma una tesserina in un portafoglio mette davvero al riparo dalla possibilità che qualche facinoroso si scagli ancora contro incolpevoli appartenenti delle Forze dell’Ordine? Non ci pare. Ci pare piuttosto opinabile, invece, che un Ministro dell’Interno, in una conferenza stampa, dopo 14 mesi di Governo non abbia speso una sola parola per parlare di rafforzamento dei mezzi messi a disposizione alla Polizia di Stato, di carenza di organici oramai veramente al collasso, di progettazione operativa per gli uomini impegnati in zone e servizi di frontiera. Nulla! Non siamo nei suoi pensieri. Una promessa possiamo farla noi però al Ministro Maroni: popoleremo i suoi sogni facendoli diventare incubi se molte delle questioni in sospeso non verranno risolte tenendo ben presente la dignità degli Operatori di Polizia”.

Fonte:Redazione Tuttiinpiazza

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Ago 19

Ogni giorno in Campania si incendiano rifiuti tossici di ogni genere. L’utilizzo di capannoni abbandonati intestati a nullatenenti o a vecchietti over 75, permette ai criminali di riempirli di pneumatici e di bruciarli in barba ad ogni legge che tuteli il cittadino. Il crimine ambientale è quello che causa tumori e leucemie nei bambini e dovrebbe essere equiparato ai crimini contro l’umanità, Invece lo “stato” italiano, al contrario, prevede pene misere e spesso inapplicabili con ottime scappatoie. www.laterradeifuochi.it per maggiori informazioni

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Ago 19


Per la prima volta Berlusconi ha detto che non scioglierà il Comune laziale
dove sono evidenti le infiltrazioni di mafia e ‘ndrangheta

di ALBERTO CUSTODERO

ROMA - Per la prima volta Berlusconi ha ammesso che non scioglierà il consiglio comunale di Fondi, nonostante la richiesta datata 8 settembre 2008 del Prefetto di Latina. Nel comune laziale al confine con la Campania (amministrato dal centrodestra) ci sono preoccupanti infiltrazioni di camorra e ‘ndrangheta.

In tutto questo tempo il consiglio dei ministri non aveva mai preso una decisione, lo stesso Maroni non aveva mai spiegato il perché, limitandosi a dire di “aver fatto tutto ciò che doveva”.

Berlusconi ha spiegato: “In Cdm sono intervenuti diversi ministri, hanno fatto notare come nessun componente della giunta e del consiglio comunale sia stato neppure toccato da un avviso di garanzia. Quindi sembrava strano che si dovesse intervenire con un provvedimento estremo come lo scioglimento della giunta”.

Il ministro Maroni ha aggiunto: “Ho già dato incarico al prefetto competente di svolgere nuovi accertamenti in modo da essere pronto al primo Cdm a portare una nuova relazione se gli esiti della prima saranno confermati”. Il mancato scioglimento di Fondi ha provocato da tempo forti polemiche a livello locale e nazionale. Il senatore dell’Idv Stefano Pedica, per protesta, ha interrotto nei giorni scorsi una conferenza stampa del ministro dell’Istruzione Gelmini. E ha esposto davanti a Palazzo Chigi uno striscione con la scritta “Fuori la mafia dalle istituzioni”.

Le parole di Berlusconi hanno fatto infuriare Antonio Di Pietro. “Il premier fa finta di dimenticare che lo scioglimento del Comune è stato richiesto dal prefetto Frattasi circa un anno fa: cinquecento cartelle che provano l’intreccio tra mafia, politica e comitati d’affari, con 17 arresti. Ma questi signori ministri, che oggi sostengono davanti alle telecamere di battersi contro la mafia, fanno l’esatto contrario: premiano i malavitosi e condannano i cittadini di Fondi a convivere con la mafia. Così è sempre più chiaro a tutti da che parte sta chi ci governa”.

Il capogruppo pd all’Antimafia, Laura Garavini ha presentato nei giorni scorsi un’interrogazione al ministro dell’Interno. La Garavini chiede informazioni “sulla società che ha sede a Fondi denominata SILO srl, della quale sono soci l’attuale sindaco di Fondi, Luigi Parisella, il senatore Pdl, Claudio Fazzone e tale Luigi Peppe. Detta società, che dovrebbe occuparsi di lavorazione di prodotti agricoli, è di fatto inattiva ma possiede una struttura industriale situata in un’area interessata da una variante urbanistica detta Pantanello, che ha inciso significativamente sul valore del capannone della Silo come di altri capannoni presenti in zona. Il signor Luigi Peppe, oltre ad essere cugino del sindaco, è fratello di Franco Peppe, soggetto in rapporti certi con la famiglia Tripodo, ed in particolare con Antonino Venanzio Tripodo. Il quale, secondo alcuni collaboratori di giustizia, avrebbe usato per la consegna di armi a soggetti appartenenti al clan camorristico dei “casalesi” una automobile intestata proprio a Franco Peppe”.

Anche l’associazione nazionale dei prefetti ha protestato contro il mancato scioglimento del comune di Fondi.

Fonte:La Repubblica

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Ago 19


L’Aquila, 16-08-2009

Con un applauditissimo spettacolo nell’auditorium della scuola della Guardia di finanza di Coppito, si e’ appena chiusa la giornata di Roberto Benigni all’Aquila.
Accolto da piu’ di mille persone, mentre altre ottocento lo seguivano su un maxischermo nella palestra adiacente, il premio Oscar e’ entrato in sala da par suo, saltellando sulle poltrone della prima fila e lanciando fiori al pubblico: “Mi verrebbe voglia di saltarvi addosso - ha esordito -, di prendere il primo che capita e baciarlo sulla bocca. Anche le pietre di questa citta’ bacerei”.
Poi l’immancabile battuta sul premier Berlusconi: “E’ come l’Italia: giusto o no che sia, e’ il mio Paese. Sbagliato o sbagliato che sia, e’ il mio presidente. Ma non vi preoccupate, perche’ manterra’ le promesse: io e Bertolaso siamo andati a trovarlo, vestiti di nero e con poco trucco, come piace a lui, e glielo abbiamo raccomandato”. Per chiudere, Benigni ha recitato il monologo di Ulisse dal canto XXVI dell’Inferno della Divina Commedia: “Spero di tornare quando la ricostruzione sara’ avvenuta, per gioire con voi e andare tutti insieme a riveder le stelle”, ha concluso l’attore, citando l’ultimo verso del Purgatorio di Dante, quello che prelude al Paradiso.
Ma quella di Benigni è stata una lunga giornata con gli abitanti dell’Abruzzo colpiti dal terremoto, farcita di battute su Berlusconi e di inviti alla speranza.
“Ieri e’ venuto Berlusconi, ma non mi hanno avvertito. Se venivo anch’io, c’era un altro terremoto, si verificavano delle scosse veramente… avremmo fatto Verdone, Berlusconi e Benigni: i tre piu’ grandi comici italiani all’Aquila”.
Era l’ora di pranzo quando Roberto Benigni è arrivato al campo tre di Paganica, sotto il tendone allestito dalla Protezione civile di Trento per accogliere una parte degli sfollati colpiti dal terremoto dello scorso 6 aprile in Abruzzo.
Appena arrivato, il premio Oscar si e’ messo a scherzare con la gente: la prima battuta, un riferimento alla sua visita, il giorno dopo il ventesimo sopralluogo del premier e la visita dell’attore e regista Carlo Verdone.

Accolto con affetto dai terremotati, Benigni - che ha accettato l’invito del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, e del capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali, Salvo Nastasi - ha pranzato nella tendopoli: prima, pero’, e’ sgusciato sotto i banchi delle cucine per provare a prendere in braccio la corpulenta cuoca Valeria e servire lui stesso alcuni pasti.
“Dovrei pagare io voi per la soddisfazione di essere qui”, ha detto Benigni, giunto in tarda mattinata in Abruzzo con la sua auto privata.

Prima di fare tappa a Paganica ha fatto un breve giro nel centro storico dell’Aquila; poi a Onna, cittadina simbolo del sisma, e infine nella scuola della Guardia di finanza di Coppito.
“Controlleremo che le promesse vengano mantenute: se le cose non accadono, urlate e chiedete, non vi zittate mai”: e’ il messaggio di impegno e di speranza che Roberto Benigni ha portato nella tendopoli di Onna, che con i suoi 40 morti e’ forse il paese simbolo del terremoto che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile.
Accompagnato dal capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, e dal capo di Gabinetto del ministero dei Beni Culturali, Salvo Nastasi, Benigni ha visitato i resti del paese martoriato dal sisma, ma anche i cantieri delle nuove costruzioni e i primi prefabbricati gia’ allestiti. Ad accoglierlo, con la moglie, Giustino Parisse, il vice caporedattore del Centro che nel terremoto ha perso due figli e il padre. Con Parisse, Benigni ha fatto una breve sosta davanti all”albero della memoria’, il possente acero sotto il quale sono stati depositati i corpi delle quaranta vittime di Onna. Visibilmente provato, l’attore e’ poi arrivato nella tendopoli, dove ha trovato la forza di scherzare: “Sono qui, con Nastasi e Bertolaso, che ci proteggono dalle calamita’. Ci devono proteggere anche dallo straripamento di Berlusconi. Bertolaso, proteggici! Berlusconi sta straripando, e’ in piena”. Poi piu’ serio, rivolto ai terremotati, ha detto: “I comici devono far ridere, i politici devono fare i fatti. A loro i fatti e a noi le parole, ma talvolta una parola aiuta piu’ di mille cose vere”. E ancora: “Dante insegna che per andare in paradiso e’ necessario passare dall’inferno. Voi avete vissuto l’inferno. Grazie per la gioia che mi avete dato e per la possibilita’ di passare attraverso questa morsa di dolore. La scoperta piu’ grande della vita e’ capire che il dolore puo’ essere trasformato in gioia: dobbiamo riuscire a portare il dolore sulle spalle con gioia”. Fonte:Rainews24

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Ago 19

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Ago 19


di FRANCESCO LA LICATA

PALERMO
Ci sono parole della cronaca che entrano nell’immaginario, evocano fatti e situazioni come icone immaginifiche. Eppure non sempre chi osserva o legge dall’esterno riesce a comprenderne il senso esatto. Un piccolo dizionario forse può aiutare.

A Addaura. Luogo di villeggiatura marina dei palermitani. In una delle ville della costa trascorreva l’estate Giovanni Falcone e la moglie, Francesca. Il 21 giugno del 1989 gli agenti della scorta trovarono sugli scogli una borsa da sub con 75 candelotti di dinamite innescati. L’attentato fu sventato, ma Falcone ne denunciò immediatamente l’anomalia parlando di «menti raffinatissime» che stavano dietro quella bomba. Per la prima volta si intuisce, in una grande affaire di mafia, la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra che si servono dei boss come di una sorta di «service» adatto ai «lavori sporchi». Il processo sull’attentato fallito si concluderà in un nulla di fatto, tranne una condanna nei confronti di un sottufficiale del Sismi che - sbagliando - aveva fatto brillare il detonatore della bomba distruggendo così un importante reperto per le indagini. Infortunio o premeditazione?

B Boccassini Ilda. Magistrato a Milano, nel ‘92 - davanti allo scempio compiuto su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, suoi grandi amici - chiese e ottenne l’applicazione alla Procura di Caltanissetta, titolare delle indagini su Capaci e via D’Amelio. Dopo due anni di lavoro lasciò l’incarico con qualche frizione originata da divergenza di vedute con alcuni dei colleghi-investigatori. Esistono agli atti due relazioni scritte, nel 1994, da Ilda Boccassini che testimoniano una certa diffidenza del magistrato nei confronti di alcuni pentiti. I dubbi principali riguardavano le rivelazioni dei collaboratori Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.
I non idilliaci rapporti della Boccassini coi colleghi sono evidenti nella relazione al procuratore Tinebra e all’aggiunto Giordano del 10 ottobre. Ilda Boccassini dopo avere appreso che sarà «il collega Tescaroli a sostenere l’accusa in dibattimento», dichiara di aver offerto la propria disponibilità a «fornire al più giovane collega ogni assistenza nello studio degli atti». Ma «il collega Tescaroli non ha però ritenuto di dover attingere alla mia conoscenza degli atti». E, quindi, la stoccata sul pentito che non le piace: «…non sono stata interpellata sugli indirizzi investigativi da seguire in conseguenza delle sorprendenti dichiarazioni recentemente rese da Scarantino Vincenzo - ufficialmente assunte a verbale nei primi giorni dello scorso settembre - né sono stata avvisata del compimento di atti istruttori di decisiva importanza». Più avanti, sempre su Scarantino, giudicherà «le suddette dichiarazioni, scarsamente credibili sulla base di argomenti logici». Argomenti, questi, tornati all’attualità con le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, uomo di punta dei fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio.

C Ciancimino Massimo. Figlio di don Vito, ex sindaco di Palermo condannato per mafia (morto nel 2002) e in rapporti assidui con Bernardo Provenzano, sembra diventato un teste importate perché detentore del «patrimonio conoscitivo» lasciatogli dal padre. Si trova nella singolare posizione di condannato (riciclaggio in primo grado) e personaggio «socialmente pericoloso», ma contemporaneamente teste protetto per il contributo delle sue rivelazioni sulla «trattativa» fra Stato e mafia condotta dal padre nel ‘92, sulla costante presenza dei servizi segreti nelle vicende stragiste di Cosa nostra.
Massimo Ciancimino oggi viene interrogato da quattro Procure. Attualmente, seppure guardato ancora con diffidenza da più di un magistrato, è stato messo sotto protezione e gli è stato «sconsigliato» di soffermarsi a lungo a Palermo. Il «valore aggiunto» del nuovo teste è il famigerato «papello»: la lista di richieste che Totò Riina fece avere allo Stato - attraverso Vito Ciancimino - per offrire, in cambio, la fine delle stragi.

D Dia, Direzione investigativa antimafia. E’ lo strumento investigativo (insieme con la Superprocura) che Falcone e Gianni De Gennaro crearono all’inizio dei Novanta per far fronte all’attacco mafioso. E’ stato l’organismo che si è occupato dell’analisi sui fatti siciliani più cruenti, quelli che hanno caratterizzato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Quando la spinta stragista mafiosa si spinse, nel ’93, ad attaccare Roma, Milano e Firenze con gli attentati del 14, 27 maggio e 27 luglio, proprio la Dia fornì l’analisi più «politica» di quella scelta di Cosa nostra, rintuzzando i tentativi di altri apparati della sicurezza che collocavano il movente delle stragi nel terrorismo internazionale (allora inesistente). «E’ mafia - scrisse la Dia in una relazione del 10 agosto 1993 - ma anche altro». Quegli investigatori facevano partire la strategia dall’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima. Strategia che proseguiva con l’assassinio di Ignazio Salvo, uno dei cugini esattori (l’altro, Nino, era scomparso per cause naturali), per sfociare a Capaci, via D’Amelio e poi a Roma, Firenze e Milano. Uno scenario, secondo la Dia, tale da far ipotizzare la volontà criminale di conseguire «obiettivi di portata più ampia e travalicanti le esigenze specifiche dell’organizzazione mafiosa». E ancora: «..si riconosce una dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e con meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali». Quindi il commento: «Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d’assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano». Una vera predizione, a giudicare da quanto sta emergendo.

E Esplosivi. La materia prima della strategia «corleonese». Una strategia indotta, sembra dai recenti sviluppi investigativi, per trasformare la «normale violenza mafiosa» in una forma di terrorismo politico teso a condizionare le Istituzioni.

F Falcone Giovanni. Vittima, insieme con la moglie e con la scorta, dell’attentato di Capaci del 23 maggio 1992. Quella strage oggi viene considerata una delle tappe della guerra dichiarata da Cosa nostra: una vendetta della mafia, certo, ma anche una mossa preventiva per sgomberare il campo dall’ostacolo principale in vista di un cambio politico-finanziario alla guida del Paese. Una strage che colpirà duramente l’immaginario collettivo e persino una mente fredda come quella di Vito Ciancimino che allora comincerà la sua collaborazione coi carabinieri del Ros.

G Gaspare Spatuzza. Uomo d’onore del mandamento di Brancaccio. Tentò di collaborare subito dopo il suo arresto ma dovette rinunciare per l’avversione dei familiari. E’ tornato a parlare nel giugno del 2008. In un colloquio col Procuratore nazionale, Piero Grasso, ha fornito una versione della strage di via D’Amelio che stravolge la verità processuale già codificata in sentenze passate in giudicato. In sostanza afferma di essere stato l’organizzatore del furto della Fiat 126 servita come autobomba. Una versione che smentisce la confessione dei pentiti Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, autoaccusatisi del furto. Gli accertamenti condotti dalla Procura di Caltanissetta hanno dato ragione a Spatuzza, aprendo uno scenario completamente nuovo.Trattato con molto sospetto all’inizio, oggi Spatuzza è nella lista dei pentiti credibili ed è entrato nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Lo scenario che ha aperto non è di facile gestione. Le indagini hanno appena introdotto il tema delle presunte pressioni della polizia per indurre Scarantino e Candura e dichiarare il falso. I magistrati dovranno stabilire perché tanta menzogna non per discolparsi ma per accollarsi la responsabilità di una strage mai commessa. Misteri.

I Ilardo Gigino. Era un mafioso che il colonnello dei carabinieri Michele Riccio aveva infiltrato dentro la cupola di Cosa nostra. Fu ucciso prima che potesse assumere lo status ufficiale di pentito (e quindi prima che le sue dichiarazioni assumessero altro valore processuale). Raccontò agli investigatori una lunga storia di connivenze tra mafia e politica, anche in direzione della spiegazione delle stragi del ‘92 e del ‘93.

L Lima Salvo. Ex sindaco Dc di Palermo. Poi eurodeputato, fu ucciso nel marzo del 1991. Secondo molti collaboratori Totò Riina decise la sua soppressione perché non aveva saputo mantenere la promessa di «neutralizzare» il maxiprocesso di Giovanni Falcone. Con l’omicidio Lima si è aperta la campagna politica di Cosa nostra e dei suoi amici «esterni».

M Mostro. E’ un agente segreto affetto da una grave malformazione al viso. E’ stato collocato da diverse fonti (anche Massimo Ciancimino e Gigino Ilardo) sulla scena di svariati crimini: all’Addaura durante l’operazione contro Falcone, accanto ad un altro «agente» molto intimo di don Vito Ciancimino e presente durante l’agguato che uccise l’agente Agostino e la giovane moglie incinta. Il mostro, raccontò Ilardo, aveva avuto un ruolo anche in occasione dell’omicidio di Claudio Domino, un bambino ucciso come un boss da un killer. Per smentire il convogliamento della mafia, per la prima volta un boss, per l’occasione Giovanni Bontade, lesse un comunicato dalla gabbia del maxiprocesso.

P Papello. Per i palermitani è la pergamena che viene imposta, dietro pagamento di una «tassa», alle «matricole» universitarie. Da qualche tempo, però, il papello è diventata una sorta di «parola chiave» che introduce ai misteri delle stragi siciliane e non. Il termine è stato inventato dal pentito Giovanni Brusca: «Riina presentò il papello allo Stato». La sua esistenza è stata negata dal prefetto Mario Mori (uno dei protagonisti della cosiddetta «trattativa») e oggi viene confermata da Massimo Ciancimino che sostiene di averne copia ben custodita all’estero. Il pezzo di carta sarebbe stato recapitato a Vito Ciancimino e conteneva le richieste che la mafia inoltrava «per far cessare le bombe». Dice Massimo Ciancimino di aver visto coi propri occhi il papello, «girato» dal padre al «signor Franco», un altro agente segreto molto intimo con la famiglia dell’ex sindaco. Il papello però non è ancora nelle mani dei magistrati perché Massimo Ciancimino non lo ha consegnato. Lo usa sapientemente come «carta vincente» (nella partita che sta giocando coi giudici per trattare qualche beneficio processuale), ma non lo caccia fuori. Sembra sia custodito in una cassaforte del Liechtenstein, da dove è difficile recuperarlo perché la procedura prevede la presenza contemporanea di Massimo e di un altro familiare che non può spostarsi. Il ricorso alla delega non sembra sufficiente, sarebbe necessaria una procura speciale che Ciancimino, a quanto pare, non riesce (o non vuole) chiedere. Insomma il papello è bloccato. Altre carte, invece, il teste protetto Ciancimino le ha consegnate: una intimidazione a Silvio Berlusconi, firmata Bernardo Provenzano, altre due lettere e un assegno, che col premier hanno a che fare. Tra i «reperti» sequestrati a Massimo Ciancimino nel 2005, c’era anche una carta Sim col numero di telefono del «signor Franco» il cui vero nome non è stato rivelato. Ciancimino sostiene di non conoscerlo, ma attraverso la carta Sim si potrebbe identificarlo. Solo che la traccia elettronica sembrava si fosse persa nella confusione dei corpi di reato. Solo qualche giorno fa i carabinieri l’avrebbero ritrovata nei propri archivi. Resta da verificare se è possibile che un agente, segreto per quanto possa essere, abbia avuto contatti per più di vent’anni coi Ciancimino, fornendogli documenti, notizie, passaporti, protezione e persino brillanti da fare avere a Totò Riina, senza rivelare la propria identità.

R Riina. Don Totò il padrino stragista. E’ diventato improvvisamente loquace, anche coi giornali. Le notizie sulle «presenze esterne» a Capaci e in via D’Amelio sono manna dal cielo per lui, che, sorretto da una buona strategia difensiva del suo legale, tenta di scaricare tutto sullo Stato. «Borsellino l’hanno ucciso loro», dice il boss attraverso l’avv. Luca Cianferoni. Nega, poi, ogni trattativa con lo Stato per affermare di essere stato lui oggetto di un accordo che ha portato alla sua cattura. Perché parla? Parla senza rispondere a nessuna domanda, tanto che si dice disponibile addirittura a firmare un memoriale. Tutto pur di non sedersi davanti a un giudice che possa cominciare: «A domanda risponde…».

S Scarantino Vincenzo. Si è accusato della strage di via D’Amelio ed ha fornito una sua verità confermata dalla Cassazione. Verità che oggi sembra andare in frantumi. Non è mai stato un gran collaboratore, Scarantino. Durante il dibattimento ha ritrattato una prima volta, poi è tornato in aula a ritrattare la ritrattazione. Insomma, anche se ha retto per anni, non sembra un buon teste d’accusa.

T Trattoria. «La Carbonara» a Campo de’ fiori. Lì Falcone cenava spesso e lì i killer venuti da Palermo nel febbraio ‘92 avrebbero dovuto ucciderlo. Ma la squadra sbagliò «ricetta» ed andò a cercarlo al «Matriciano», in Prati. Ovviamente non lo trovarono, poi Riina li richiamò perché aveva deciso per la strage.

U Utveggio. Il castello in cima al Monte Pellegrino di Palermo. Lì è possibile sia stata pianificata la strage di via D’Amelio. Accertata la presenza di un ufficio di copertura del Sisde, dentro la sede del Cerisdi. «Guardate all’Utveggio», dice ora Riina.

V Via D’amelio. Strage Borsellino: quelle indagini rappresentano la crepa, uno squarcio al velo sulla commistione tra potere mafioso e politico-finanziario che ha prodotto lo stragismo degli anni novanta. La scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, la presenza dei servizi segreti sulla scena degli attentati, le rivelazioni di Ciancimino, la trattativa e il coinvolgimento di uomini delle istituzioni (Mori, l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, l’allora presidente dell’Antimafia Luciano Violante che oggi ammette di essere stato contattato da Mori per conto di Ciancimino): forse non tutta la verità verrà fuori, ma che qualcosa di strano sia avvenuto sembra certo.

Z Zio. E’ uno dei nomignoli riservati a Bernardo Provenzano. Un altro è «signor Lo Verde», il nome con cui, da latitante, andava a trovare a casa l’ex sindaco, in via Sciuti a Palermo. Provenzano è un perno della trattativa del ‘93 che, tuttavia, non è la sola intrattenuta con lo Stato. Più interessante del papello, infatti, ci sarebbe il «contatto originario» che in qualche modo indusse Riina ad imbarcarsi nella strategia stragista. Racconta Spatuzza che Falcone doveva essere ucciso a revolverate in un ristorante di Roma e che, improvvisamente, arrivò il contrordine: si fa a Palermo e si fa con le bombe. Perché? Forse per trasformare l’omicidio di un giudice nell’inizio di una campagna di intimidazione nazionale e politica?

Fonte:La Stampa

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Ago 19

NOTA STAMPA
di Lilli Ch. D’amicis
Grottaglie, 18 agosto2009

Il pullman bianco sempre più vicino alla meta

(…) Con la riunione di ieri è stato fatto un grosso passo avanti e presto questi ragazzi potranno avvalersi e quindi vedere tutelato il diritto alla studio, sancito dalla Costituzione, e in questo caso ulteriormente garantito con loro mobilità e serenità per le loro famiglie.(…)

LEGGI TUTTO
http://laris.devil.it/viewtopic.php?t=126&start=0&postdays=0&postorder=asc&highlight=

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Ago 19

Gli artisti del FAME FESTIVAL, giunti a Grottaglie per il secondo appuntamento, raccontano con le immagini, il disastro ambientale di Taranto, la città con il più alto tasso di mortalità per cancro d’Europa. L’opera in immagine è dell’artista italiano BLU. A seguire il link del sito del FAME FESTIVALhttp://www.famefestival.it/

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Ago 19

A proposito della precedente smentita della fondazione Gala-Dalì circa la NON conoscenza da parte della Fondazione della esistenza di un figlio di Salvador Dalì di cui alla discussione al link seguente:
http://sopralapancalacapracanta.blogspot.com/2009/08/e-arrivata-la-risposta-della-fondazione.html
Dal sig. Josè Van Roy Dalì riceviamo in posta , con autorizzazione alla pubblicazione su questo blog, copia di un documento notarile del 2007 che, secondo quanto affermato dal sig. Van Roy nella sua missiva, è stato per circa un anno sul sito della Fondazione, visibile al pubblico.

Sempre a questo proposito il sig. Van Roy ci inviava questo altro documento, un po’ più datato, da cui si evince che la fondazione Gala - Dalì è perfettamente a conoscenza dell’esistenza del sig. Josè Van Roy Dalì, perlomeno dal 1984, data del documento in oggetto.

fonte: sopralapancalacapracanta.blogspot.com » Vai al post originale

Ago 19

La crisi dei consumi non risparmia neanche la frutta e la verdure estive. Secondo le stime della Cia, la Confederazione italiana agricoltori, l’estate del 2009 e’ stata infatti la peggiore degli ultimi 25 anni per la vendita di frutta e ortaggi.
La contrazione in quantita’, secondo i primi dati della Cia, e’ infatti vicina al 3% rispetto allo stesso periodo del 2008. Ma c’e’ dell’altro: se i produttori agricoli hanno venduto ai prezzi del 2002, i consumatori hanno invece pagato ai prezzi del 2008.
Quindi: meno angurie, meloni, prugne, pesche, pomodori e insalate nella busta della spesa degli italiani, che dal 1984 ad oggi hanno costantemente ridotto i quantitativi acquistati.
Nel mese di giugno, prosegue la Cia, anche le vendite di ciliegie e fragole hanno segnato una flessione, seppur leggerissima. L’unico frutto che sta registrando un lieve incremento e’ il fico, che pero’ e’ un prodotto marginale per volumi lavorati, rispetto ad altre tipologie di frutta. Male anche l’uva, che sia in Sicilia che in Puglia viene acquistata agli agricoltori a pochi centesimi al chilo e rivenduta sui banchi a 2 o 2,50 euro al chilo.
“Prosegue, in sostanza”, sottolinea la Cia, “la crisi dell’ortofrutta italiana, tra calo dei consumi, importazioni massicce, scarsa competitivita’ con le produzioni estere e regole di mercato penalizzanti”. Mentre il dato sulla diminuzione di consumi di frutta e verdura e’, sostanzialmente, omogeneo nei Paesi europei, i consumatori italiani rimangono rispetto agli europei piu’ penalizzati per quanto concerne i prezzi. In Spagna e Grecia, infatti, frutta e verdura costano, in media, il 25% in meno, in Portogallo il 20% in meno, in Germania 15%, e in Francia circa il 10% in meno.

fonte: www.tuttoconsumatori.it » Vai al post originale

Ago 19

E’ allerta internazionale dopo che i carabinieri dei Nas di Cagliari hanno scoperto 240 chili di vongole surgelate provenienti dal Vietnam contaminate da batteri intestinali, in particolare dall’escherichia coli.
Ai primi di agosto i militari, durante un controllo di routine, avevano infatti prelevato un campione di surgelati dalla rivendita all’ingrosso “Su.Sa.” di Sestu (Cagliari), nell’ambito di un ampio controllo sui molluschi in commercio nel Sud Sardegna.
Le analisi affidate all’Istituto zooprofilattico di Sassari, dopo una decina di giorni, hanno poi rilevato la presenza nelle vongole provenienti dall’Oceano Pacifico dell’escherichia coli, batterio che colonizza l’ultimo tratto dell’intestino crasso e si trova nelle feci umane e di altri animali a sangue caldo. Questo batterio, resistente agli antibiotici, e’ all’origine di infezioni che si manifestano con diarrea, dolori addominali intensi, nausea e vomito.
I sintomi si manifestano dopo tre-quattro giorni dall’assunzione degli alimenti contaminati e possono durare fino a una settimana. La mortalita’ e’ di circa 2-3 casi per mille.
I Nas hanno cosi’ sequestrato l’intero quantitativo presente nei banchi freezer del grossista cagliaritano e in altre rivendite dell’isola, pari a 240 chili, e segnalato la possibile contaminazione dell’intero lotto, il numero 07.08 con scadenza 07/2010 importato dalla PanaPesca spa, che ha depositi in tutta Italia e anche a Sassari.
Le confezioni dovranno essere ritirate dalla vendita per precauzione. Ma saranno necessarie ulteriori analisi per verificare a quale livello della filiera sia avvenuta la contaminazione e se questa riguardi l’intero lotto.
I Nas di Cagliari hanno inviato un’informativa al ministero della Salute, che ha disposto il ritiro del lotto.

fonte: www.tuttoconsumatori.it » Vai al post originale

Ago 19

Le vacanze romane sono piu’ care dello scorsa estate. Lo denuncia l’Adoc, che rileva i rialzi dei prezzi nelle piscine e per il ristoro nei cinema.
“Passare una mezza giornata in una piscina privata costa il 5% in piu’ del 2008″, dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc, “una giornata intera l’1,5% in piu’”.
Inoltre, l’Adoc registra anche irregolarita’ nella gestione: alcuni esercizi non espongono i prezzi all’entrata, e anche con il biglietto pagato c’e’ il rischio di trovare tutti i lettini occupati. Durante il weekend, poi, non e’ raro essere costretti a pagare il biglietto pieno anche se si usufruisce della struttura per mezza giornata, entrando dopo pranzo.
Se invece ci si vuole recare un giorno ai parchi acquatici intorno la Capitale, si spenderanno mediamente 18,80 euro, l’1,6% in piu’ della scorsa estate per fare qualche scivolo e un bagno. “Un lusso che non tutti i romani possono permettersi”: commenta Pileri.
I rialzi riguardano anche il ristoro nei cinema: per una serata con film, popcorn e bibita, si spendono in media poco meno di 15 euro a persona. I prezzi di popcorn e bibita gassata dei cinema romani sono i piu’ alti d’Europa, superati solo da Londra, dove costano circa il 6% in piu’ che nella Capitale.
Nel dettaglio, nell’ultimo anno i costi per il popcorn sono aumentati dell’1,3%, per un costo medio di 7,60 euro, 3,85 euro per il popcorn e 3,75 euro per una bibita media.
Il confronto con le altri capitali e’ impietoso: costano il 22,3% in piu’ che a Madrid, il 20,4% in piu’ di Berlino, e addirittura il 129,3 % in piu’ di Atene, per una media pari al 33,9% in piu’.
“Si puo’ dire che al cinema viga la regola vedere ma non mangiare. Altrimenti sono dolori per il portafogli”: conclude il presidente Adoc.

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